L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 luglio 2022

Anche il Moro giapponese muore assassinato

08 Luglio 2022 15:11
L'assassinio di Abe "il filo russo" e il G-20 asiatico
Piccole Note
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Shinzo Abe è stato assassinato. L’ex premier giapponese era il politico più longevo del Paese, e forse dell’Asia, e il suo omicidio è l’attentato politico più rilevante accaduto in Giappone dalla Seconda guerra mondiale.

Mutatis mutandis, tale omicidio si può accostare a quello dell’onorevole Aldo Moro per ordine di grandezza e, come quello, avrà conseguenze. Se con la morte di Moro morì anche il compromesso storico, sopravvissuto a se stesso solo per alcuni mesi, le ripercussioni dell’omicidio Abe sono ancora tutte da scoprire.

Gli articoli dei media americani, nel ricordare la sua figura, si concentrano giustamente su due direttrici della sua politica pregressa: le Abenomics, cioè il liberismo selvaggio accompagnato da una politica monetaria fondata sull’emissione indiscriminata di moneta, e il revanscismo sul piano nazionalista, che ha portato il Giappone a riarmarsi, anche se si è dovuto fermare sull’ostacolo della Costituzione (non ha potuto cancellare l’articolo sul rigetto della guerra imposto dagli Alleati).

Proprio quest’ultima direttrice nazionalista e militarista potrebbe subire un incremento dopo l’attentato, soprattutto se nelle elezioni politiche, che si dovrebbero svolgere il prossimo 10 luglio, il partito di Abe, i liberaldemocratici, ora al potere, verranno premiati dagli elettori, cosa possibile dopo quanto avvenuto.

Al di là degli effetti sul Giappone, l’attentato cala come una mannaia sul vertice dei ministri degli Esteri del G-20 che proprio oggi, drammatica coincidenza cronologica, è iniziato in Asia, specificatamente in Indonesia.

Un vertice al quale è stato chiamato a partecipare anche il russo Lavrov, nonostante le forti pressioni contrarie degli Stati Uniti (e quelle belanti di Draghi), evidenziando in tal modo l’influenza relativa dell’America sull’Indo-Pacifico, dove anche i suoi più stretti alleati conservano comunque un rapporto più o meno forte con la Cina, che resta la potenza regionale (un’ambiguità che irrita oltreoceano).

Il gesto del folle, Tetsuya Yamagami, un ex militare, diventa così per forza di cose il focus del G-20, obliterando altre tematiche (tra le altre cose, c’era la possibilità di un dialogo a distanza tra Russia e Stati Uniti, trovandosi tanto vicini i due ministri degli Esteri).

E getta un’ombra oscura sulla stessa Asia, dove le tensioni, alimentate dal confronto tra Cina e Stati Uniti (e suoi alleati), potrebbero aumentare, in particolare se il nazionalismo giapponese si farà più assertivo.

Non è la prima volta, né sarà l’ultima, che un gesto di un quisling isolato incide sulla storia. Vedremo.

Ps. En passant, si può ricordare che Abe è stato il premier giapponese più filo-russo della storia, come ricorda Ria novosti, tanto che durante la sua reggenza sembrava potesse risolversi la querelle sulla sovranità delle isole Kurili, pretesa dai due Paesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, e riaccesa prepotentemente dal suo successore.

La guerra igiene del mondo. L'Africa ritorna a produrre cibo per l'autosufficienza? dopo le rapine del colonialismo e del neo-colonialismo

Antonino Galloni “fine della fame in Africa e conflitto ucraino”
Professore Antonino Galloni, economista, già direttore generale al Ministero del Lavoro


La “fame” in Africa è un fenomeno relativamente recente: le produzioni di cereali autoctoni ressero abbastanza bene l’impatto colonialistico o, più esattamente, la determinazione di confini – imposti dalle potenze europee – che potevano ostacolare i naturali fenomeni migratori interni, soprattutto da Est ad Ovest a seconda delle variazioni nella disponibilità di acqua per coltivare terreni o allevare animali; ma, con gli anni Sessanta del secolo scorso, la scelta di importare cereali e farine a basso prezzo provenienti dal Nord America – collegata anche alla sostituzione violenta di molte classi dirigenti nazionaliste con élites filoccidentali – comportò, altresì, l’abbandono delle vecchie colture. Quando, però, le nuove classi dirigenti cominciarono ad importare anche beni di lusso e armamenti, l’inflazione del decennio successivo cominciò a determinare un indebitamento non solo insostenibile, ma anche richieste di interventi sbagliatissimi (deflattivi) delle principali istituzioni finanziarie internazionali. Risultato: la gran parte degli Africani non aveva disponibilità monetarie per acquistare baguettes e pasta straniera, ma non c’erano più nemmeno gli antichi cereali, miglio e sorgo.

Molti progetti per ovviare alla situazione furono proposti, tra cui il più famoso, Transaqua, per rifornire il lago Ciad dell’acqua proveniente dal fiume Congo; ma anche drenare quest’ultimo per accelerare il corso del Nilo ed evitare l’evaporazione nei pressi di Kartoum. Essi, tuttavia, incontravano due ostacoli che sembrarono insormontabili: il rispetto dei criteri della globalizzazione, comunque legati a quelli cosiddetti occidentali e nordamericani; l’interesse delle organizzazioni umanitarie di continuare a piazzare le eccedenze di cereali e, comunque, controllare popolazioni che risultavano utili ai fini delle importantissime sperimentazioni sanitarie libere e a basso costo.

Ma, adesso, qualcosa potrebbe smuoversi proprio grazie al conflitto geopolitico che, oramai, ha rafforzato definitivamente la multipolarità del pianeta.

Orbene, in attesa che finisca l’ambiguità monetaria dei Paesi emergenti che si proclamano anti-Usa e detengono ampie disponibilità di dollari e titoli di Stato americani a garanzia delle proprie valute nazionali, più di qualcosa potrebbe cambiare: l’aumento dei prezzi delle materie prime (in primis alimentari, per problemi di trasporto e logistici) potrebbe indurre molti Paesi africani – magari a cominciare da quelli, già abbondantemente corteggiati dai Russi e che hanno offerto resistenza alle indicazioni dell’OMS – a ricominciare a piantare cereali ed altre produzioni compatibili con i climi nordafricani e subsahariani.

Il punto è: come arrivare alla stagione delle piogge per seminare i cereali e quali cereali seminare che siano disponibili e a costi ragionevoli?

Ecco che, se la Russia che attualmente controlla il grano ucraino, traguardasse l’obiettivo di infliggere un doppio colpo agli USA (contro la globalizzazione e per acquisire maggiore influenza su molti Paesi africani), la gestione del grano attualmente nelle disponibilità di Mosca e presente nei porti del Mar Nero, potrebbe prevedere un suo uso per la transizione dal vecchio modello economico della globalizzazione alla ripresa delle capacità produttive locali; la Sicilia e le altre regioni del Meridione d’Italia hanno ampie disponibilità di sementi non ogm e, quindi, il nostro Paese potrebbe trovarsi a contribuire a tale importante cambiamento. Col grano ucraino si arriverebbe alla stagione della semina dopo le piogge autunnali e, dove l’acqua scarseggia – pur tenendo presente che i cereali, i più adatti ai climi aridi, non amano troppo l’irrigazione – oggi sono disponibili tecnologie avanzatissime e sempre meno costose per dissalare quella del mare.

Alla fin fine il trambusto di questa guerra sarà positivo e, la tanto temuta carestia da parte delle principali organizzazioni internazionali, potrebbe rivelarsi un’ottima occasione per liberarsi del passato e guardare con più fiducia alle sorti del Pianeta e dei suoi abitanti.

Gli statunitensi hanno provato ad imporre la loro agenda alla Cina. L'indipendenza di Taiwan, il Mar Cinese Meridionale, la non espansione dell'influenza di Pechino nel Pacifico


9 LUGLIO 2022

Era dallo scorso ottobre che Wang Yi e Anthony Blinken non si incontravano di persona. Lo hanno fatto in Indonesia dopo aver partecipato al vertice del G20. Un vertice, a dire il vero, carico di mille tensioni e caratterizzato, principalmente, dal tentativo del segretario di Stato Usa di isolare la Russia di fronte alla diplomazia globale. Eppure Mosca – e lo si è visto anche a Bali – può contare sul non allineamento di alcuni Paesi di peso, come India, Turchia e, soprattutto, Cina.

È in un contesto del genere che è avvenuto il faccia a faccia tra il ministro cinese e il suo sostanziale omologo statunitense. L’obiettivo principale del bilaterale coincide con la volontà reciproca di mantenere quanto meno stabili le complicate relazioni tra Stati Uniti e Cina, ed evitare che i molteplici dissidi possano, in qualche modo, dare vita ad un conflitto. “Non c’è sostituto migliore per la diplomazia faccia a faccia. In una relazione complessa e consequenziale come quella tra Stati Uniti e Cina c’è molto di cui parlare. Non vediamo l’ora di iniziare una conversazione produttiva e costruttiva”, ha dichiarato Blinken ai giornalisti all'inizio dell’incontro.

