L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 luglio 2022

Un po' di aria pulita, non se ne poteva proprio più. L'Occidente in Guerra con la Federazione Russa spera di trovare una scappatoia per l'economia/finanza che da da matti, non è sufficiente per gli Stati Uniti scaricare l'inflazione sul resto del mondo Occidentale

DRAGHI E LAGARDE: IL PIZZINO DELLA BCE!

Scritto il  alle 09:51 da icebergfinanza

Bella giornata davvero ieri, un po di aria pulita. Nessuna illusione per il futuro, il pizzino che ha presentato ieri la Lagarde sull’utilizzo dello scudo antispread la dice lunga su come l’Europa si sta preparando ad accogliere in autunno il nuovo governo italiano.

Aria pulita dicevo, personaggi come Speranza, DiMaio, Brunetta e Lamorgese, finiranno nella pattumiera della storia alle prossime elezioni.

Fine della commedia, occupiamoci di altro.

Ieri la Lagarde oltre ad un inutile e per nostra fortuna controproducente doppio aumento dei tassi, salendo da zero a 0,50%, ha annunciato il famigerato scudo anti spread.

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E meno male che la BCE non fa politica!

Di volta in volta…

Il Consiglio direttivo esaminerà un elenco cumulativo di criteri per valutare se le giurisdizioni in cui l’Eurosistema può effettuare acquisti nell’ambito del TPI perseguano politiche fiscali e macroeconomiche sane e sostenibili. … Questi criteri costituiranno un contributo al processo decisionale del Consiglio direttivo e saranno adattati dinamicamente ai rischi e alle condizioni da affrontare… 

… in parole povere, decideremo noi chi ci piace o no, quale governo o Paese salvare, come è successo con la Grecia o fate le riforme o tanti auguri.

Il MES riappare sullo sfondo delle prossime elezioni italiane. Quindi votate bene!

Ma la novità di ieri, è stata che per la prima volta nella storia, la BCE ha ammesso che l’euro, il cambio, la debolezza della moneta unica ( … che come ben sapete contribuisce ad importare inflazione ) è un problema.

Al punto che, in parte, la decisione di un aumento maggiore è dovuta appunto alla debolezza dell’euro.

In realtà il dollaro ha fatto spalluccie, la dichiarazione della Lagarde non è servita a nulla, l’euro prosegue il suo rimbalzo del gatto morto verso gli obiettivi specificati nell’ultimo manoscritto.

L’aggiornamento a livello cinematico della dinamica legata allo spread, suggerisce grande prudenza per le prossime settimane, con nuovi obiettivi elevati per il differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco.

Nel frattempo ieri, altra batteria di pessimi dati in arrivo dall’America!

Le richieste di disoccupazione in America hanno raggiunto il massimo da 8 mesi!

La principale compagnia telefonica crolla in borsa perchè gli americani non possono permettersi di pagare le bollette telefoniche…

Il calo degli annunci di lavoro in America è appena iniziato, con il 94% degli Stati che presenta sempre meno opportunità.

Il secondo distretto manifatturiero americano, quello di Philadelphia è in caduta libera…

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Ordini…

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… e soprattutto prezzi pagati!

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Il mercato obbligazionario sta sempre più iniziando a prezzare la recessione, il picco sui tassi e sull’inflazione.

Manca poco alla svolta, il livello si sta avvicinando rapidamente.

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Da inizio anno abbiamo centrato 2 grandi obiettivi, la parità euro dollaro con una performance del dollaro superiore al 15% e l’avvertimento di uscire dai mercati azionari, ben prima dell’inizio della guerra, un crollo superiore al 20%. Non solo abbiamo “indovinato” anche che lo spread sarebbe salito oltre 250 punti e di conseguenza l’opportunità sui nostri bond. Tutto in tempi non sospetti, tutto testimoniato dal nostro OUTLOOK 2020.


https://icebergfinanza.finanza.com/2022/07/22/draghi-e-lagarde-il-pizzino-della-bce/

Abe il Moro giapponese


L’ASSASSINIO DELL’ARCIDUCA SHINZO ABE
I globalisti hanno passato il Rubicone
By Markus On 21 Luglio 2022 30,676


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Emanuel Pastreich
emanuelprez.substack.com

L’8 luglio nell’antica capitale del Giappone era una giornata afosa. Shinzo Abe, la figura più potente della politica giapponese, stava tenendo un discorso per un candidato locale del Partito Liberal-Democratico di fronte alla stazione ferroviaria di Nara Kintetsu, quando improvvisamente si era sentito un forte botto, seguito da una strana nuvola di fumo.

La reazione era stata incredibile. Tra la folla, insolitamente numerosa, non c’era stata una sola persona che fosse corsa al riparo o che si fosse buttata a terra in preda al terrore.

Le guardie del corpo di Abe, che, durante il suo discorso, erano stranamente rimaste lontane da lui, lo avevano guardato impassibili, senza fare alcuno sforzo per fargli da scudo o per portarlo in un luogo sicuro.

Pochi secondi dopo, Abe si era piegato in due e si era accasciato a terra, rimanendo immobile nella sua giacca blu standard, la camicia bianca, ora macchiata di sangue, e il distintivo blu di solidarietà con gli ostaggi giapponesi in Corea del Nord. Molto probabilmente era rimasto ucciso all’istante.

Solo allora le guardie del corpo avevano catturato il sospettato, Yamagami Toruya, che si trovava alle spalle di Abe. La colluttazione con Yamagami era sembrata quasi una danza coreografica per il pubblico televisivo, non un arresto eseguito in modo professionale.

Yamagami era stato immediatamente identificato dai media come un ex membro di 41 anni della Forza di autodifesa marittima che aveva dei rancori personali con Abe.

Yamagami ha raccontato tutto alla polizia senza esitazione. Non ha nemmeno cercato di scappare dalla scena e, quando le guardie del corpo lo hanno bloccato, era ancora in possesso della stupida pistola artigianale.
Anche dopo che Abe era caduto esanime sul marciapiede, non una sola persona tra la folla era scappata o si era guardata intorno per capire da dove provenissero gli spari. Tutti sembravano sapere, magicamente, che la sparatoria era finita.

Poi era iniziata la commedia. Invece di far salire Abe su un’auto e portarlo via, quelli che gli stavano intorno si erano limitati a interpellare gli astanti, chiedendo se tra loro ci fosse un medico.

I media, per questo omicidio, hanno immediatamente abbracciato la tesi dello “sparatore solitario,” ripetendo la divertente storia di come Yamagami fosse associato a Toitsu Kyokai, una nuova religione fondata dal carismatico sciamano Kawase Kayo, e perché incolpasse Abe, che aveva rapporti con quel gruppo, dei problemi di sua madre.

Poiché Toitsu Kyokai ha seguaci della Chiesa dell’Unificazione fondata dal reverendo Moon Sun Myung, il giornalista Michael Penn è giunto alla conclusione che la cospirazione che ha portato alla morte di Abe era il risultato della sua collaborazione con i seguaci di Moon.

