L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 agosto 2022

13 agosto 2022 - News della settimana (12 ago 2022)

13 agosto 2022 - MAZZUCCO live: tutti contro tutti - Puntata 195

Il NAZISTA Zelensky continua a bombardare la centrale nucleare

Russia,con raid Kiev a Zaporizhzhia mondo su orlo disastro
Paragonabile a Chernobyl, abbiamo avvertito colleghi occidentali

© ANSA/EPA

Redazione ANSANEW YORK
11 agosto 202222:24NEWS

(ANSA) - NEW YORK, 11 AGO - "Gli atti criminali dell'Ucraina contro la centrale nucleare di Zaporizhzhia spingono il mondo sull'orlo di un disastro nucleare paragonabile a Chernobyl".

Lo ha detto l'ambasciatore russo all'Onu, Vasily Nebenzia, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza.

"Abbiamo ripetutamente avvertito i nostri colleghi occidentali che se non riescono a portare alla ragione il governo di Kiev, ricorrerà ad atti più atroci e insensati che si riverbereranno ben oltre i confini dell'Ucraina. Purtroppo, questo è esattamente ciò che sta accadendo ora", ha aggiunto.
Fonti militari russe hanno intanto affermato che "la centrale termica e i serbatori d'acqua del sistema di raffreddamento del reattore della centrale di Zaporizhzia sono stati parzialmente danneggiati dai raid ucraini" ma, ha poi precisato il ministero della difesa russo, "l'infrastruttura critica della centrale nucleare di Zaporizhzhia non è stata danneggiata, grazie alla difesa messa in atto dalle forze armate russe". (ANSA).

Kherson e la probabile, incerta, forse, offensiva ucraina

 12 agosto 2022

L'offensiva mistica di Kherson in Ucraina non è accaduta e non accadrà

Nei media "occidentali" si è parlato molto di un'offensiva ucraina nella regione meridionale di Kherson. Tuttavia la maggior parte delle affermazioni fatte su di esso sembrano essere separate dalle realtà osservabili sul terreno. Lo sguardo dettagliato qui sotto fornisce che non esiste una tale offensiva e che ci sono poche possibilità che ce ne sarà mai una.

La presunta offensiva è stata per mesi un punto di discussione fondamentale:

Diamo un'occhiata alla mappa dell'area di Kherson e come è cambiata nel tempo. LiveUAmap, la fonte utilizzata qui per queste mappe, è nota per essere più a favore delle affermazioni ucraine rispetto a quelle russe. Le parti rosse sono detenute dalle forze russe.

Questa è l'area di Kherson come raffigurata il 13 maggio 2022:


Fonte LiveUAmap 13.5. - più grande

Questa è l'area di Kherson come raffigurata il 14 maggio 2022:


Fonte LiveUAmap 14.5. - più grande

Vediamo che i manutentori di LiveUAmap hanno mantenuto la prima linea così com'era, ma hanno aggiunto una zona grigia sul lato ucraino. Non sono sicuro di cosa dovrebbe mostrare. Può designare l'estensione a cui le unità di ricognizione russe avanzate erano state osservate durante la loro offensiva di febbraio-marzo nell'area. Da allora la zona grigia è diventata per alcuni il "successo" di una "controffensiva ucraina". Ma le forze russe non si erano mai aggrappate a quella zona grigia né c'erano stati combattimenti significativi al riguardo.

Questa è l'area di Kherson come raffigurata oggi, 12 agosto 2022:


Fonte LiveUAmap 12.8. - più grande

Vedo due piccole differenze tra la mappa del 14 maggio e quella attuale. Sul lato ovest l'insediamento minore di Pravdyne e i campi intorno ad esso sono passati di mano.

14 maggio

Fonte LiveUAmap 14.5. - più grande
ago 12

Fonte LiveUAmap 12.8. - più grande

Un altro cambiamento avvenne intorno a un piccolo fiume nella parte settentrionale della linea del fronte a sud di Kvkaz. La linea del fronte del 14 maggio è stata semplificata come diritta. La vera linea del fronte correva lungo il tortuoso fiume Ingulets in quella zona.

14 maggio

Fonte LiveUAmap 14.5. - più grande

All'inizio di giugno le forze ucraine hanno attraversato il fiume intorno alle città di Davydiv Brid, Bilohirka e Adriivka solo per essere massacrate dall'artiglieria russa. Da allora l'area è stata terra di nessuno.

ago 12

Fonte LiveUAmap 12.8. - più grande

Una piccola città riconquistata e un tentativo fallito di attraversamento del fiume è tutto ciò che la tanto decantata offensiva di Kherson ha raggiunto da maggio.

Ciò può essere dovuto al fatto che, nonostante il rumore, non c'è stata e non ci sarà alcuna offensiva ucraina di Kherson. Per i leader ucraini a Kiev quell'offensiva è solo uno scherzo.