Secondo quanto riportato da Reuters, l’alto funzionario americano avrebbe elencato a Wang alcune richieste. Prima tra tutte: non fornire sostegno alla guerra della Russia in Ucraina. Blinken avrebbe quindi messo sul tavolo questioni controverse, come Taiwan, le rivendicazioni della Cina sul Mar Cinese Meridionale, l’espansione dell’influenza di Pechino nel Pacifico, i diritti umani e le tariffe 

L’incontro tra Blinken e Wang

Gli Stati Uniti hanno sostanzialmente approfittato del G20 per esporre a Wang tutto il loro repertorio diplomatico riguardante la questione cinese. Pare, in ogni caso, che sia Washington che Pechino condividano lo stesso interesse nel voler mantenere stabili le relazioni tra i rispettivi Paesi. “La Cina e gli Stati Uniti sono due paesi principali, quindi è necessario che i due paesi mantengano scambi normali. Allo stesso tempo, dobbiamo parlare insieme per garantire che questa relazione continui ad andare avanti lungo la strada giusta “, ha detto Wang ai giornalisti.

Non è da escludere che l’incontro Wang-Blinken, durato cinque ore, possa anticipare un ipotetico meeting – non più virtuale ma di persona – tra Joe Biden e Xi Jinping in vista del vertice del G20 di novembre, in programma sempre a Bali. È tuttavia interessante analizzare il modus operandi adottato da Wang. Il primo ha parlato, tra gli altri, con il ministro argentino Santiago Cafiero, invitando l’Argentina nei Brics, Penny Wong, fresca nuova ministra dell’Australia, e Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Le richieste di Blinken

Per Wang, insomma, non c’era soltanto da affrontare il nodo Blinken. Il ministro cinese ha cercato di tessere la tela diplomatica cinese interagendo con vari attori. Importante, da questo punto di vista, il dialogo andato in scena con Borrell, visto che tra Cina ed Unione europea ci sono in ballo cruciali questioni economiche. Poi, certo, il focus di Wang ha riguardato Blinken e le sue richieste.

Tornando sull’incontro, l’emissario statunitense ha criticato Pechino per il sostegno offerto alla Russia e detto a Wang che la Cina non è neutrale nella guerra in Ucraina. A conferma di tale affermazione, il segretario Usa ha citato la recente telefonata tra Xi e Putin come prova del continuo sostegno cinese a Mosca. Blinken ha quindi ribadito a Wang che è arrivato il momento per la Cina di chiedere alla Russia di porre fine al blocco dei porti ucraini e consentire alle navi di esportare grano. Vedremo se la Cina, in realtà molto più interessata a mantenere il suo equilibrio diplomatico e tutelare i propri interessi, ascolterà il monito di Washington. Chissà, magari in cambio di un allentamento sui dazi.

Dal canto suo, la Cina ha chiesto agli Stati Uniti di non ostacolare la sua “riunificazione pacifica” con Taiwan che Pechino considera parte “inalienabile” suo territorio. “Dal momento che gli Usa hanno promesso di non sostenere ‘l’indipendenza di Taiwan‘ dovrebbero smettere di svuotare e distorcere la politica dell’Unica Cina”, alla base dei rapporti diplomatici bilaterali, ha fatto presente Wang a Blinken. Washington deve “smettere di giocare la carta di Taiwan per ostacolare il processo di riunificazione pacifica della Cina”, ha quindi concluso Wang, secondo una una nota di Pechino.

Di sicuro siamo di fronte ad una resa dei conti, se parziale o definitiva, lo vedremo

09 LUGLIO 2022
Ridi, pagliaccio!



C’è un simbolismo perverso tra l’assassinio di Shinzo Abe e la contemporanea fine dell’allegra politica monetaria mondiale. Nei 12 anni tra il 2008 e il 2020, la Federal Reserve americana ha creato dal nulla l’equivalente di 600 anni di moneta rispetto agli standard del secolo precedente, ma anche l’ex premier giapponese è stato un importante interprete di quel tipo di politica monetaria, tanto che solo per lui fu coniato un termine: Abenomics. Non è stata l’oceanica liquidità mondiale a provocare l’attuale inflazione (in Giappone l’inflazione per ora è sotto controllo, con e senza Abenomics), ma quella politica di “kick the can down the road”, rimandare a future generazioni il saldo del conto, ora obbliga le Banche Centrali a camminare su una sottile linea di terra tra due precipizi: inflazione da una parte, recessione dall’altra, e l’impossibilità di tornare indietro, o fermarsi.
Per un oscuro scherzo del destino, uno dei più feroci critici dell’allegra politica monetaria, il politico tedesco Wolfgang Schauble, nel 1990 subì a sua volta un gravissimo attentato quando era Ministro dell’Interno. Sopravvisse, ma rimase su una sedia a rotelle, e la sua mascella fu ricostruita, dandogli una maschera di durezza che probabilmente ne ridimensionò le ambizioni politiche.
Durante la crisi del debito europeo di inizio anni Dieci, l’allora Ministro delle Finanze incarnava con quella dura maschera il perfetto parafulmine per chi non era tedesco. C’era il buono, Mario Draghi, che da Presidente della BCE salvò l’euro con la famosa frase del “whatever it takes”, e poi c’era lui, il cattivo Schauble, che si opponeva al salvataggio dei Paesi insolventi tramite lo stampo di moneta e l’acquisto dei loro titoli di stato. Non ho un’opinione univoca a proposito: da un lato credo davvero che Draghi abbia salvato la moneta comunitaria, dall’altro ho sempre pensato che fosse uno scherzo da prete rimandare il pagamento del conto a una futura generazione, nella speranza che nel frattempo qualche importante scoperta tecnologica riassorbisse miracolosamente tutta quella liquidità. Dallo scherzo da prete alla politica del pagliaccio il salto è breve.
Con la fine dell’allegra politica monetaria, finirà anche l’era dei pagliacci che diventano politici e i politici che si travestono da pagliacci? Non se ne può più. Per rigenerarsi tocca guardare su YouTube le noiosissime tribune elettorali degli anni Settanta (qui), dove uomini austeri non concedevano nulla alla distrazione, al ricciolo, al fronzolo. Se in Italia il comico Beppe Grillo sta assistendo allo sgretolamento della sua creatura politica, in Gran Bretagna il dimissionario Boris Johnson ha incarnato l’essenza dello statista travestito da saltimbanco. Il Primo Ministro, tra l’altro, era colui che a inizio pandemia invocava invano l’immunità di gregge; nei giorni scorsi, invece, l’immunità è stata negata a lui da quello stesso gregge che Boris ha citato due volte con elegante rancore nel suo discorso di addio: «The herd instinct is powerful, and when the herd moves, it moves».
A proposito di mandrie, Helmut Kohl quando negli anni Novanta riunì le due Germanie sembrava un pastore tedesco che governava un gregge di decine di milioni. Angela Merkel, con tutto il rispetto per una persona seria come lei, nei sui 16 anni di governo pareva una pecora governata da decine di milioni di pastori tedeschi. Colpisce il candore dell’ex cancelliera nella sua prima intervista da privata cittadina: «Ho sempre saputo che Putin voleva distruggere l’Europa». Se lo sapeva, perchè insieme ai lucrosi affari con il satrapo russo, non ha contemporaneamnente spinto per la formazione di un esercito europeo? Mia figlia Petra quando era molto piccola aveva una sintesi tutta sua sulla fiaba di Cappuccetto Rosso: «Prima di entrare nel bosco, bisogna prendere il lupo per mano». Non credo però che le opinioni di Angela e Petra bambina siano un campione sufficiente esteso per stilare una statistica su cosa esattamente pensano le donne.
Conosciamo invece l’opinione di un’importante analista di relazioni internazionali. Secondo Constanze Stelzenmüller, la sorprendente frase della Merkel dimostra l’approccio tenuto dell’ex cancelliera nell’affrontare i problemi: comprenderli a fondo, per poi scegliere di gestirli piuttosto che risolverli (Financial Times, 22 Giugno 2022). In politica monetaria, l’illusione di procrastinare la risoluzione dei problemi è stata uccisa dall’inflazione. Quella di Angela Merkel, da una guerra.