Anche se i media mainstream hanno accettato questa storia fantastica, la polizia e l’apparato di sicurezza giapponesi non sono riusciti a stroncare le interpretazioni alternative. Il 10 luglio, il blogger Takashi Kitagawa ha pubblicato del materiale che farebbe capire che ad Abe era stato sparato di fronte, non di spalle, come avrebbe fatto Yamagami, e che i colpi dovevano essere stati sparati con una traiettoria angolata dalla cima di uno, o di entrambi, gli alti edifici ai lati dell’incrocio di fronte alla piazza della stazione ferroviaria.

I post di Takahashi Kitakawa:




L’analisi di Kitagawa sulle traiettorie dei proiettili è stata più scientifica di quella offerta dai media, che hanno sostenuto, senza alcun fondamento, che Abe era stato colpito una sola volta, fino a quando, la sera stessa, il chirurgo non aveva annunciato che i proiettili erano due.

Le probabilità che un uomo in mezzo alla folla sia stato in grado di colpire due volte Abe con una rozza pistola artigianale da più di cinque metri di distanza sono basse. Il personaggio televisivo Kozono Hiromi, anch’egli esperto di armi, ha osservato nel suo programma “Sukkiri” (il 12 luglio) che una simile impresa sarebbe stata incredibile.

Un’attenta visione dei video suggerisce che sarebbero stati sparati diversi colpi con un fucile munito di silenziatore dalla cima di un edificio vicino.

Il messaggio al mondo

Per una figura come Shinzo Abe, l’attore politico più potente del Giappone e la persona a cui i politici e i burocrati giapponesi si erano rivolti in risposta all’incertezza senza precedenti nata dall’attuale crisi geopolitica, essere ucciso con dei colpi d’arma da fuoco senza una seria scorta nelle vicinanze non ha senso.

Forse il messaggio non è stato recepito dagli spettatori in patria, ma è stato chiarissimo per gli altri politici giapponesi. Del resto, il messaggio è stato chiaro anche per Boris Johnson, che è stato costretto a lasciare il potere quasi esattamente nello stesso momento in cui Abe veniva colpito dai proiettili, o per Emanuel Macron, che l’11 luglio è stato improvvisamente coinvolto in uno scandalo riguardante alcuni favori fatti ad Uber e ha dovuto affrontare richieste di rimozione dall’incarico, dopo che mesi di proteste di massa non erano riusciti ad influenzarlo in alcun modo.

Il messaggio era scritto in rosso sulla camicia bianca di Abe: l’adesione al sistema globalista e la promozione del regime COVID-19 non sono sufficienti a garantire la sicurezza personale, nemmeno per il leader di una nazione del G7.

Abe è stato finora la vittima più importante di quel cancro nascosto che corrode la governance degli Stati nazionali di tutto il mondo, una malattia istituzionale che sposta il processo decisionale dai governi nazionali ad una rete di banche private gestite da supercomputer, a gruppi di private equity, società di intelligence con sede a Tel Aviv, Londra e Reston, e a pensatori strategici assunti dai miliardari del World Economic Forum, dalla NATO, dalla Banca Mondiale e da altre incredibili istituzioni.

La quarta rivoluzione industriale è stata la scusa utilizzata per trasferire il controllo di tutte le informazioni in entrata e di tutte le informazioni in uscita dai governi centrali a Facebook, Amazon, Oracle, Google, SAP e altri in nome dell’efficienza. Come aveva osservato J. P. Morgan, “Tutto ha due ragioni: una buona ragione e una vera ragione.”

Con l’assassinio di Abe, questi tiranni della tecnologia e i loro padroni hanno attraversato il Rubicone, dimostrando che coloro che sono investiti dell’autorità statale possono essere impunemente tolti di mezzo, se non eseguono gli ordini.

Il problema del Giappone

Il Giappone è considerato l’unica nazione asiatica sufficientemente avanzata per entrare a far parte dell'”Occidente,” per essere membro dell’esclusivo club del G7 e per essere qualificato a collaborare con il programma di condivisione dei servizi di intelligence più importanti, quelli dei “Five Eyes,” e farne parte. Ciononostante, il Giappone ha continuato a sfidare le aspettative e le richieste dei finanzieri globali e dei pianificatori all’interno della cintura di Wall Street che lavorano per il Nuovo Ordine Mondiale.

Sebbene in Asia la Corea del Sud sia stata costantemente rimproverata da Washington come un alleato non all’altezza del Giappone, la verità è che i super-ricchi impegnati a prendere il controllo del Pentagono e dell’intera economia globale stavano iniziando a nutrire dubbi proprio sull’affidabilità del Giappone.

Il sistema globalista della Banca Mondiale, di Goldman Sachs o del Centro Belfer per la Scienza e gli Affari Internazionali dell’Università di Harvard ha un percorso prestabilito per le migliori e le più brillanti “nazioni avanzate.”

Le élite australiane, francesi, tedesche, norvegesi o italiane imparano a parlare correntemente l’inglese, trascorrono un periodo a Washington, a Londra o a Ginevra presso un think tank o un’università, si assicurano un posto di lavoro in una banca, in un’istituzione governativa o in un istituto di ricerca che garantisca loro un buon reddito e prendono come vangelo la prospettiva di buon senso e pro-finanza, offerta dall’Economist Magazine.

Il Giappone, tuttavia, pur avendo un proprio sistema bancario avanzato, pur avendo una padronanza delle tecnologie avanzate che lo rende l’unico rivale della Germania nel settore delle macchine utensili e pur avendo un sistema educativo sofisticato in grado di generare numerosi premi Nobel, non produce leader che seguono questo modello di nazione “sviluppata.”

L’élite giapponese, per la maggior parte, non studia all’estero e il Giappone ha circoli intellettuali sofisticati che non si affidano ad informazioni provenienti da fonti accademiche o giornalistiche estere.

A differenza di altre nazioni, i Giapponesi scrivono sofisticati articoli di stampa interamente in giapponese, citando solo esperti giapponesi. In effetti, in campi come la botanica e la biologia cellulare, il Giappone ha riviste di livello mondiale scritte interamente in giapponese.

Allo stesso modo, il Giappone ha una sofisticata economia interna che non è facilmente penetrabile dalle multinazionali – per quanto ci provino.

La massiccia concentrazione di ricchezza dell’ultimo decennio ha permesso ai super-ricchi di creare reti invisibili per una governance globale segreta, rappresentata al meglio dal programma Young Global Leaders del World Economic Forum e dal programma Schwarzman Scholars. Queste figure emergenti della politica si infiltrano nei governi, nelle industrie e negli istituti di ricerca delle varie nazioni per fare in modo che l’agenda globalista vada avanti senza ostacoli.

Anche il Giappone è stato colpito da questa forma subdola di governance globale. Eppure, i Giapponesi che parlano bene l’inglese o che studiano ad Harvard non sono necessariamente destinati a fare carriera nella società giapponese.