Il 9 agosto il consigliere di Zelenski Mikhail Podolyak ha parlato con un organo di stampa della BBC in lingua ucraina. Il sito di notizie online ucraino Ctrana ne ha parlato (traduzione automatica):

Podolyak ha definito le parole sul contrattacco a Kherson "parte dell'informazione e dell'operazione psicologica"

I rapporti di controffensive delle forze armate dell'Ucraina nella direzione meridionale fanno parte della "operazione speciale informazione-psicologica".

Lo ha affermato il consigliere del capo dell'OP Mikhail Podolyak in un'intervista alla BBC.

"Era l'IPSO? Naturalmente, oggi tutti i commenti pubblici fanno parte dell'IPSO. Dobbiamo demoralizzare l'esercito russo. Devono capire che ci sarà sempre un territorio di fuoco", ha detto.

Tuttavia, Podolyak ha chiarito che "gli eventi sul ponte Antonovsky mostrano che è essenziale per noi liberare Kherson" (come l'unico centro regionale che era sotto l'occupazione della Federazione Russa dopo il 24 febbraio).

"E quindi, il nostro esercito sta già intraprendendo alcune azioni per questo oggi", ha detto.

Quella notizia non raggiunse il propagandista del Washington Post David Ignatius. L'11 agosto lodò ancora l'inesistente "offensiva meridionale":

Si apre un'offensiva meridionale nella guerra in Ucraina

La dura guerra di logoramento in Ucraina potrebbe entrare in una nuova fase mentre l'esercito ucraino prepara un'offensiva per recuperare la terra occupata nella regione meridionale che circonda Kherson, e la Russia intensifica la sua retorica accusando gli Stati Uniti "direttamente coinvolti nel conflitto".

L'Ucraina sembra aver iniziato la sua nuova campagna meridionale con un audace attacco martedì a una base aerea russa in Crimea, lungo la costa del Mar Nero.
...
Con la sua tanto attesa offensiva meridionale, l'Ucraina spera evidentemente di riguadagnare slancio contro le forze russe che hanno subito pesanti perdite di soldati e attrezzature da quando hanno invaso il 24 febbraio. In un momento in cui la Russia è tesa e vulnerabile, i leader ucraini vogliono dimostrare che possono recuperare il terreno perduto e alla fine prevalere.

Il 12 agosto, un giorno dopo la pubblicazione del massetto di Ignazio, quattro giornalisti del Washington Post hanno dipinto un quadro diverso:

Sulle linee del fronte kherson, piccolo segno di un'offensiva ucraina

REGIONE DI MYKOLAIV, Ucraina – In prima linea nel sud-est dell'Ucraina, ci sono pochi segni che si stia preparando una grande controffensiva.

Per settimane, l'intelligence occidentale e gli analisti militari hanno previsto che una campagna ucraina per riconquistare la città portuale strategica di Kherson e il territorio circostante è imminente. Ma nelle trincee a meno di un miglio dalle posizioni della Russia nell'area, i soldati ucraini si accovacciano da un crescente assalto di artiglieria, con poca capacità di avanzare.
...
I progressi che le forze ucraine avevano fatto qui negli ultimi mesi – riconquistare una serie di villaggi dal controllo della Russia – si sono in gran parte bloccati, con i soldati esposti in campo aperto.

Le strade che i soldati sfrecciano tra i campi di grano bruciati in prima linea sono segnate da crateri di precedenti attacchi, guidati dai droni russi Orlan che consentono loro di scegliere e scegliere gli obiettivi.

"Non c'è nessun posto dove nascondersi", ha detto Yuri, che ha combattuto qui senza sosta dall'inizio della guerra, e come altri soldati non ha dato il suo cognome, in linea con il protocollo. La sua unità ha un miscuglio di stock: moderne armi anticarro e una mitragliatrice sovietica prodotta nel 1944, e l'attenzione qui è tenere la linea.

I funzionari militari ucraini sono a bocca asciutta su qualsiasi linea temporale per una spinta più ampia, ma dicono che hanno bisogno di più forniture di armi occidentali prima che ciò possa accadere. L'Ucraina non ha la capacità di lanciare un'offensiva su vasta scala ovunque lungo la linea del fronte di 1.200 miglia, ha ammesso un funzionario della sicurezza.

L'area a nord di Kherson è pianeggiante con campi aperti. Non c'è posto dove si possa assemblare in modo sicuro una forza abbastanza grande da perforare la linea del fronte. Le unità ucraine si sono nascoste a Mykolaiv (Nikolaev in russo) dove si sono disperse tra la popolazione civile dopo che molte delle loro concentrazioni erano state attaccate dalle forze missilistiche russe:

Una donna mi ha portato a vedere la scuola di sua figlia, distrutta dai missili russi. Attraverso il cemento rotto si poteva vedere uno scaffale di libri della biblioteca esposti al sole e alla pioggia. Invece di incolpare la Russia per aver sparato missili contro la scuola, ha incolpato l'Ucraina per aver acquartierato i soldati lì. (..)