Oggi gli Stati Uniti/Occidente vive in una enorme economia di carta, si può sostenerla solo iniettando Paura&Terrore attraverso la creazione di continue emergenze. Tutto è iniziato 11 settembre del 2001 quando due aerei hanno fatto crollare tre torri

Crisi costruite ad arte, disastro vero



Credo che il concetto generale che “illumina” il governo olandese nella lotta contro i propri stessi agricoltori possa essere riassunto così: per proteggere il clima, il cibo coltivato naturalmente deve essere sostituito da alimenti prodotti industrialmente in fabbrica e Big Pharma si prenderà quindi cura delle malattie risultanti da questo orribile cambiamento. In realtà ciò che sta davvero accadendo è la creazione e la narrazione di emergenze che sono l’unico ambiente il cui capitalismo estremo riesce a sopravvivere: bisogna invertire i fattori cosa che nella storia cambia i risultati: il disastro incombente non è frutto di avversità, ma sono queste ultime ad essere create per per nascondere la crisi sistemica del neoliberismo. Sistematicamente, la dipendenza dalle emergenze mantiene artificialmente in vita il corpo comatoso del capitalismo finanziario e dunque il nemico non è più progettato per legittimare l’espansione dell’Impero, ma serve a mascherarne il fallimento e l’enorme economia di carta su cui poggia. Dalla caduta del muro di Berlino, lo sviluppo del pieno potenziale del neoliberismo, noto anche come globalizzazione che estendeva a tutto il pianeta la volontà di comando delle élite nordamericane con minimi contorni europei, ha gradualmente eroso il potenziale stesso del capitale e si è dunque ricorsi alle emergenze globali, sempre più terribili e permanenti, sostenute da continue iniezioni di paura e di caos per mantenere in essere gli asset di potere. All’inizio è stato il terrorismo con l’abbattimento delle torri che ancora conserva i suoi misteri, poi con la fiala riempita di polvere bianca che avrebbe dovuto essere l’antrace prodotto da Saddam, quella che agitava Colin Powell ben consapevole che solo gli Usa producevano antrace e in seguito con tutte le cose sappiamo dall’Afghanistan, alla Libia, alla Siria, allo stato islamico, al riarmo coreano, alla guerra commerciale alla Cina e infine alla pandemia e alla guerra in Europa.

La simulazione della crescita attraverso l’inflazione dei titoli finanziari è stata protetta dalla fabbricazione di minacce globali, debitamente confezionate e vendute dai media, tutti finiti in poche mani. Compresa l’illusione di una crescita senza lavoro che è stata portata avanti anche grazie al mimetismo creato dallo sviluppo delle reti informatiche e del loro “immaterialismo”: questo è stato anche il faro ha determinato lo sbandamento di tutta la sinistra la quale invece di entrare in porto si è schiantata sulle rocce della realtà. D’altro canto le crisi a valanga sono servite proprio per ritardare il crollo di un’economia non più basata sul reddito da lavoro e sui guadagni, ma guidata dalla speculazione sui prezzi delle attività finanziarie: mucchi di denaro fittizio senza sostanza di valore. Così poco valore che il peso delle sanzioni si rivelato alla fine leggero per un’economia come quella russa basata sui beni reali. D’altro canto il livello di minaccia necessario a non far crollare questo castello di carta doveva crescere sempre di più alto ed ecco la pandemia, più volte studiata e annunciata e una volta assopito temporaneamente il terrore sanitario ecco arrivare la guerra in Ucraina che a ogni costo si cerca di trascinare avanti nel tempo pur essendo ormai Kiev e il suo regime un puro cadavere della storia. Ma continuare in questo orrendo spettacolo è necessario per collegarle la guerra alla futura carestia, all’impoverimento e al razionamento che hanno ragioni strutturali e non certo occasionali.

L’insieme di tutti questi disastri concatenati serve dapprima all'imposizione di condizioni repressive che evitino per quanto possibile lo sviluppo di anticorpi sociali e politici, ma permette di mettere mano a una distruzione economica ritardata e controllata dagli stessi che credevano nel sistema della produzione infinita con risorse finite: in questo modo essi pensano di uscire da vincitori e non da vinti. Di fatto covid e Ucraina stanno ritardando lo scoppio delle bolle indirizzando una liquidità istantanea che sia come un surrogato dei tassi negativi che delle immissioni di valanghe di denaro. I tecnocrati hanno bisogno di tempo e attualmente preferiscono non combattere l’inflazione, e di usarla invece come veicolo di un ennesimo trasferimento di ricchezza dalle classi medio-basse ai gestori della “bolla tutto” poiché il potere d’acquisto delle persone viene indebolito mentre parte del debito di Wall Street viene scaricato. Ma nonostante questo si naviga verso l’abisso perché alla fine qualsiasi strada si scelga non può che ritardare l’implosione di questo sistema. L’attuale violenza bio- e geopolitica virus, guerre e le altre emergenze globali in arrivo è parte integrante di questo sviluppo autodistruttivo ed è in sostanza un tentativo consapevole di controllare l’implosione con mezzi autoritari. Credo perciò che l’unica piattaforma politica che abbia un senso sia quella di rigettare tutto questo piano distruttivo e la narrazione che l’accompagna e lottare per un ritorno alla centralità del lavoro e alla marginalizzazione del capitale. E credo anche che in questo senso “tenere per la Russia” non c’entri proprio nulla con l’Ucraina perché la guerra vera è contro quei tizi di Washington che sono allo stesso tempo i rappresentanti di un impero nel senso classico del termine e quelli di un sistema folle di capitalismo che sta crollando: sconfiggere entrambi è il miglior viatico per la riconquista della libertà.

“Washington sta perseguendo contemporaneamente l’obiettivo di circondare la Russia assieme a quello di danneggiare l’Ue con l’aiuto degli stessi europei”

La storia molto strana della guerra in Ucraina
venerdì 8 luglio 2022

Il professor Franco Cardini e il generale Fabio Mini hanno scritto un saggio molto informativo e sintetico sulla nazione più citata dai media in questo momento: “Ucraina. La guerra e la storia” (PaperFirst, 168 pagine, euro 13; con l’introduzione molto dirompente di Marco Travaglio).
Franco Cardini ha pienamente ragione quando ci ricorda “che almeno dal 2014 in Ucraina è in corso una crisi che minaccia di sfociare in una guerra civile, anzi, in alcune aree è già da tempo tale” (p. 24). Naturalmente si tratta di una guerra moderna che l’Occidente vuole ipocritamente combattere “fino all’ultimo ucraino, cioè per procura” (p. 25).

La grande ostilità ucraina nacque nel lontano febbraio 2014, quando “a esplodere i colpi omicidi erano stati i “cecchini” georgiani assoldati con l’intermediazione dell’ex presidente della Georgia, il famigerato Mikheil Saak’ashvili, divenuto governatore dell’oblast’ di Odessa dopo essere fuggito dal suo Paese dov’era perseguito per truffa e omicidi politici” (Cardini, p. 64).

Comunque gli sviluppi più interessanti nascono dalle idee di un generale russo. La “dottrina Gerasimov” sottolinea come “gli strumenti non militari in determinate condizioni erano più efficaci delle armi, e che le azioni asimmetriche potevano annullare i vantaggi nei rapporti di forza fra contendenti. Per essere “asimmetrici” occorreva combattere con gli stessi strumenti dell’avversario: disinformazione, psicologia, impiego della forza limitato ma determinato” (Fabio Mini, p. 83).

Secondo il generale cinese Qiao Liang, “Washington sta perseguendo contemporaneamente l’obiettivo di circondare la Russia assieme a quello di danneggiare l’Ue con l’aiuto degli stessi europei” ufficializzati a livello politico (p. 94). I tempi sono quasi sempre rivelatori ed è probabile che fra qualche settimana avremo quasi tutti le idee più chiare. In ogni caso la Russia sembra aver accelerato “la fine della parabola dell’impero finanziario americano” (Qiao Liang).

In definitiva si può tranquillamente affermare che “la prima vittima della guerra è la verità”, e che “la seconda è la logica” (Marco Travaglio, p. 12). Di sicuro, per quanto riguarda i consiglieri militari, “soltanto i britannici hanno ufficialmente ammesso di averne inviati alcuni” (p. 28). E se di solito, “in ogni conflitto tra il fanatismo e il buon senso, è raro che quest’ultimo prevalga”, in questo caso appare molto meno raro (Marguerite Yourcenar, scrittrice francese morta nel 1987).

Franco Cardini ha insegnato Storia medievale all’università e presso l’Istituto di Scienze Umane e sociali, ora facente parte della Scuola Normale di Pisa. Ora è professore emerito di Storia medievale e si occupa di storia delle crociate, dei pellegrinaggi e delle relazioni tra Europa e Islam.

Fabio Mini è un generale di corpo d’armata che è stato a capo dello Stato maggiore della Nato per il Sud Europa. Ha guidato il gruppo interforze nella guerra nei Balcani ed è stato il comandante capo delle operazioni di pace in Kosovo nella missione KFOR. Collabora con alcuni quotidiani e ha scritto alcuni libri (un esempio: “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?”, Chiarelettere, 2012).

Nota a cura di Marco Travaglio – “La Nato è un’alleanza difensiva” (e “non spiegavano come mai nella sua storia abbia aggredito” mezza Europa). In definitiva, come disse Napoleone, anche oggi “C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di 1000 baionette”. Oppure come disse Nietzsche: “Ribellarsi: ecco la nobiltà dello schiavo” (p. 69).

La Lituania/Nato abbaia abbaia alle porte della Russia

8 luglio 2022


NOTIZIE

I combattenti della NATO hanno organizzato una provocazione notturna a 40 chilometri dalla regione di Kaliningrad

I combattenti della NATO sono visti eseguire strane manovre a soli 40 chilometri dal confine con la Russia.