La diplomazia e l’economia giapponesi sono ostinatamente indipendenti, cosa che ha destato preoccupazione nel gruppo di Davos durante le campagne per la COVID-19.

Sebbene l’amministrazione Abe (e la successiva amministrazione Kishida) avesse seguito le direttive del World Economic Forum e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per quanto riguarda i vaccini e il distanziamento sociale, il governo giapponese è stato meno intrusivo nella vita dei cittadini rispetto alla maggior parte delle altre nazioni e ha avuto meno successo nel costringere le varie organizzazioni a richiedere la vaccinazione obbligatoria.

Anche l’uso di codici QR per bloccare i servizi ai non vaccinati è stato più limitato in Giappone rispetto ad altre nazioni “avanzate.”

Inoltre, il governo giapponese si rifiuta di attuare pienamente l’agenda della digitalizzazione obbligatoria, negando così ai colossi tecnologici multinazionali quel controllo sul Giappone che esercitano altrove. Questo ritardo nella digitalizzazione del Giappone ha indotto il Wilson Center di Washington D.C. ad invitare Karen Makishima, ministro dell’Agenzia digitale giapponese (lanciata su pressione della finanza globale nel settembre 2021), affinché spiegasse perché il Giappone era stato così lento a digitalizzarsi (13 luglio).

I Giapponesi sono sempre più consapevoli che la loro resistenza alla digitalizzazione, all’esternalizzazione su larga scala delle funzioni del governo e dell’università ai giganti tecnologici multinazionali e alla privatizzazione dell’informazione non è nel loro interesse.

Il Giappone continua a gestire istituzioni in lingua giapponese che seguono le vecchie usanze, compreso l’uso di documenti scritti. I Giapponesi leggono ancora i libri e non sono così innamorati dell’IA come i Coreani e i Cinesi.

La resistenza del Giappone può essere fatta risalire alla restaurazione Meiji del 1867. Il Giappone aveva deciso di creare un sistema di governo in cui le idee occidentali fossero tradotte in giapponese e combinate con concetti giapponesi, per creare un complesso discorso interno. Il sistema di governo istituito con la restaurazione Meiji è rimasto in gran parte in vigore, utilizzando modelli di governo basati su principi premoderni derivati dal passato del Giappone e della Cina e tratti dalla Prussia e dall’Inghilterra del XIX secolo.

Il risultato è un approccio feudale alla governance, in cui i ministri supervisionano feudi di burocrati che custodiscono con cura i propri bilanci e mantengono le proprie catene di comando interne.

Il problema di Abe

Shinzo Abe è stato uno dei politici più sofisticati della nostra epoca, sempre aperto a scendere a patti con gli Stati Uniti o con altre istituzioni globali, ma sempre cauto quando si trattava di rendere il Giappone oggetto delle imposizioni globaliste.

Abe covava il sogno di riportare il Giappone al suo status di impero e pensava di essere la reincarnazione dell’imperatore Meiji.

Abe era diverso da Johnson o Macron in quanto non era interessato ad apparire in TV, ma a controllare l’effettivo processo decisionale all’interno del Giappone.

Non c’è bisogno di glorificare il regno di Abe, come alcuni hanno cercato di fare. Era un insider corrotto che aveva spinto per una pericolosa privatizzazione del governo, per l’esautorazione dell’istruzione e per un massiccio spostamento di beni dalla classe media a quella benestante.

Il suo uso del forum di estrema destra Nihon Kaigi per promuovere un’agenda ultranazionalista e per glorificare gli aspetti più offensivi del passato imperiale del Giappone è stato profondamente inquietante. Abe aveva dato il suo appoggio incondizionato a tutte le spese militari, per quanto insensate, ed era disposto a sostenere quasi tutte le iniziative americane.

Detto questo, come nipote del primo ministro Nobusuke Kishi e figlio del ministro degli Esteri Shintaro Abe, Shinzo Abe si era dimostrato un politico astuto fin dall’infanzia.

Utilizzava in modo creativo un’ampia gamma di strumenti politici per portare avanti il suo programma, e riusciva a coinvolgere leader aziendali e governativi di tutto il mondo con una facilità che nessun altro politico asiatico era in grado di raggiungere.

Ricordo vividamente l’impressione che avevo ricevuto da Abe nelle due occasioni in cui l’avevo incontrato di persona. A prescindere dalla politica cinica che poteva promuovere, irradiava sul suo pubblico una purezza e una semplicità accattivante, quella che i giapponesi chiamano “sunao.” I suoi modi suggerivano una ricettività e un’apertura che ispiravano lealtà tra i suoi seguaci e che potevano sopraffare coloro che erano ostili alle sue politiche.

Insomma, Abe era una figura politica sofisticata, capace di mettere una parte contro l’altra all’interno del Partito Liberal Democratico e della comunità internazionale, pur apparendo un leader premuroso e benevolo.

Per questo motivo, i Giapponesi ostili al nazionalismo etnico di Abe erano tuttavia disposti a sostenerlo, perché era l’unico politico che ritenevano in grado di restituire al Giappone la leadership politica globale.

I diplomatici e gli ufficiali militari giapponesi si preoccupano all’infinito della mancanza di visione del Giappone. Sebbene il Giappone abbia tutte le carte in regola per essere una grande potenza, dicono, è gestito da una serie di laureati dell’Università di Tokyo poco incisivi; uomini bravi a fare esami, ma non disposti a correre rischi.

Il Giappone non produce nessuno come Putin o Xi, e nemmeno un Macron o un Johnson.

Abe voleva essere un leader e aveva le conoscenze, il talento e la spietatezza necessari per svolgere questo ruolo sulla scena globale. Era già il primo ministro più longevo della storia giapponese e, quando è stato colpito, aveva in programma una terza candidatura a primo ministro.

Inutile dire che i poteri che stanno dietro al World Economic Forum non vogliono leader nazionali come Abe, anche se conformi all’agenda globale, e questo perché sono in grado di organizzare la resistenza all’interno dello Stato nazionale.

Cos’è andato storto?

Abe era stato in grado di gestire, con gli strumenti tradizionali della gestione statale, l’impossibile dilemma che il Giappone aveva dovuto affrontare nell’ultimo decennio, quando erano aumentati i suoi legami economici con la Cina e la Russia, mentre l’integrazione politica e di sicurezza con gli Stati Uniti, Israele e il blocco NATO procedeva a passo spedito.
Era impossibile per il Giappone essere così vicino agli Stati Uniti e ai suoi alleati mantenendo allo stesso tempo relazioni amichevoli con Russia e Cina. Eppure Abe ci era quasi riuscito.

Abe era rimasto concentrato e freddo. Aveva sfruttato tutte le sue capacità e le sue conoscenze per ritagliare uno spazio unico per il Giappone. Lungo il percorso, Abe aveva fatto ricorso alla sofisticata diplomazia del suo pensatore strategico, Shotaro Yachi, il Ministero degli Affari Esteri, per assicurare che il Giappone trovasse il suo posto al sole.