Quando le ho chiesto degli obiettivi di Putin, ha detto: "Non lo so. Deve avere le sue ragioni per quello che sta facendo". Pensava che quello che stava facendo fosse giusto? "Non mi faccio mai coinvolgere in politica". Ha detto che gli stipendi nella Crimea annessa alla Russia erano più alti che in Ucraina. Era arrabbiata, all'inizio dei combattimenti, quando le truppe russe si stavano avvicinando a Mykolaiv, per quanto fossero vicini i veicoli corazzati ucraini a casa sua. Era nata in Russia. Era infelice che l'insegnamento della lingua russa stesse scomparendo dall'Ucraina. Ha detto che le persone sono state punite per aver usato il russo.
...
Un altro uomo ben informato mi ha detto quello che la maggior parte della gente del posto non direbbe, che dopo un devastante attacco a una caserma di Mykolaiv a marzo, che ha ucciso decine e forse centinaia di marines, le autorità hanno adottato una politica di dispersione, con piccoli gruppi di personale ucraino che trascorrono la notte in una vasta gamma di edifici, comprese le scuole.

Il pezzo LRB sopra citato, che per lo più prende le parti ucraine, descrive in dettaglio le difficoltà che gli ucraini hanno nel lanciare qualsiasi offensiva. (Mi dispiace per la lunghezza della citazione, ma i dettagli contano in quanto confermano la presa sopra):

Quando la compagnia di Sasha arrivò a Posad-Pokrovske, trascorsero la prima notte in una scuola. Il giorno dopo è stato appiattito in un attacco aereo. Trascorsero i successivi tre mesi e mezzo vivendo in tubi di cemento sotto un ponte. "Ci sono già abituato", ha detto. "Una giornata tipo è che ci bombardano e ci bombardano dalla mattina alla sera. La mamma dice: "Dove sei?" e io dico: "Sono a casa". Ora è la nostra casa. La gente dice: "Non vediamo l'ora che tu torni a casa" e noi diciamo: "Siamo a casa".

I corpi dei civili morti giacciono insepolti a Posad-Pokrovske da mesi. I soldati non sono autorizzati a raccoglierli; dal momento che sono civili, deve essere fatto dalla polizia, e la polizia non viene.
...
Una manciata di villaggi sono stati liberati nel nord della testa di ponte russa, e l'Ucraina ha conquistato un appiglio sul lato ostile di un fiume più piccolo, gli Inguleti. Ma soprattutto le due parti rimangono a poche miglia di distanza, con più linee di artiglieria più indietro. Nel paesaggio pianeggiante e aperto, con poca copertura tranne gli alberi lungo le strade, qualsiasi tentativo da una parte di violare le linee dell'altra è soggetto al fuoco appassito di missili e cannoni anticarro o al bombardamento. Entrambe le parti lanciano droni per spiare obiettivi di artiglieria; quando l'artiglieria spara, diventa il bersaglio dell'artiglieria dell'altra parte.

La Russia ha un vantaggio schiacciante in tutte queste aree. Ha più cannoni e razzi di artiglieria dell'Ucraina, con un ampio margine. Ha più aerei d'attacco ed elicotteri. Ha più missili antiaerei per abbattere i droni ucraini e un vantaggio schiacciante nei sistemi di guerra elettronica per bloccarli. "È più facile per loro", ha detto Sasha. "Trasportano in conchiglie per ferrovia, per il carro. Li scaricano con le gru. Scavano rifugi con bulldozer. Sparano razzi dalla mattina alla sera come se uscissero da una macchina. È vergognoso ammetterlo: hanno droni che volano su di noi 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e noi ne abbiamo uno. A volte possiamo vedere cosa stanno facendo ... ma è imbarazzante. Non ne abbiamo la capacità".

L'Ucraina è stata brava a nascondere i suoi militari, ma anche così, l'assenza a Mykolaiv e nella campagna circostante dei segni di un accumulo di attrezzature, truppe e rifornimenti che ci si potrebbe aspettare per una controffensiva è sorprendenteC'è solo così tanto che puoi muoverti di notte. Se l'Ucraina sta usando la sua tanto decantata mobilitazione per espandere il suo esercito con nuove unità per riconquistare Kherson, lo sta facendo con straordinaria furtività – o semplicemente ci vuole molto tempo per integrare una serie caotica di armi straniere e reclute non addestrate. Sasha era timido riguardo alle perdite della sua unità, ma ha detto che non erano state sostituite.