Aerei da combattimento dei paesi della NATO sono stati visti vicino ai confini della Russia negli Stati baltici. Come divenne noto, gli aerei da combattimento, compresi i combattenti F-16, eseguirono strane manovre a soli 40 chilometri dal confine russo, volando a basse e bassissime altitudini.

Alla vigilia della serata, i residenti di Klaipeda e di un certo numero di insediamenti al confine con la Russia hanno riferito che gli aerei da combattimento stavano volando nel cielo. Inizialmente, si presumeva che potessimo parlare solo della rotazione delle forze NATO nella regione, tuttavia, a giudicare dalle riprese video, sono state elaborate alcune esercitazioni speciali, dal momento che l'aviazione da combattimento ha effettuato l'addestramento nei lanci di missili, nelle manovre per contrastare i missili, ecc.

Nel filmato presentato, girato dai residenti della Lituania, è possibile vedere come i combattenti F-16, dopo essere passati a breve distanza da terra, guadagnano quota e sparano a falsi bersagli termici, il che ha causato preoccupazione molto seria, specialmente sullo sfondo di relazioni piuttosto tese tra Russia e Lituania di recente. Tuttavia, finora non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali al riguardo e la parte lituana non ha annunciato alcuna esercitazione speciale. Ciò non esclude la possibilità che le azioni dell'aviazione dei paesi della NATO possano essere provocatorie.

Stati uniti/Occidente sempre più isolati si arroccano

La NATO dopo Madrid – Cosa hanno incassato l’Europa e l’Italia?
5 luglio 2022


Un vertice storico quello che la NATO ha tenuto a fine giugno a Madrid, in cui l’Alleanza Atlantica ha ribadito paradossalmente il suo ruolo “difensivo” proprio nel momento in cui estende la sua area d’interesse alla Cina e all’Indo-Pacifico, non proprio dietro l’angolo rispetto a quel Nord Atlantico cui fa riferimento il Trattato che nel 1949 diede vita alla NATO.

Un grande successo per i maggiori azionisti dell’Alleanza Atlantica, USA e Gran Bretagna, che ribadendo a parole la vocazione “difensiva” della NATO ne ampliano i confini con l’adesione di Svezia e Finlandia allargando così il “fronte artico” il confronto con la Russia e allungando di altri 1.360 chilometri la nuova “Cortina di Ferro” che per 77 anni aveva costituito un tranquillo confine tra l’URSS/Russia e la neutrale Finlandia.


Al summit di Madrid gli anglo-americani hanno ottenuto una vittoria politico-strategica di dimensioni senza precedenti, imponendo in modo trionfale agli alleati europei la loro agenda su almeno tre punti:– indebolire e impoverire l’Europa e i suoi interessi economici e strategici con “diktat” circa la rinuncia a gas e petrolio russo che non dovrebbero competere alla NATO. La guerra in Ucraina “mostra i rischi di essere dipendenti da materie prime che giungono da regimi autoritari” e “bisogna abbandonare presto il petrolio e il gas russi” ha dichiarato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, nel discorso di apertura del vertice di Madrid. “Non dobbiamo però finire per dipendere da un altro regime autoritario”, ha avvertito Stoltenberg, “molti minerali necessari alle tecnologie verdi arrivano dalla Cina, dobbiamo diversificare le risorse energetiche e i fornitori”.– alimentare e prolungare le tensioni belliche con Mosca che garantiranno il declino della Ue e il logoramento della Russia in una nuova già evidente corsa al riarmo, senza neppure indicare prospettive per la soluzione del conflitto in Ucraina o per l’apertura di un dialogo con Mosca teso a risolvere la crisi.– coinvolgere gli europei nella sfida alla Cina sul piano economico e nei teatri operativi dell’Indo-Pacifico, col risultato di indebolire i margini di manovra degli europei e di coinvolgerli militarmente in teatri operativi lontani in cui saranno marginali non solo rispetto agli anglo-americani ma anche nei confronti di Australia, India e Giappone. “Siamo di fronte a minacce informatiche, spaziali e ibride e altre minacce asimmetriche e all’uso dannoso di tecnologie emergenti e dirompenti. Affrontiamo la concorrenza sistemica di coloro, inclusa la Repubblica Popolare Cinese, che sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori e cercano di minare l’ordine internazionale basato sulle regole” si legge nel documento finale del vertice.

Di fatto, a Madrid è stato ufficializzato che i “tutori” anglo-americani indicano la strada da percorrere a gregari europei ubbidienti perseguendo una politica che travalica gli obiettivi che la NATO si era posta dalla nascita fino alla caduta dell’URSS.


Quella NATO a vocazione “difensiva”, il cui successo fu misurabile con il crollo del Patto di Varsavia e poi dell’URSS, non esiste più da tempo come emerse già negli anni ’90 con le azioni belliche ben poco “difensive” contro i serbi, che provocarono i primi seri danni all’Europa con gli interventi in Bosnia e Kosovo che hanno mortificato Belgrado e spianato la strada alla penetrazione jihadista nel Vecchio Continente.

Meglio poi ricordare a chi guarda con disprezzo a un accordo di pace in Ucraina che comporti rinunce territoriali per Kiev, che nessun disgusto per la violazione del diritto internazionale emerse quando venne sottratta alla Serbia una sua provincia (il Kosovo) per farla diventare uno stato indipendente oggi teso addirittura a entrare nella NATO.

Nei primi anni 2000 la necessità di dare un senso a un’alleanza senza nemici e la voglia di giocare su orizzonti globali dopo i fatti dell’11 settembre 2001, ha portato la NATO a impantanatasi senza successo in Afghanistan (da dove siamo fuggiti nell’agosto 2021), mentre nel 2011 i nostri alleati anglo-franco-americani e poi l’Alleanza Atlantica (non al completo) ci diedero un’ulteriore prova di quanto avessero a cuore i nostri interessi scatenando una guerra aerea e navale contro la Libia di Muammar Gheddafi.


Guerra che diede un ulteriore ampio contributo alla destabilizzazione del Mediterraneo lasciando soprattutto all’Italia molti cocci da raccogliere.

Dal 2014, con la crisi in Ucraina scatenata col golpe del Maidan, alimentato da alcuni suoi stati membri, la NATO sembra aver ritrovato la sua ragion d’essere più genuina nel contrasto alla Russia anche se non certo in una vena “difensiva” considerato che da quasi 20 anni Mosca lamenta come una minaccia il continuo ampliamento a est dell’Alleanza: tema su cui si può discutere ma che non avrebbe dovuto essere né ignorato né sottovalutato.

Slogan di guerra

Tra i punti salienti discussi al vertice di Madrid vi è certamente il rinnovo dell’impegno ferreo per la difesa dell’Ucraina e la ferma condanna dell’aggressione russa che “minaccia gravemente la sicurezza e la stabilità internazionali ed è una palese violazione del diritto internazionale. La terribile crudeltà della Russia ha causato immense sofferenze umane e massicci sfollamenti, colpendo in modo sproporzionato donne e bambini. La Russia ha la piena responsabilità di questa catastrofe umanitaria”.

Slogan di guerra e nulla più se si considerano le invasioni e aggressioni condotte da Occidente e NATO negli ultimi 30 anni e il numero elevato di perdite civili inflitte dalle forze militari alleate, soprattutto statunitensi, in Serbia, Libia, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen e Sahel.


La NATO a Madrid accusa la Russia anche di aver esacerbato intenzionalmente la crisi energetica e alimentare, benché se sul mercato internazionale il grano ucraino non sia scomparso e sia comunque facilmente sostituibile mentre sul fronte energetico crisi e speculazioni sono iniziate da almeno un anno e ad aggravare la situazione hanno contribuito le sanzioni a Mosca e la pretesa dell’Occidente di fare a meno di gas e petrolio russo più che le iniziative di Mosca, che peraltro continua a vendere energia ai suoi nemici.

Ovvio che geopolitica e interessi nazionali debbano andare oltre le valutazioni morali che pure vengono sbandierate da tutti nella contrapposta comunicazione propagandistica ma il tema vero di cui preoccuparci come europei e come italiani è che sulla guerra in Ucraina il vertice NATO di Madrid non ha visto emergere neppure una bozza di proposta di road-map per giungere a un compromesso che chiuda o almeno congeli il conflitto.

Soluzione che gioverebbe agli interessi dell’Europa ma, a quanto pare non a quelli di Londra e Washington che hanno invece ottenuto dagli alleati il rafforzamento dei contingenti schierati ai confini russo-ucraini-bielorussi dal livello battaglione a quello brigata e l’irrobustimento (teorico) della NATO Response Force da 40 mila a 300 mila militari.

Il “Fianco Sud” resta marginale

E’ proprio su questo fronte della “guerra fredda a oltranza” che è possibile misurare il “nulla” espresso dagli europei nel summit di Madrid. Invece di porre il focus su proposte e interessi europei ci siamo limitati a seguire, dicendo sempre si, un’agenda scritta da altri.