Abe e Yachi avevano utilizzato strategie geopolitiche contraddittorie, ma efficaci, per coinvolgere sia l’Oriente che l’Occidente, facendo un ampio uso della diplomazia segreta per siglare accordi a lungo termine che avevano riportato il Giappone nel gioco delle grandi potenze.

Da un lato, Abe aveva presentato a Obama e Trump un Giappone disposto a spingersi oltre la Corea del Sud, l’Australia o l’India nel sostenere la posizione di Washington. Abe era disposto a subire enormi critiche interne per la sua spinta verso una rimilitarizzazione che si adattasse ai piani statunitensi per l’Asia orientale.

Mentre impressionava i politici di Washington con la sua retorica filoamericana, accompagnata dall’acquisto di sistemi d’arma, Abe si era anche impegnato ai massimi livelli con la Cina e la Russia. Non era stata un’impresa da poco, e aveva comportato un sofisticato lavoro di lobbying all’interno della cerchia politica, a Pechino e a Mosca.

Con la Russia, nel 2019 Abe aveva negoziato con successo un complesso trattato di pace che avrebbe normalizzato le relazioni e risolto la disputa sui Territori del Nord (le Isole Curili per i Russi). Era stato in grado di garantire contratti energetici per le imprese giapponesi e di trovare opportunità di investimento in Russia anche quando Washington aveva aumentato la pressione su Tokyo per le sanzioni.

Il giornalista Tanaka Sakai aveva osservato che ad Abe non era stato impedito di entrare in Russia dopo che il governo russo aveva vietato l’ingresso a tutti gli altri rappresentanti del governo giapponese.

Abe si era anche impegnato seriamente con la Cina, solidificando i legami istituzionali a lungo termine e portando avanti i negoziati per l’accordo di libero scambio, che avevano raggiunto una svolta nella quindicesima tornata di colloqui (9-12 aprile 2019). Abe aveva facile accesso ai principali esponenti politici cinesi, che lo consideravano affidabile e prevedibile, anche se la sua retorica era aspramente anti-cinese.

L’evento critico che probabilmente ha innescato il processo che ha portato all’assassinio di Abe è stato il vertice NATO di Madrid (28-30 giugno).

Il vertice NATO è stato un momento in cui gli attori nascosti dietro le quinte hanno dettato il ruolino di marcia per il nuovo ordine globale. La NATO è in rapida evoluzione, da alleanza per la difesa dell’Europa si è trasformata in una potenza militare non imputabile che lavora con il Global Economic Forum, i miliardari e i banchieri di tutto il mondo, come un “esercito mondiale,” che opera come faceva la Compagnia Britannica delle Indie Orientali in un’altra epoca.

La decisione di invitare al vertice NATO i leader di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda è stata una parte fondamentale di questa trasformazione della NATO.
Queste quattro nazioni sono state invitate a partecipare ad un livello di integrazione della sicurezza senza precedenti, che comprende la condivisione dell’intelligence (esternalizzata alle grandi multinazionali della tecnologia), l’uso di sistemi d’arma avanzati (che devono essere gestiti dal personale di multinazionali, come Lockheed Martin), esercitazioni congiunte (che creano un precedente per un oppressivo processo decisionale) e altri approcci “collaborativi” che minano la catena di comando all’interno dello Stato nazionale.

Quando Kishida era tornato a Tokyo, il primo luglio, non c’è dubbio che uno dei suoi primi incontri sia stato con Abe. Kishida aveva spiegato ad Abe le condizioni impossibili che l’amministrazione Biden aveva richiesto al Giappone.

La Casa Bianca, tra l’altro, è ora interamente nelle mani dei globalisti, come Victoria Nuland (sottosegretario di Stato per gli Affari politici) e altri provenienti dal clan Bush.

Le richieste fatte al Giappone erano di natura suicida. Il Giappone doveva aumentare le sanzioni economiche contro la Russia, prepararsi ad una possibile guerra con la Russia e con la Cina. Le funzioni militari, di intelligence e diplomatiche del Giappone dovevano essere trasferite al gruppo emergente di appaltatori privati che si riuniscono a banchettare ospiti della NATO.

Non sappiamo cosa avesse fatto Abe nella settimana precedente la sua morte. Molto probabilmente si era lanciato in un sofisticato gioco politico, utilizzando tutte le sue risorse a Washington D.C., Pechino e Mosca, così come a Gerusalemme, Berlino e Londra, per elaborare una risposta a più livelli che avrebbe dato al mondo l’impressione che il Giappone fosse totalmente al fianco di Biden, mentre, dalla porta di servizio, cercava la distensione con la Cina e la Russia.

Il problema di questa risposta era che, dato che le altre nazioni erano totalmente sotto controllo, un gioco così sofisticato da parte del Giappone lo rendeva l’unica grande nazione con un ramo esecutivo semi-funzionale.

La morte di Abe è molto simile a quella del sindaco di Seoul, Park Won Sun, scomparso il 9 luglio 2020, esattamente due anni prima dell’assassinio di Abe. Park aveva preso provvedimenti nel municipio di Seoul per contrastare le politiche di distanziamento sociale COVID-19 imposte dal governo centrale. Il suo corpo era stato ritrovato il giorno successivo e la morte era stata immediatamente dichiarata un suicidio dovuto all’angoscia per le accuse di molestie sessuali da parte di una collega.

Cosa fare ora?

Il pericolo della situazione attuale non deve essere sottovalutato. Se un numero crescente di Giapponesi percepirà, come suggerisce il giornalista Tanaka Sakai, che gli Stati Uniti hanno distrutto la loro migliore speranza di leadership e che i globalisti vogliono che il Giappone si accontenti di una serie infinita di primi ministri dalla mentalità debole, dipendenti da Washington e da altri attori nascosti della classe parassitaria, un tale sviluppo potrebbe portare ad una rottura totale tra Giappone e Stati Uniti, con un conseguente conflitto politico o militare.

È significativo che Michael Green, il più importante esponente del Giappone a Washington D.C., non abbia scritto il tributo iniziale ad Abe pubblicato sulla homepage del CSIS (Center for Strategic and International Studies), il suo istituto di origine.

Green, veterano del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Bush e titolare della cattedra Henry A. Kissinger del Programma Asia del CSIS, è l’autore di Line of Advantage: Japan’s Grand Strategy in the Era of Abe Shinzo. Green è stato uno stretto collaboratore di Abe, forse il più stretto fra tutti gli Americani.

L’omaggio ad Abe è stato redatto da Christopher Johnstone (presidente del CSIS per il Giappone ed ex agente della CIA). Questa strana scelta suggerisce che l’assassinio è un caso così delicato che Green ha voluto istintivamente evitare di scrivere il tributo iniziale, lasciandolo ad un professionista.

Per gli intellettuali e i cittadini responsabili a Washington, Tokyo o altrove, c’è solo una risposta possibile a questo oscuro assassinio: la richiesta di un’indagine scientifica internazionale.

Per quanto doloroso possa essere questo processo, ci costringerà ad affrontare la realtà di come i nostri governi siano stati sequestrati da poteri invisibili.

Se, tuttavia, non riuscissimo ad identificare i veri attori dietro le quinte, potremmo essere trascinati in un conflitto in cui la colpa viene proiettata sui capi di Stato, un conflitto in cui vari Paesi sono costretti ad entrare per nascondere i crimini della finanza globale.

L’ultima volta che il governo giapponese aveva perso il controllo delle forze armate, era stato, in parte, a causa degli assassini del primo ministro Inukai Tsuyoshi, il 15 maggio 1932, e del primo ministro Saito Makoto, il 26 febbraio 1936.

Per la comunità internazionale, il caso più rilevante è come le manipolazioni di un’economia globale integrata da parte dei Rothschild – Warburg e di altri interessi bancari avessero creato un ambiente in cui le tensioni prodotte dall’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Ungheria, il 28 giugno 1914, erano state incanalate verso una guerra mondiale.

Emanuel Pastreich

Fonte: emanuelprez.substack.com
14.07.2022
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Io italiano non voglio essere colonizzato! e lotto contro i colonizzatori e gli italiani loro alleati/servi

Colonizzatori e colonizzati
di Andrea Zhok
18 luglio 2022

L'altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti "postcolonial studies".

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un'Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano "compreso" i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione.

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un'identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come "essere umano pienamente riuscito", perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore.

Ma tale compiuta assimilazione era destinata a non avvenire mai, ad essere guardata sempre come ad un ideale estraneo ancorché bramato. Di conseguenza il subordinato era condannato ad una esistenza dimidiata, in una sorta di mondo di seconda classe, irreale.

Quest'inferiore dignità rispetto alla cultura colonizzante finiva per inculcare una mentalità insieme servile e frustrata, perennemente insoddisfatta.

Di fronte al rischio di perenne dislocazione mentale una parte dei colonizzati reagiva cercando di fingere che la propria condizione subordinata era proprio ciò che avevano sempre desiderato.

D'altro canto, con il consolidarsi del dominio coloniale la stessa capacità di organizzare la propria esistenza in una forma diversa da quella del colonizzatore andava impallidendo, con sempre meno gente che aveva memoria del mondo di "prima".

Il passo finale decisivo era l'adozione della lingua del colonizzatore, che il colonizzato parlava naturalmente sempre in modo subottimale e riconoscibile come derivato. Nel momento in cui i colonizzati iniziano ad adottare la lingua dei colonizzatori essi importano lo sguardo degli oppressori e le loro strutture di alienazione: il colonizzato introiettando lo sguardo del colonizzatore finiva per generare forme di sistematico autorazzismo.

Ecco, mentre sentivo tutte queste cose, ragionavo, come fanno tutti, assumendo che "noi" fossimo i colonizzatori e gli altri i colonizzati.

Ma poi, d'un tratto, lo slittamento gestaltico, l'intuizione.

D'un tratto ho visto che immaginarci come quel "noi" era a sua volta frutto della nostra introiezione della cultura dei colonizzatori.

Noi, come italiani, o mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che "noi" fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d'Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).

Nell'ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la "vita vera" fosse quella che ci arrivava come immaginario d'oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell'esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.

Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.

In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.

Come paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere "alleati" degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare "governi fantoccio" in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.

In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.

Oggi che gli orientamenti della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi - salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri - oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.

Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell'emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.

Progetto Criminale dell'Euro, far usare a diciannove paesi una moneta sovranazionale che DELEGA la propria politica di scelte ad organi stranieri. La Sovranità data in appalto

La moneta sovrana non risolve tutti i problemi ma....
di Marco Cattaneo
15 luglio 2022

Siccome l’euro lo usano 19 paesi (dal 2023, 20 con la Croazia, good luck) e una duecentina di altri invece no, ovviamente tra gli altri 200+ qualcun altro ha qualche problema (di tipo economico, s’intende) pur disponendo della propria moneta.

Per cui ogni giorno si leggono articoli e commenti che parlano caso per caso dell’Argentina o della Turchia o del Venezuela o di qualcun altro e pensano di dire qualcosa d’intelligente formulando domande retoriche tipo “ma come ! guarda qui ! come lo spiegano questo i sovranisti ?”.

Caso per caso, le spiegazioni dei guai di questi paesi ci sono (vedi ad esempio qui e qui) e guarda un po’ tendono a ricollegarsi all’utilizzo di una moneta straniera. Mi preme però sottolineare un fatto molto più elementare ma non per questo sufficientemente compreso.

Usare la propria moneta è in primo luogo una questione di AUTODETERMINAZIONE NAZIONALE.

Con la MIA moneta, ho spazio per condurre politiche economiche decise e gestite DA ME, DI MIA INIZIATIVA.

Se invece uso una moneta che non emetto, che non gestisco, e che è sopravvalutata rispetto alle condizioni della mia economia, DIVENTO DIPENDENTE DA DECISIONI PRESE ALTROVE.

Se decido da solo sforzandomi di fare il mio interesse, posso sbagliare, certo, ma con ogni probabilità sono in grado di cambiare rotta, di correggere il tiro, e di superare tutta una serie di problemi.

Nell’altro caso, le decisioni mi vengono invece IMPOSTE DALL’ESTERNO. E chi sta all’esterno ha la non simpaticissima ma umana e comprensibile, e comunque inevitabile, tendenza a perseguire i SUOI interessi, e non i miei.

Per cui magari, guarda un po’, una situazione economica negativa dura da anni e anni, i “suggerimenti” provenienti dall’esterno non la risolvono, e più si cede potere meno le cose funzionano, e più qualcuno pretende che sia necessario cederne ancora di più.

Stiamo parlando della storia italiana degli ultimi 20-25 anni.

Una storia brutta, sgradevole, insensata, alimentata da avidità e ipocrisie.

Più brutta di quanto mi aspettassi quando è stato introdotto l’euro. E non mi aspettavo niente di buono.

Nelle scelte di Gratteri solo logica, ragionamento e forte coerenza interiore, nessun tentennamento. Scelte che derivano da essere un agricoltore per passione e la terra non concede illusioni, o è o non è

LA DECISIONE
Gratteri non si candida al Csm. Nel suo futuro c’è una nuova procura: Napoli o Bologna

Il procuratore di Catanzaro rinuncia a correre per Palazzo dei Marescialli. Ora non resta che concentrarsi sul concorso bandito per la città partenopea. Ma è valida anche l'opzione offerta dal capoluogo emiliano, dove la ‘ndrangheta è fortemente infiltrata nel tessuto istituzionale ed economico

di Antonio Alizzi
21 luglio 2022 14:44

Nicola Gratteri

Il capo della procura di Catanzaro Nicola Gratteri non si candiderà al Consiglio Superiore della Magistratura. La decisione è maturata nelle ultime ore, dopo una fase in cui il magistrato di Gerace era tentato dal partecipare alle prossime elezioni per il rinnovo di Palazzo dei Marescialli, sede di tutte le scelte che riguardano i magistrati italiani, previste per il 18 e 19 settembre prossimi.