Non è più possibile affidare gli interessi nazionali esclusivamente ad organismi sovranazionali che si sono rivelati negli ultimi anni inaffidabili se non pericolosamente deleteri per la nostra sicurezza. inoltre le cospicue dimensioni geografiche, economiche e militari dell’Italia dovrebbero consentirci di giocare un ruolo ben più incisivo di quello della comparsa consenziente, specie su questioni che minacciano di travolgerci come le tensioni nel Mediterraneo, la guerra in Ucraina e i rapporti con la Russia.

Per noi italiani, come per gli altri alleati meridionali, la totale irrilevanza è emersa chiaramente dall’assenza di attenzione per il cosiddetto “Fianco Sud” (se si esclude forse un generico richiamo alla “minaccia del terrorismo”), dove alla destabilizzazione di Nord Africa e Sahel, ai flussi migratori illegali, alle sfide del terrorismo si aggiungono i problemi e il criollo di credibilità di Francia e Ue nel Sahel e l’ennesima esplosione delle tensioni in Libia.


Un disinteresse umiliante nei confronti delle nostre priorità non solo perché ribadisce chi siano i veri “padroni” della NATO e come possano indisturbati tracciarne le linee guida per tutti, ma soprattutto perché vede ingigantito il ruolo di alcuni più recenti membri dell’Alleanza il cui peso specifico reale è, o dovrebbe essere, decisamente inferiore a quello dell’Italia, quinto contributore dell’Alleanza Atlantica.

Nazioni come Polonia, Lettonia, Estonia e Lituania, il cui abnorme peso politico e militare negli indirizzi da attribuire alla NATO è cresciuto negli ultimi 8 anni a dismisura e deriva da un approccio a muso duro con la Russia che coincide con i desiderata di Londra e Washington, i quali infatti ne premiano l’iniziativa con l’invio di mezzi militari e con l’attribuzione di comandi e dislocamenti di forze alleate.

Da Madrid esce quindi una NATO che offre un’immagine di forza e compattezza ma in balia dei suoi maggiori azionisti a discapito degli interessi europei. Una NATO che vuole essere globale ma che forse è più debole che in passato perché i suoi stati membri sembrano poco disposti a vedere i propri soldati combattere e morire a differenza dell’epoca in cui si preoccupava di difendere l’Europa Occidentale dalla possibile invasione Sovietica.

La Russia “minaccia più significativa”

La NATO precisa nel documento finale del summit che “la Federazione Russa è la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza degli Alleati e alla pace e stabilità nell’area euro-atlantica” ma non dimentica le sfide poste dalla Cina.

Il nuovo Concetto Strategico che stabilisce i compiti fondamentali nella deterrenza e difesa, prevenzione e gestione delle crisi e sicurezza cooperativa, si traduce nell’immediato in un’accelerazione delle forniture militari all’Ucraina ha l’obiettivo dichiarato di rendere le sue forze armate “standard NATO” per addestramento ed equipaggiamento: di fatto l’Ucraina sarà dipendente dal supporto NATO di cui nel concreto è già un “quasi-membro” anche se (per ora) senza ufficializzarne l’adesione.


Del resto, giusto per non accendere nuovi focolai di tensioni e non mettere in allarme russi (e serbi, colpevoli di non aver aderito alle sanzioni a Mosca), la NATO a Madrid ha annunciato “nuove misure per rafforzare il sostegno a Bosnia-Erzegovina, Georgia e Moldova. Lavoreremo con loro per costruire la loro integrità e resilienza, sviluppare capacità e sostenere la loro indipendenza politica”.

Insomma, la NATO si impegna formalmente e all’unanimità a continuare a cercare grane con la Russia.

Caschi blu italiani in Ucraina?

A questo proposito non si può non sottolineare che il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, in un’intervista rilasciata ieri a Repubblica, tracciando un bilancio ovviamente positivo del summit, ha ventilato un ipotetico ruolo dei militari italiani come “forza di pace” in caso di cessate il fuoco in Ucraina.

Alla domanda “se si arrivasse a un accordo in Ucraina siamo pronti a intervenire?” il ministro ha risposto: – “Non vedo altre possibilità che un intervento sotto l’egida dell’Onu. La decisione spetterà, ovviamente, al Parlamento. Quello che posso dire è che le nostre forze armate sono pronte ad assolvere i loro compiti, nel pieno dettato costituzionale”-.

Posto che domanda e risposta sembrano “non casuali” ma rispondenti a esigenze di politica interna (far balenare l’ipotesi di un ruolo “di pace” per l’Italia potrebbe ridurre le tensioni nella maggioranza sulle forniture di armi all’Ucraina), appare stupefacente che l’Italia possa da un lato insultare i massimi vertici politici di Mosca Icome ha fatto il nostro ministro degli Esteri), porre sanzioni alla Federazione Russa, fornire armi agli ucraini affinché ammazzino russi e ucraini filo-russi e poi ipotizzare di uscirne ”all’italiana” inviando caschi in un’eventuale forza d’interposizione nell’ambito di una missione rigorosamente “di pace”.


La proposta italiana appare al momento una boutade a uso interno ma se un simile scenario dovesse concretizzarsi è immaginabile che l’ONU scelga i contingenti per una forza d’interposizione in Ucraina tra le oltre 150 nazioni che non hanno inviato armi a Kiev e non hanno applicato sanzioni a Mosca e che non sono stati inseriti dalla Russia nella lista delle “nazioni ostili”.

Le opportunità in tal senso non mancherebbero poiché queste due condizioni sono comuni a quasi tutto il mondo con l’esclusione di quasi tutti i paesi europei, USA, Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda.

Come abbiamo rilevato fin dall’inizio dell0’intervento militare russo in Ucraina, l’Italia avrebbe avuto l’opportunità di ricoprire un importante ruolo diplomatico, di mediazione che avrebbe potuto includere anche l’invio di forze di interposizione in caso di cessate il fuoco.

Per farlo Roma avrebbe semplicemente dovuto evitare, come hanno fatto alcuni stati membri della NATO, di inviare armi all’Ucraina (che peraltro non hanno cambiato il corso della guerra), senza rinunciare al suo tradizionale ruolo di “ponte” tra Russia e Occidente


Foto NATO e Difesa.it

La Russia, l'Iran e l'India hanno creato percorsi alternativi, molto più brevi per il commercio. Il mondo multipolare crea mentre gli Stati Uniti/Occidente sono impantanati in Ucraina

Cosa fa la Russia per commerciare con l’India e aggirare le sanzioni


8 luglio 2022

Cosa fa la Russia per commerciare con l'India e aggirare le sanzioni

La Russia ha effettuato un primo test dell’Instc, il corridoio commerciale con Iran e India che potrebbe aiutarla ad aggirare le sanzioni occidentali. Tutti i dettagli

Il giornale economico indiano The Economic Times scrive che il presidente russo Vladimir Putin si è speso per promuovere il Corridoio di trasporto internazionale nord-sud (INSTC), che mira a rafforzare i collegamenti tra la Russia e l’India, attraverso l’Iran.

Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, Nuova Delhi è diventata una grossa acquirente di petrolio greggio russo, nonostante i tentativi degli Stati Uniti e dell’Europa di isolare economicamente il Cremlino.

LE PAROLE DI PUTIN

A fine giugno, nel suo intervento al sesto Vertice del mar Caspio, alla presenza dei rappresentanti dei paesi dell’Asia centrale e dell’Iran, Putin ha menzionato l’INSTC e l’ha definito “un’arteria di trasporto da San Pietroburgo ai porti in Iran e in India”. Il Corridoio è lungo 7200 chilometri e, nelle intenzioni, dovrebbe coinvolgere la più ampia regione caspica.

I VANTAGGI DELL’INSTC

A giugno la Russia ha effettuato un “test” dell’INSTC, inviando due grossi container di laminati di legno destinati all’India da San Pietroburgo al porto di Astrakhan, sul mar Caspio, e da lì al porto di Bandar-e-Anzali, in Iran. Sono poi giunti via terra al porto iraniano di Bandar Abbas, sullo stretto di Hormuz, per essere infine spediti verso il porto di Mumbai, nell’India occidentale.

Di solito, le merci dalla Russia verso l’Asia meridionale fanno un giro molto più lungo, passando per i porti di Rotterdam (Paesi Bassi), Anversa (Belgio), Valencia (Spagna) e Pireo (Grecia) e attraversando il canale di Suez.

L’INSTC garantisce al commercio russo-indiano un risparmio di tempo (le spedizioni che seguono il Corridoio impiegano venticinque giorni per giungere a destinazione, invece dei soliti quaranta) e forse anche un vantaggio geopolitico: nel lungo periodo la rotta potrebbe infatti diventare un’alternativa al canale di Suez e al Bosforo, riducendo la dipendenza di Mosca dai due stretti e rendendola meno vulnerabile alle sanzioni occidentali.


La mappa mostra, in blu, la rotta percorsa solitamente da una nave portacontainer partita in Russia e diretta in India. In rosso, il percorso dell’INSTC.

L’INSTC potrebbe progredire una volta che verrà ultimata l’espansione della ferrovia trans-iraniana, che ridurrebbe i tempi di spedizione. E potrebbe, inoltre, evolvere in un progetto di connettività eurasiatico alternativo (per quanto su scala decisamente più ridotta) alla Belt and Road Initiative cinese, a cui l’India – rivale regionale di Pechino – non vuole aderire.