A far desistere Gratteri sarebbe stata anche la candidatura indipendente del magistrato campano John Woodcock, in servizio presso la procura di Napoli, che non ha voluto mettere il suo nome nelle liste delle varie correnti associative, tentando la strada solitaria, come avvenne qualche anno fa per Nino Di Matteo, il quale tornerà a fare il pm alla Direzione Nazionale Antimafia, guidata dal procuratore Giovanni Melillo.

Gratteri aveva mostrato curiosità e interesse per il Csm, dopo il no del Plenum proprio per l’incarico ricoperto oggi dall’ex capo inquirente di Napoli, ritenendo di poter dire la sua nell’organo di auto-governo della magistratura italiana, presieduto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Inoltre, era stata ipotizzata la candidatura con “Autonomia e Indipendenza”, la corrente togata fondata da Piercamillo Davigo e oggi portata avanti dal consigliere Sebastiano Ardita, ma Gratteri avrebbe gentilmente declinato l’invito, dimostrando di voler rimanere lontano dalle logiche correntizie, da lui sempre criticate. Non c’erano dunque i presupposti per far parte dei 30 consiglieri, vista l’agguerrita concorrenza nei collegi dedicati ai requirenti (pubblici ministeri). E ora cosa succederà?

Dopo la mancata nomina alla Dna, la nostra testata aveva anticipato la possibilità che Gratteri potesse presentare domanda per la procura di Napoli, di cui se ne occuperà ancora il Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura in carica, considerato che Mattarella sarà costretto a far andare avanti la consiliatura in corso. La caduta del Governo Draghi, infatti, non permetterà l’elezione dei dieci componenti laici che dovranno aggiungersi ai venti togati. Si prevede quindi un regime di prorogatio almeno fino a dicembre.

La procura di Napoli, la più grande d’Italia, è comunque assai ambita. Tra i papabili c’è Michele Prestipino, bocciato dal Consiglio di Stato per il ruolo di procuratore capo di Roma, e quindi in cerca da tempo di un “posto al sole”. Napoli potrebbe essere una destinazione gradita all’ex braccio destro di Giuseppe Pignatone, dopo una carriera trascorsa tra Palermo, Reggio Calabria (insieme a Gratteri) e ora Roma. Ma non c’è solo lui. Si fa il nome anche del procuratore capo di Lecce, Leonardo Leone De Castris, magistrato di lungo corso, che punta al grande salto per chiudere in bellezza il suo percorso professionale. Tanti altri candidati potrebbero arrivare dai concorsi banditi per Milano, Roma e Palermo, che il Csm non ha preso in considerazione.

L’altra procura importante che si potrebbe liberare da qui a un anno è quella di Bologna, visto che il procuratore Giuseppe Amato, ha già presentato tante domande per assumere lo stesso incarico in altri uffici cruciali per il sistema giudiziario italiano. Basti pensare al ricorso presentato contro Marcello Viola, scelto dal Plenum, per l’ufficio inquirente di Milano.

La Dda di Bologna ha una competenza territoriale in tutta l’Emilia Romagna ed è composta da un procuratore capo, tre procuratori aggiunti e 25 pubblici ministeri. Numeri quasi simili a quelli della procura di Catanzaro, da sempre impegnata nella lotta contro la ‘ndrangheta, così come lo è quella di Bologna, alla luce delle tante inchieste che hanno acclarato l’infiltrazione mafiosa di stampo ‘ndranghetistico nel sistema istituzionale e imprenditoriale della regione.

Qui la cosca Grande Aracri di Cutro ha posto i suoi insediamenti illeciti. Lo dimostrano le numerose inchieste coordinate dalla Dda di Bologna. Ma non ci sono solo i cutresi in questo territorio. Nell’ultima relazione semestrale della Dia, si evidenziano le presenze di altre ‘ndrine, riconducibili ai clan vibonesi e reggini. Insomma, una tematica che Gratteri, viste le sue pregresse esperienze lavorative, conosce a menadito. Alternative? Nessuna, in quanto per la procura di Palermo non ha presentato domanda. A meno che non opti per il passaggio alle funzioni requirenti di secondo grado (una procura generale, tanto per capirci), o presenti ricorso contro Melillo (ancora può farlo).

Gratteri in definitiva potrà rimanere a Catanzaro fino al 2024. È chiaro che nessuno crede che, non ottenendo nulla dal Csm, torni a fare il pm (come prevedono le norme interne). Entro un anno dunque il suo futuro sarà delineato.

La differenza tra NOI e LORO. Costituzione, non essere servi degli Stati Uniti, uscire dalla Nato che è in guerra con la Federazione Russa, l'Euro Progetto Criminale, impossibile gestirlo per diciannove paesi con interessi contrapposti, rilancio delle comunità attraverso la creazione del lavoro per tutti, sanità, scuola e investimenti pubblici

A pensarci bene, quasi quasi voto Conte
Maurizio Blondet 22 Luglio 2022

Il lettore mi risparmi la lista dei motivi contro di lui: li so tutti e anche qualcuno in più. Ma ce n’è uno a suo favore che li supera in altezza ed è decisivo: in fondo, Conte è il solo che ha davvero esercitato opposizione a Draghi. E l’ha fatto sul tema geopolitico “pericoloso” per chi lo mette in discussione, perché strategicamente primario per gli USA: no alle armi all’Ucraina. Ha detto anche: l’Italia deve mettersi alla testa di una soluzione di negoziato e armistizio con la Russia di Putin.

E’ una posizione che ha richiesto personale coraggio, perché ha sfidato il semidio l’intoccabile coperto di adulazioni mediatiche e politiche, senza vacillare sotto la grandine attacchi di odio, calunnie, insulti , ridicolizzazioni (“La pochette”) dei media tutti uniti (salvo Il Fatto Quotidiano, ma è della casa) lo fulminavano; non ha ceduto quando Di Maio gli ha sfilato metà del partito per portarlo alla NATO e Draghi; insomma non è stata una passeggiata e ha corso dei rischi politici gravi per sé, fino a quello della scomparsa di scena sotto un mare di feci fornite di media. Bisogna riconoscere che il ha corsi, i rischi, con la fermezza che sembra venirgli da una convinzione etica: no alla guerra, e no ai poteri forti sovrannazionali immensi e invincibili, intimidatori, di fronte ai quali i politici se la fanno sotto e preferiscono di mettersi al loro servizio, ottenendone in cambio carriere e benefici, perché il geo-potere paga bene i suoi servi -e punisce i suoi ribelli duramente non escluso “suicidandoli” (vedi David Rossi Montepaschi).

Insomma, a ripensare alla battaglia di opposizione che ha condotto contro Draghi, Matt*rella, Letta, e le TV onnipotenti e totalitarie – e che ha in parte perso per il tradimento dei Di Maio coi suoi governisti NATO che gli ha sfilato parte del partito, capisco che l’ha fatta in base a una convinzione morale, a proprio rischio – anzi a proprio – danno e senza compromessi dettati da viltà.

Caratteri più che rari, inesistenti nei politici italiani. Ora, se non riconosciamo e diamo onore votandolo ad una simile coraggio, avremo sempre e solo governanti senza principi, con le spine dorsali di pongo, che obbediscono a qualunque potere forte – “vili affaristi” per lo più senza patria o con patria a Bruxelles e Washington e insigniti della Légion d’Honneur. Come infatti abbiamo a vagoni: è anche per questo che non abbiamo classe dirigente degna, ma dei Badoglio, perché l’elettorato non la riconosce e quindi non la valorizza né seleziona.

Un amico della nostra aerea mi obietta: perché non pensi a Liberi in Veritate, Ancora Italia, Forza del Popolo? Sono certo movimenti vicini alla nostra posizione ideale, ma con percentuali probabilmente infinitesime da non incidere concretamente nell’agorà. Invece il partito di Conte, il M5S, anche se ha perso molti elettori, resta saldo sopra l’11 per cento: una forza con cui bisogna fare politicamente i conti. E meglio, è un partito che è stato purificato, depurato dai traditori come Di Maio che hanno trovato casa nella NATO. Quelli che restano con Conte sono i motivati dalla convinzione morale, sono stati irrobustiti nella lotta.

Sapete cosa vi dice uno che mai avrebbe votato i 5 Stelle quando era al 30% e il partito del “vaffa”? che proprio adesso è venuto il momento di votarlo invece: un partito diverso, che ha una identità, un carattere e depurato dalle mezze cartucce morali che si fecero eleggere allora e saldato e irrobustito nella lotta contro il Sistema, con abbastanza voti suoi e un capo che ha dimostrato determinazione e coraggio nel passare all’opposizione di un ditta-attore. Un partito che interpreta l’interesse dell’Italia e non quello della Lituania o di Zelenski. Ma dove lo trovate?

(Anche se sono convinto che il mio discorso rimarrà teorico: temo che non ci saranno elezioni più, ma più probabilmente la schiavitù per debiti della Troika)

L'Occidente è in guerra, fatevene una ragione. E la guerra, come l'estate e le feste sono dei catalizzatori che accelerano i processi. Cade il Boris guerriero, Macron non ha la maggioranza in Parlamento, viene espulso Draghi l'ideatore becero delle sanzioni e del rapimento dei miliardi alla Banca centrale russa, e ancora non è finita

Occidente a pezzi, l’Europa politicamente al collasso non può più sbagliare o Putin vince
Stretto tra crisi energetica, inflazione e rischio recessione, l'Occidente sta sbandando sotto la guida claudicante di Joe Biden
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 22 Luglio 2022 alle ore 06:56


E’ un pessimo momento per i nemici di Vladimir Putin. Il Cremlino ha potuto stappare un’altra bottiglia di vodka mercoledì sera, quando ha appreso della caduta del secondo governo europeo nel giro di pochi giorni. Dopo il britannico Boris Johnson, anche Mario Draghi prepara le valigie in quella che sembra essere diventata una gara a chi va via più dalla guida della nazione. E la Francia di Emmanuel Macron si ritrova da circa un mese con un’Assemblea Nazionale senza maggioranza certa. Nel frattempo, il cancelliere tedesco Olaf Scholz è sprofondato nella mestizia e il presidente americano Joe Biden, precipitato nei sondaggi ai minimi storici, punta a recuperare consenso in vista delle elezioni di metà mandato a novembre con temi di politica interna. Insomma, l’Ucraina non è più in cima ai pensieri dell’Occidente e perde alleati preziosi. Di fatto, la Russia avanza nel Donbass e il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, può affermare indisturbato che non sarà l’unico obiettivo di Mosca.

La crisi dell’Occidente

Detto in parole molto semplici, la Russia ci ha appena inviato un messaggio di guerra e i nostri governi si sono girati dall’altro lato, fingendo di non avere capito. L’Occidente versa in una profonda crisi economica ed esistenziale. Se Gazprom non riaprirà il gasdotto Nord Stream 1, l’Europa resterà a corto di gas. Si prefigura un inverno con razionamenti energetici e un’inflazione in ulteriore accelerazione, anziché in calo. Intanto, l’economia si avvicina alla recessione. Il PIL rallenta già la crescita, ma il peggio arriverebbe nei mesi prossimi, quando i governi si ritroverebbero a scegliere tra fornire il gas alle famiglie per riscaldarsi o alle imprese per continuare a produrre.

Putin starà gongolando. In Russia, il potere non promana dal popolo. Al dittatore sarà sufficiente non indispettire eccessivamente i quadri dirigenti, militari e gli oligarchi per restare al potere. In Europa, invece, la situazione è più complicata che mai. L’Area Euro è l’unione di 19 stati (20 dall’anno prossimo con l’ingresso della Croazia) con altrettanti governi e politiche fiscali, i quali condividono una moneta unica. La struttura è incompleta, per questo inefficiente. Ciascuno stato si finanzia sui mercati a tassi diversi dagli altri, per cui ne deriva una frammentazione monetaria che finisce per scontentare tutti. I tassi d’interesse si rivelano generalmente alti per il Sud Europa e bassi per il Nord Europa. Il primo arranca nella crescita, il secondo teme l’inflazione fuori controllo.

Europa paralizzata

La crisi energetica di questi mesi ha accentuato proprio tali timori. Il rialzo dei tassi BCE, necessario da ogni punto di vista, rischia di far implodere i debiti sovrani di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. D’altra parte, si mostra ancora troppo modesto per placare i tassi d’inflazione ovunque. In sostanza, l’Eurozona starebbe per precipitare nella stagflazione. Lo scudo anti-spread presentato ieri dalla BCE non risolverà il problema alla radice, si limiterà a metterci una pezza ogni tanto e neppure così necessariamente grande da coprire la ferita per intero.

L’Europa affrontò malissimo la crisi dei debiti sovrani nel biennio 2010-’11. Anziché pensare a sventare la speculazione finanziaria sul nascere, volarono i coltelli a Bruxelles fino a quando l’euro non fu ad un passo dalla scomparsa. La evitò in extremis Draghi, allora governatore della BCE, per questo stimato oggi nei consessi internazionali. La risposta alla pandemia fu, invece, più efficace. Poiché la crisi sanitaria apparve a tutti uno shock simmetrico, la Commissione varò un piano di indebitamento comune (Recovery Fund) e la BCE un piano straordinario di acquisti dei bond (PEPP).

Avanzata russa in un’Europa disgregata

La guerra in Ucraina non sta vedendo alcuna risposta comune.
Ciascun governo crede ancora di potersela cavare meglio degli altri e per questo tenta di fare da sé senza ipotizzare misure comuni credibili, se non le sole sanzioni contro la Russia. Ma la crisi energetica sta già mettendo in ginocchio l’economia tedesca. L’inflazione divora ovunque il potere di acquisto e semina malcontento. Il rischio di recessione avanza per tutte le economie nazionali. Infine, la minaccia bellica non risparmia davvero nessuno.