IL RUOLO DELL’INSTC NELLE RELAZIONI INDIA-IRAN

In un articolo pubblicato sul portale Eurasia Review e firmato dall’analista militare indiano Patial RC, si legge che per aggirare il progetto del gasdotto TAPI (fra Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India) che tarda a concretizzarsi, Teheran e Nuova Delhi si sono buttate sull’INSTC.

I due paesi hanno inoltre discusso dei piani di sviluppo congiunto del porto di Chabahar, nell’Iran meridionale, che ambisce proprio a diventare un polo per la commercializzazione degli idrocarburi centroasiatici. L’India vorrebbe che l’infrastruttura rientrasse nel Corridoio di trasporto nord-sud. E Putin, similmente, disse che la Russia ha interesse a fare della regione del Caspio un hub energetico e logistico.

Francesco non convince

Prete africano a Bergoglio: “Lei contraddice la tradizione cristiana”- Sospeso a Divinis

Non vorrei vi fosse sfuggito questo, durante la mia assenza. Da Aldo Maria Valli:

Padre Janvier Gbénou (pseudonimo: padre Jesusmary Missigbètò), sacerdote africano che ha rivolto critiche esplicite a papa Francesco (ad esempio qui, qui e qui) e per questo è stato espulso dall’Opus Dei, ha scritto una risposta pubblica all’ultimo decreto che gli vieta di predicare, confessare e celebrare la Messa sia in pubblico sia in privato.
***
Abidjan, 1 luglio 2022
Al pontefice regnante
Carissimo Padre,
ho appena ricevuto il decreto della Congregazione per i vescovi, firmato da Lei e dal cardinale Marc Ouellet, in cui convalidate le sanzioni impostemi dalla Prelatura dell’Opus Dei perché, secondo il decreto, ho mancato di “rispetto e obbedienza al Sommo Pontefice” (Codice di diritto canonico, 273). In breve, mi è stato proibito di predicare, confessare e celebrare la Messa in pubblico e in privato.
Prendo atto della Vostra decisione, che non approvo perché è ingiusta. Inoltre, non posso, in coscienza, rinunciare alle mie critiche pubbliche a papa Francesco perché, dal 2016, Lei stesso ha gravemente mancato di “rispetto e obbedienza a Dio e al popolo di Dio”. Infatti, prima di essere papa e vescovo, Lei è un sacerdote e, secondo il Codice di diritto canonico, “nella conduzione della loro vita, i chierici sono tenuti in modo speciale a perseguire la santità poiché, essendo stati consacrati a Dio con un nuovo titolo nella ricezione degli ordini, sono dispensatori dei misteri di Dio al servizio del suo popolo” (276). Inoltre, come vescovo e papa, Lei è interessato dai seguenti canoni: “L’apostata dalla fede, l’eretico o lo scismatico incorre nella scomunica latae sententiae” (1364); “Chi in uno spettacolo o discorso pubblico, in uno scritto pubblicato o in altri usi degli strumenti di comunicazione sociale pronuncia bestemmie, ferisce gravemente i buoni costumi, esprime insulti, suscita odio o disprezzo contro la religione o la Chiesa, sia punito con una giusta pena” (1369)
O Padre, mi permetta di dirLe che è venuto meno al suo dovere di santità sacerdotale, episcopale e papale; e che ha propagato eresie e ferito gravemente i buoni costumi. E nel suo caso, più che per un semplice sacerdote o vescovo, questo è ben più grave, perché il buon esempio di un papa può fare molto bene, mentre il suo cattivo esempio può fare molto male. Ricordi le seguenti parole di Gesù Cristo, nostro Signore e Maestro, vero giudice di tutti gli uomini e anche di Papa Francesco: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Luca 12:48); “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. 7 Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!” (Matteo 18:6-7). Ebbene, Lei ha scandalizzato più volte il mondo intero contraddicendo la Tradizione cristiana. Lasci che ne dia ora le prove.
1. È moralmente giusto che un cristiano, un sacerdote o un vescovo prenda l’iniziativa di chiedere leggi sulla convivenza omosessuale? Dio e la Chiesa cattolica hanno sempre detto “no”. Papa Giovanni Paolo II e il papa emerito Benedetto XVI ci hanno ricordato che ogni cristiano ha il “dovere di testimoniare la verità” e di mostrare “un’assoluta opposizione personale a tali leggi”, altrimenti commette “un atto gravemente immorale” (Congregazione per la dottrina della fede, 3 giugno 2003). Purtroppo, alla domanda <

2. È moralmente giusto dare il sacramento dell’Eucaristia a politici pubblicamente favorevoli all’aborto che non rinunciano all’aborto? Dio e la Chiesa cattolica hanno sempre risposto “no” (cfr. Codice di diritto canonico, 915-916). Purtroppo, Lei ha invece risposto “sì”. Lo ha fatto il 15 settembre 2021, pubblicamente, con l’incredibile sostegno dei cardinali Ladaria, Peter Turkson, Wilton Gregory e degli arcivescovi Paglia e Michael Jackels. Il 29 giugno 2022, certamente in modo consapevole e premeditato, ha permesso a Nancy Pelosi, pubblicamente nota per il suo sostegno all’aborto, di ricevere la Santa Eucaristia in Vaticano, durante una Messa celebrata da lei stesso, ben sapendo che ciò era stato pubblicamente proibito a Nancy pelosi dal suo vescovo residente. In questo modo, Lei porta la Chiesa cattolica a non rispettare le proprie leggi contenute nel Codice di diritto canonico e a non rispettare Dio e il popolo cattolico.

3. È moralmente giusto eseguire un’isterectomia (rimozione dell’utero) con il consenso di esperti medici, ma senza un’emergenza medica per la salute della madre? Dio e la Chiesa cattolica hanno sempre detto “no”. Papa Giovanni Paolo II e il papa emerito Benedetto XVI hanno chiarito che se un gruppo di esperti medici conferma a una donna che le sue future gravidanze non costituiranno una minaccia per la sua salute o la sua vita, non può essere rimosso l’utero con la scusa che le sue future gravidanze non arriveranno mai a termine (cfr. Congregazione per la dottrina della fede, 31 luglio 1993). Purtroppo, Lei e la Congregazione per la dottrina della fede avete risposto “sì”. Infatti, il 10 dicembre 2018, insieme al cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. (prefetto) e all’arcivescovo Giacomo Morandi (segretario), avete aperto la porta alla sterilizzazione diretta, la prima misura antinatalista della Chiesa cattolica e il primo errore della Congregazione per la dottrina della fede (cfr. la mia terza lettera aperta).
4 ). È moralmente giusto dire che “l’impegno a vivere in continenza può essere proposto” ai cristiani ed è “un’opzione”? Dio e la Chiesa cattolica hanno sempre risposto “no”. Tutti i cattolici con un minimo di formazione cristiana ortodossa (e anche i non cristiani che si sforzano di vivere la legge morale naturale) sanno che la castità non è mai un’opzione ma un grave dovere morale per ogni essere umano (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, 2331-2400). Purtroppo, Lei invece ha risposto “sì”. Infatti, il 5 settembre 2016, lei e i vescovi della Regione pastorale di Buenos Aires avete dichiarato che “l’impegno a vivere in continenza può essere proposto. Amoris laetitia non ignora le difficoltà di questa opzione… l’opzione menzionata potrebbe, infatti, non essere realizzabile”. Inoltre, il 5 giugno 2017, lei ha ordinato che queste tre frasi fossero pubblicate come Magisterium authenticum (Acta Apostolicae Sedis, 108). In duemila anni di storia cattolica, questo è il primo errore dottrinale-morale papale così registrato negli archivi vaticani (cfr. la mia seconda lettera aperta), con il sorprendente sostegno di diversi cardinali, vescovi e sacerdoti: Parolin, Kasper, Schönborn, Coccopalmerio, Vallini, Cupich, Grech, Paglia, Forte, Scicluna, Fenoy, McElroy, Spadaro, Bordeyne, eccetera.
La mia sanzione di questa mattina chiarisce che Lei, monsignor Fernando Ocáriz [il prelato dell’Opus Dei, NdT] e il cardinale Marc Ouellet conservate ancora una capacità di giudizio morale. Perché, allora, i Vostri colpevoli e scandalosi silenzi di fronte a cardinali che mancano gravemente di “rispetto e obbedienza a Dio e al popolo di Dio”?
Ricordo altresì il cardinale Hollerich, S.J. (che ha detto pubblicamente che “l’insegnamento della Chiesa che l’omosessualità è peccato è falso”), il cardinale Marx (che ha detto pubblicamente che “l’omosessualità non è un peccato”), il cardinale Matteo Maria Zuppi (che ha permesso a padre Gabriele Davalli di benedire una coppia omosessuale in una Messa dell’11 giugno 2022), il cardinale Blase Cupich (che ha dato a padre Joe Roccasalva il permesso di far tenere a una coppia omosessuale l’omelia in una Messa del 19 giugno 2022, festa del papà), ecc.
Quale sanzione per questi cardinali infedeli all’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica? Nessuna. Al contrario, posizioni di responsabilità e pubblici elogi da parte di papa Francesco, mentre vengono sanzionati i sacerdoti fedeli alla Tradizione cristiana.
O Padre, che cos’è questa giustizia ingiusta di papa Francesco e del Vaticano? È sicuro che Dio possa accettare una tale ingiustizia? Perché oggi questo vento di dittatura nella Chiesa cattolica contro coloro che preferiscono obbedire alla legge divina assoluta invece di seguire la Vostra flagrante disobbedienza a questa eterna legge divina? Dopo tutto questo, pensate davvero di meritare il rispetto dei cristiani, quando li portate a offendere Dio e a disprezzare la legge eterna?
Infine, la condanna che ho ricevuto nel Decreto di questa mattina è ingiusta perché non tiene conto delle seguenti parole di Gesù Cristo (che, lo dico con rispetto, sarebbe bene che Lei, monsignor Ocáriz e il cardinale Ouellet meditaste con calma): “Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Matteo 7:3-5) Quali sono i miei errori (la pagliuzza) rispetto agli errori di papa Francesco (la trave)? Spero che gli intellettuali cattolici abbiano il coraggio di difendere questa verità, per amore di Gesù e della sua Chiesa.
Qual è il più grande crimine del sacerdote africano ora sanzionato? Aver avuto l’audacia di contraddire in pubblico papa Francesco e la sua Congregazione per la dottrina della fede. Ma Gesù (trentenne) non ha forse fatto lo stesso con i capi religiosi del suo tempo (che avevano 60, 70, 80 anni) perché era la verità? Purtroppo, lo consegnarono per essere crocifisso. Eppure, è da questo sacrificio che Dio ha tratto la sua vittoria: la luce della Verità ha brillato sulle tenebre dell’errore e della menzogna. Padre carissimo, mi rifugio nel costato aperto di Gesù Crocifisso e nelle lacrime della Vergine Maria ai piedi della Croce.
Suo figlio in Gesù, Maria e Giuseppe,
Abbé Janvier Gbénou

Ecco il saluto di Monsignor Viganò al prete sospeso a divinis per aver detto la verità:

Monsignor Viganò a padre Janvier Gbénou: “Tutta la mia vicinanza. Un onore essere perseguitati per la difesa della Verità”
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• by Aldo Maria Valli
Cari amici di Duc in altum, l’arcivescovo Viganò ha scritto a padre Janvier Gbénou (pseudonimo: padre Jesusmary Missigbètò), il sacerdote africano che ha rivolto critiche esplicite a papa Francesco (ad esempio qui, qui e qui) e per questo è stato espulso dall’Opus Dei. Il 5 luglio abbiamo pubblicato la risposta di padre Janvier all’ultimo decreto che gli vieta di predicare, confessare e celebrare la Messa sia in pubblico sia in privato. Scrive monsignor Viganò: “Si rallegri, caro e reverendo Padre, perché se i nemici di Dio non trovassero in Lei alcun motivo per perseguitarLa, significherebbe che Ella non dà testimonianza della Sua fedeltà al Signore”.
L’integrale qui:

Un po' di storia di confine tra gli invasori Stati Uniti e il Messico

L’insorgenza dei Cristeros

Coscienza e Dovere | L’insorgenza dei Cristeros

Spesso capita che molti fatti si perdano nei meandri della storiografia “ufficiale”. La dura lotta dei Cristeros messicani ne è l’ennesimo esempio. Combattenti per difendere la fede in Dio e nella Santa Vergine Maria, i Cristeros scelsero la via della lotta a quella dell’abiura. Come i combattenti vandeani, questi uomini, donne e bambini ,di ogni strato sociale, ci ricordano quanto bisogni saper tener duro quando si combatte per difendere a qualsiasi costo la Verità e la Giustizia. A loro Pino Tosca ha dedicato questo articolo che scegliamo di riportare alla luce oggi, con la speranza di ravvivare ,nel nostro piccolo, una testimonianza su questi eroici combattenti che anche un giovane Léon Degrelle andò ad incontrare in terra messicana durante gli anni della loro repressione. 
Segnaliamo inoltre che in Italia sono disponibili i seguenti titoli per chi volesse approfondire la storia dei Cristeros:

-Il Padre Pro. Il santo dei Cristeros (edizioni Amicizia Cristiana) 

-Cristiada. Messico martire (edizioni Amicizia Cristiana) 

-Encicliche sulle persecuzioni in Messico dal 1926 al 1937. (edizioni Amicizia Cristiana) 

-Cristiada. L’epopea dei Cristeros in Messico (edizioni Lindau) 


L’INSORGENZA DEI CRISTEROS   

Un famoso adagio del Centro america così recita: “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”. In realtà, a Dio il Messico è sempre stato più vicino di tante nazioni occidentali. Ma è purtroppo vero che i suoi 2.600 chilometri di frontiera in comune con l’Impero del Dollaro hanno sempre segnato la spogliazione dell’antica identità ispanica del Messico. Gli yankees si appropriarono del Texas, dell’Arizona, della California e del Nevada, rapinandoli ai loro vicini, riuscendo persino a passare per “liberatori”. In realtà essi esercitavano nei territori a loro  soggetti ancora la schiavitù, che il cattolico Messico odiava ed aveva abolita da tempo. Le motivazioni di questo espansionismo colonialista erano certamente economiche (il Texas dotato di grandi risorse doveva servire al capitalismo del Nord e non al Messico sudista), ma non mancavano certo quelle religiose. Vi era un odio radicato, venato da sfumature razziste, nel protestantesimo nord-americano contro il cattolicesimo messicano. Quest’odio andava placato.

I novanta anni che separano Fort Alamo dalla rivolta dei Cristeros sono contrassegnati dalla opprimente interferenza statunitense nella vita politica messicana, al punto che si può dire che non vi fu caduta o ascesa di un sol uomo politico che non fosse stata prima pianificata a Washington. Elemento decisivo nel cambio della guardia a Città del Messico era sempre un esercito di vocazione golpista, totalmente nelle mani delle logge. Un esercito costituito al 40% da ufficiali, dei quali il 90% era stato iniziato in Massoneria. Mario Appelius, il noto giornalista radiofonico italiano, scriveva nel 1920: “In Messico non c’è il Bolscevismo… Il Messico è in questo momento un potenziale della 3° Internazionale social-massonica governato da un Herriot nelle vesti di generale messicano”. Non è del resto da sottacere il fatto che le logge messicane avevano ed hanno come loro occulti referenti  i Gran Maestri di quelle statunitensi, alle quali è del resto affiliata la maggioranza dei banchieri, dei diplomatici e dei Presidenti (come è il caso dello stesso George Bush). Nel 1926, a capo di USA e Messico c’è una quaterna di massoni: il Presidente yankee ed il trio Calles-Obregon-Marones. Tutti costoro (ai quali vanno aggiunti i grandi pescecani come Morgan ed i diplomatici come Morrow) decidono di rivoluzionare il modus vivendi tradizionale del popolo messicano. Produttore di materie prime e ricco di petrolio, minerali e produttori agricoli, il Messico viene stretto in una morsa economico-militare dagli USA che riescono a succhiare  enormi  quantità di petrolio a prezzi stracciati e addirittura ad esportare i loro cereali in uno Stato già esuberante di produzione agricola. In cambio di questo incredibile sfruttamento, gli yankees offrono ai generali massoni ogni tipo di assistenza logistica e bellica per tener salde le loro poltrone. Il programma di Calles era infatti molto esplicito: “Il mio programma è costruttivo e logico – egli affermò – in caso non sarà mai ostile alla proprietà ed al capitale”. Si può ben capire, quindi, perché gli affaristi stranieri salutarono la sua ascesa come “la roccia di bronzo su cui riposano l’ordine e la pace” e perché l’ambasciatore americano  Sheffield lo giudicasse il miglior Presidente dopo Porfirio Dìaz. Il giudizio, poi, divenne addirittura apologetico quando Calles stracciò le precedenti disposizioni di Huerta in materia di protezionismo petrolifero, con la concessione agli USA di uno sfruttamento semigratuito delle risorse messicane.