In queste condizioni, l’Occidente non può più permettersi di andare in ordine sparso e di proseguire con progetti miopi di portata nazionale, magari tentando di farsi dispetti al suo interno. Ci sono l’Unione Europea contro il Regno Unito sulla Brexit, il Nord Europa contro il Sud nell’Area Euro, l’Europa e gli USA che si guardano con reciproco sospetto sulla guerra. Di questo passo, Putin vince e l’Occidente perde. Non illudiamoci. Se l’Eurozona, anziché guardare al vicino 2020, andasse con la testa indietro al 2011 e pensasse di usare il ricatto dello spread per mettere sotto scacco l’Italia alla vigilia delle elezioni politiche, avrà scelto la strada della sconfitta. E stavolta, a rischio non ci sarebbe solo l’euro, bensì anche la tenuta delle istituzioni democratiche dinnanzi all’avanzata russa.

L'Occidente in guerra con la Federazione Russa non vuole perdere per questo pensa di mandare aerei e chiaramente piloti Nato in Ucraina. Fin'ora le armi Nato sono servite per colpire le popolazioni civili, con i soliti bombardamenti umanitari

Paola Gentile - 22 luglio 2022
Aerei Nato a Kiev: quali sono e perché potrebbe scatenarsi una terza guerra mondiale


La guerra finirà solo quando uno dei due eserciti, russo o ucraino/Nato, collasserà per primo. Kiev non può perdere una battaglia cruciale per l’Europa.

Sostenere l’Ucraina è una priorità dell’Alleanza Atlantica. Il concetto è stato ribadito in più di un contesto internazionale e messo nero su bianco nello Strategic Concept 2022, il documento programmatico stilato dai Paesi della Nato che riguarda la strategia politica e militare da mettere in atto da qui a dieci anni.

Appoggiare l’Ucraina significa armarla e se prima il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva qualche remora nel consegnare Mig polacchi alle Forze armate ucraine, alla luce del conflitto divenuto sempre più aspro, degli incessanti bombardamenti sul Donbass e degli attacchi missilistici contro le città, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe far cadere l’ultima remora e dotare i militari ucraini di aerei da caccia targati Nato.

La possibile svolta non è ancora stata confermata, ma c’è più di una voce che vira in tal senso. A destare preoccupazione è la tenuta della resistenza di Kiev che potrebbe cedere da un momento all'altro sotto i martellamenti russi.

Attualmente, Kiev schiera solo 56 velivoli da combattimento. Si tratta di residuati bellici, risalenti all’epoca sovietica, in continua manutenzione, con pezzi che ormai sono fuori produzione.

Se Polonia e Slovacchia hanno fatto arrivare alcuni Mig 29, montati e trasferiti a terra, insieme a stock di pezzi, c’è il serio rischio che le squadriglie abbiano una limitata capacità di supportare le truppe e difendere i cieli.

Nelle ultime settimane, si è cercato di acquistare sul mercato internazionale Mig 29 usati e cacciabombardieri Sukhoi Su 29, come riporta Repubblica. Il problema degli ucraini è che hanno abbondanza di piloti e scarsità di aerei. Ma con il via libera della Nato questo gap con l’Aeronautica russa potrebbe essere colmato.

Aerei Nato a Kiev: quali potrebbero essere inviati

Il generale Charles Q. Brown, comandante in capo dell’Us Air Force, ha detto che la questione è sul tavolo; mentre, il Capo delle Forze armate americane Mark Milley ha sottolineato che ancora non è stata presa una decisione.

Malgrado ciò, all’Aspen Security Summit, il Generale Brown ha indicato quali potrebbero essere i caccia occidentali da mandare a Kiev: 
  • Jet statunitensi;
  • Gripen svedese;
  • Eurofighter;
  • Rafale francese.
Il Generale ha ribadito che: “esistono piattaforme differenti che potrebbero andare in Ucraina. Non posso dire esattamente quale”.

La scelta del modello implicherà dei tempi di attesi, sia tecnici che logistici. Occorreranno almeno sei mesi per istruire i piloti e formare i tecnici della manutenzione. Un lavoro che richiede tempo, proprio quello che Zelensky non ha.

Bisognerà apprendere un nuovo know how e passare dal pilotare un aereo sovietico a uno occidentale non è una passeggiata, specie se si deve: 
  • Combattere tra difese contraeree;
  • Combattere tra disturbatori elettronici e rader;
  • Combattere contro avversari agguerriti.
Vista la situazione, è più probabile che alla fine la scelta ricada su caccia statunitensi Lockheed F16, tra i più diffusi al mondo, attingendo a piene mani dalle scorte di Norvegia e Olanda che li stanno rimpiazzando con gli F35. Oppure si dovrà optare per altro.

Aerei Nato a Kiev: gli A10 Warthog basteranno?

Altra ipotesi al vaglio è quella avanzata dal sottosegretario Frank Kendall: dare gli A10 Wharthong da assalto al suolo che l’Us Air Force vuole smantellare.

Parliamo di aerei corazzati risalenti alla Guerra Fredda nati per affrontare i tank sovietici. Sono dotati di un potente cannone a tiro rapido e di misure atte a sopravvivere ai missili terra-aria portatili.

Reimpiegati nella guerra jihadista in Iraq e Afghanistan, gli A10 Wharthong potrebbero vivere una nuova stagione proprio in Donbass, dove avere in dotazione aerei semplici e robusti può fare la differenza.

Aerei Nato a Kiev: possibile terza guerra mondiale

La preoccupazione maggiore è che le armi che l’Occidente sta fornendo a Kiev vengano usate dai militari ucraini per colpire la Crimea e le metropoli russe. Ricordate il discorso-minaccia di Dmitry Medvedev?

La situazione nei cieli ucraini potrebbe diventare incandescente. C’è la consapevolezza che gli A10 siano “un ripiego” di prestigio, non sono performanti e all’altezza della situazione; ma è vero anche che qualsiasi intercettore può trasformarsi in un bombardiere e da qui nasce il rifiuto, fino ad oggi, a Zelensky che ha chiesto caccia F16 e F15.

Richieste che potrebbero trovare accoglienza, inviando caccia Nato abili alla guerra aerea. La Camera Usa ha autorizzato uno stanziamento di 100 milioni di dollari per formare gli equipaggi direttamente in America.

“Non c’è dubbio che quando questa guerra finirà le forze ucraine dovranno venire modernizzate con equipaggiamenti occidentali. Inoltre, non ci sono più Mig disponibili, né parti di ricambio” ha detto il deputato repubblicano Adam Kizinger.

La guerra la vincerà l’esercito che collasserà per ultimo, per questo gli approvvigionamenti a Kiev sono fondamentali.

Si è ben consapevoli che tutto questo potrà dare vita soltanto ad un aumento dell’escalation. Lo scontro tra Washington e Mosca potrebbe essere più prossimo di quanto si pensi, con conseguente coinvolgimento della Nato.

Insomma: lo spettro di una terza guerra mondiale è sempre più vicino.