FIG.1 – Combattenti Cristeros in una messa clandestina

Nel 1925 Calles sborsò ai banchieri americani tutte le obbligazioni, impegnandosi in un’opera di vigile tutela degli interessi yankee in Messico, che, del resto, era attuata d’intesa col grande capitale messicano rappresentato da Pani, Manuel Tellez, Montes de Oca. Del pari, il rappresentante ufficiale degli USA,  Morrow, altro non era che un agente dichiarato di Morgan. Egli instaurò col confratello Calles un’amicizia personale inossidabile, al punto che Vasconcelos battezzava Morrow col titolo di “proconsole”. E fu Morrow a giocare un ruolo essenziale nel conflitto politico-religioso che si andava espandendo con la rivolta dei Cristeros. Al riguardo, in un interessante libro di H. Keraly sui Cristeros, un certo Pablo dice all’autore del volume: “Senza gli Stati Uniti d’America, i Messicani oggi avrebbero potuto usufruire di un governo cattolico, sorto dall’insurrezione cristera. Avremmo un Messico prospero e autosufficiente. Gli Americani non hanno voluto. Essi hanno messo i loro piedi (compresi quelli militari) nella bilancia di una Rivoluzione di agitatori  sanguinari e corrotti. Le loro motivazioni non erano soltanto ideologiche. Il Messico esangue è un eccellente terreno di caccia per gli affaristi, i banchieri, i re del petrolio. I Messicani vivono ogni giorno in silenzio questa umiliazione”. Nel settembre 1927, Luis Bustos così scriveva ai dirigenti della Lega Nazionale per la difesa della libertà religiosa di Città del Messico: “Gli Stati Uniti non ammettono e non ammetteranno mai che il movimento contro l’attuale regime sia di carattere cattolico: al  punto che né i prelati americani, né i cattolici, nè i potenti banchieri o petrolieri gli porteranno il minimo aiuto. Qualunque sia il sentimento degli uomini che occupano la Casa Bianca, costoro dovranno sottomettersi ai riflessi anticattolici dell’enorme maggioranza dei cittadini americani”. L’anticattolicesimo yankee si evidenzierà chiaramente nei tre anni eroici della Cristiada quando né un fucile né una cartuccia passeranno la frontiera in direzione della guerriglia. Al contrario, al governo di Calles perverrà tutto l’appoggio militare possibile da parte di Washington: camions, battelli, treni interi carichi di armi e munizioni partivano dagli Stati Uniti per rifornire le truppe di Calles, coadiuvate da piloti e carristi yankee. Mons. Josè de Jesus Manriquez il 13/2/’29 scriveva del suo esilio: “Nessuno deve stupirsi che i Liberatori cattolici non abbiano ancora trionfato, dal momento che essi non combattono soltanto contro le orde della tirannia, ma anche contro la potente Nazione del nord e tutta l’armata anticristiana che pretende di finirla col cattolicesimo messicano”. Tre anni prima, monsignor Curley, arcivescovo di Baltimora aveva scritto: “Carranza e Obregon hanno regnato nel Messico grazie all’appoggio di Washington. Le mitragliatrici che hanno aperto il fuoco, qualche settimana fa, contro il clero ed i fedeli di San Luis Potosi erano mitragliatrici nordamericane. I fucili che erano stati utilizzati contro le donne a Città del Messico, per profanare la Chiesa della Sacra Famiglia, provenivano dal nostro paese. Siamo noi, grazie al nostro governo, ad armare gli assassini professionisti di Calles, a sostenerli in questo abominevole piano teso a distruggere l’idea stessa di Dio nel cuore di milioni di ragazzi messicani”. L’arcivescovo di San Antonio, Mons. Drossaerts, era ancora più esplicito: “Non abbiamo forse appoggiato l’odioso Carranza? Non abbiamo sostenuto quel vecchio bandito di Pancho Villa? Non abbiamo elevato alla Presidenza della Repubblica Alvaro Obregon? Non ci stiamo comprando l’amicizia di Calles procurandogli gli aerei con i quali bombarda oggi gli eroi che muoiono per la loro fede nello Stato di Jalisco?… E’ lo schiacciante potere degli Stati Uniti che porta un sostegno illimitato ai bolscevichi messicani inviando il suo ambasciatore ad onorare Calles, sorvegliando scrupolosamente le proprie frontiere per proibire alla più piccola cassa di munizioni di cadere nelle mani degli eroi che lottano per il loro onore e la loro libertà”.

 “Yankee, io muoio per colpa tua” gridavano i soldati di Cristo Re. Ma dietro gli yankees vi erano le ombre dei fratelli delle logge e, purtroppo, della gran maggioranza dei vescovi. Il Messico è oggi il solo paese del mondo occidentale in cui ai sacerdoti cattolici sia vietato indossare l’abito talare. D’altro canto al potere in Messico è, ancor oggi, il partito fondato da Calles alla fine degli Anni Venti. Il che significa che la tradizione laico-massonica non è mai venuta meno in settant’anni di gestione dello Stato. Ma in realtà è dal 1911 che l’anticlericalismo comincia ad essere codificato. Nel 1917 la Costituzione Rivoluzionaria, ancor oggi in vigore,accentua nello stato ogni forma aggregativa:vengono quindi eliminati ogni corpo intermedio e gli stessi sindacati cattolici.Ma è a partire dal ’24 che l’anticattolicesimo assume un aspetto apocalittico.Da quel momento, il chiodo fisso di Calles e dei suoi fautori interni ed esterni è quello di fare a pezzi la Chiesa e la Dottrina Sociale.A fucilate impone quella riforma agraria di tipo “cittadino” che rovinera’ sino ad oggi tutto il mondo rurale (sociologicamente cattolico). Poi impone una educazione ultra-laicista, per non dire autenticamente atea, alle scuole che devono essere “statali, gratuite e obbligatorie”. Passa poi all’ azione diretta contro la Chiesa e il culto al punto che è vietato salutarsi con il classico Adios in quanto allusione filo-religiosa. Il generale Ortiz, noto macellaio callista, fa fucilare un soldato perche’ portava al collo, sotto,la camicia, una medaglia con la Vergine di Guadalupe. Una legge del 28/2/25 a Tabasco proibisce l’esercizio del ministero ai sacerdoti non i possesso dei seguenti requisiti:

1)Essere Tabascheno o Messicano di nascita

2)Aver piu’ di 40 anni

3)Aver fatto gli studi di ogni grado presso le scuole(atee) dello Stato

4)Essere di buona moralita’ (laica)

5)Essere sposati

6)Non aver subito alcun procedimento giudiziario.

Nell’estate del ’26, gli sgherri di Calles affiggono sulle porte delle Chiese la seguente ordinanza:

art.1) 50 pesos d’ammenda e 1 anno di prigione per chi fa suonare la campana di una Chiesa.

art.2) Stessa per chi insegna a pregare ai propri figli.

art 3) Stessa pena per chi sara’ sorpreso a conservare santini religiosi.

art 4) Idem per chi porta medagliette religiose su di sé.

E così di seguito sino all’art. 30)

La legge del 14/6/26 è il colpo finale: espulsione delle congregazioni religiose, inventario e confisca dei beni ecclesiastici, messa fuorilegge di ogni tipo di organizzazione non controllata dallo Stato ed, infine stato giuridico dei sacerdoti quali dipendenti dello Stato. È la costituzione civile del clero, di giacobina memoria. Per chi non ubbidisce c’è la tortura e la morte. La reazione cattolica si muove allora su due binari ben precisi, d’accordo con la gerarchia:

– Il boicottaggio economico;

– La sospensione del culto religioso.

 

FIG.2 – Fucilazione di José Ramón Miguel Agustín Pro Juárez detto “Padre Pro”, presbitero messicano, gesuita, beatificato da papa Giovanni Paolo II e fucilato nel 1927

È la guerra civile. La repressione massonica non conosce più limiti. La parola, per i cattolici, è ora alle armi in una guerra di difesa di sé stessi e della religione. E mentre il clero tentenna, si battono i valorosi Crociati della Cristiada.

Pio XI, allora, cerca un accordo a qualsiasi costo. Il suo legato apostolico, Mons. Crespi, moltiplicò le concessioni agli assassini massoni senza ottenere nulla in cambio. La gerarchia ordina ai sacerdoti di non aderire alle sommosse dei Cristeros e ai parroci di campagna di trasferirsi in città. Solo 110 preti, su 3.500, disobbediranno e raggiungeranno i Cristeros. Ma questi ultimi vanno al combattimento ed alla morte forti del solo sacramento battesimale. Gli uomini della brigata Quintanar così rispondono al vicario episcopale che aveva chiesto a loro di farsi sgozzare evangelicamente: “Senza il vostro permesso e senza il vostro ordine, ci siamo lanciati in questa lotta benedetta per la liberta’ religiosa. Ed è senza il vostro permesso ed il vostro ordine che noi la proseguiremo fino alla vittoria o alla morte. Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe! Viva il Messico!”. Per tre anni, i Crociati trasformano tutto il Messico in un immenso campo di battaglia. Ma il 21/6/29, il Vaticano, nonostante le vittorie militari dei cattolici, fa un passo mortale e sigla i famigerati Arreglos con Calles, tesi a por fine alla Cristiada, svendendo letteralmente i Crociati alla massoneria. Inizia così la grande mattanza contro i guerriglieri di Cristo Re. Sorgono le colonne neo-giacobine dei Defanatizzatori, che riempiono cesti di vimini con le teste tagliate dei cattolici. Al grido di “Viva Satana nostro padre” sono finalmente liberi di vendicare la morte del loro colonnello Mano Nera, ucciso in combattimento dai Cristeros mentre urla “Viva il Demonio!”. Nel giro di qualche settimana, cinquemila Cristeros vengono massacrati. Grazie anche alla diplomazia vaticana, la questione cattolica trova così in Messico la sua soluzione finale.

Pino Tosca