Nessuna nuova arma sta arrivando nell'area di Mykolaiv. Le unità di prima linea sono esaurite e non sono state ruotate da marzo. Le forze russe hanno una schiacciante superiorità materiale nell'area.

Non c'è alcuna offensiva ucraina kherson. Non ci sarà alcuna offensiva ucraina di Kherson.

Se ci sarà un'offensiva nell'area generale, sarà lanciata dalla parte russa che invaderà le poche forze ucraine esauste che detengono quella linea del fronte.

Le poche operazioni ucraine, gli attacchi missilistici sui ponti che sono facilmente sostituiti dai traghetti, gli atti di sabotaggio su una base aerea della Crimea, sono piccole punture di spillo per la parte russa. Non cambieranno lo squilibrio delle forze o l'esito della guerra.

Pubblicato da b il 12 agosto 2022 alle 10:17 UTC | Permalink ·

https://www.moonofalabama.org/2022/08/via-daniel-ukraine-battle-expands-as-kyiv-launches-counteroffensive-new-york-times-may-29-2022-ukraine-regains-some.html#more

Una delle verità documentate del conflitto in Ucraina e quasi sempre trascurate dai media ufficiali in Occidente è che il regime di Zelensky commette regolarmente crimini di guerra sia bombardando in maniera deliberata obiettivi civili sia trasformando in postazioni militari edifici come scuole, case e ospedali senza che vi sia una stretta necessità derivante dalla guerra in corso

Ucraina: i crimini di Zelensky
di Michele Paris
4 agosto 2022

Una delle verità documentate del conflitto in Ucraina e quasi sempre trascurate dai media ufficiali in Occidente è che il regime di Zelensky commette regolarmente crimini di guerra sia bombardando in maniera deliberata obiettivi civili sia trasformando in postazioni militari edifici come scuole, case e ospedali senza che vi sia una stretta necessità derivante dalla guerra in corso. Il governo russo e la stampa indipendente denunciano questa situazione da tempo, ma le atrocità o presunte tali verificatesi sul campo di battaglia a partire dal 24 febbraio scorso continuano a venire attribuite esclusivamente alle forze di Mosca. Questa settimana, il comportamento dell’Ucraina è finito però al centro di un’indagine anche di Amnesty International, una ONG non esattamente accusabile di simpatie putiniane, che ha appunto documentato i crimini del regime di Kiev costati finora la vita a un numero imprecisato di civili.

È pratica comune per le forze armate ucraine installarsi in aree residenziali, scrive Amnesty, “situate a chilometri di distanza dalle linee del fronte e da spazi alternativi che non metterebbero a rischio i civili”, come ad esempio “basi militari, boschi o altre strutture lontane dalle zone residenziali”.

In pratica, gli ufficiali ucraini ordinano regolarmente ai loro soldati di insediarsi in condomini oppure scuole e ospedali, da dove aprono il fuoco verso le postazioni russe, trasformando di conseguenza gli edifici occupati in legittimi obiettivi militari di Mosca.

Amnesty conferma anche che le forze ucraine non invitano nemmeno ad andarsene i civili che si trovano in questi stessi edifici o nelle immediate vicinanze, astenendosi così dall’adottare una misura precauzionale imposta dal diritto internazionale. Tutto ciò dimostra che il ricorso di fatto a “scudi umani” o civili è una scelta deliberata del regime di Kiev, attuata per provocare bombardamenti russi e accusare poi Mosca di colpire indiscriminatamente obiettivi civili.

Gli episodi di questo genere sono stati molteplici in questi mesi e quasi sempre ignorati dai media occidentali. Quando le notizie sono invece circolate, questi ultimi hanno riportato all’opinione pubblica occidentale solo la versione ucraina. Anche senza una presenza di reporter sul campo per verificare l’accaduto, in molti casi sarebbe bastato un esame nemmeno troppo approfondito di immagini, video e testimonianze di dominio pubblico relative ai bombardamenti per arrivare a una ricostruzione più realistica.

Amnesty riporta ad esempio le dichiarazioni di alcuni residenti di un condominio nella città di Lysychansk, molto simili a quelle che erano state raccolte da una giornalista del New York Times qualche tempo fa dopo la distruzione di un altro edificio residenziale, in questo caso nella località di Chasiv Yar. Nelle loro affermazioni si trova la conferma di come i militari ucraini avessero usato la struttura abitata da civili per sparare in direzione dei russi. Il risultato è stato l’arrivo dei colpi dell’artiglieria russa e la morte di un numero imprecisato di inquilini, quasi tutti anziani, e soldati ucraini. Identici sviluppi c’erano stati a Chasiv Yar, ma incredibilmente la corrispondente del Times non aveva tratto le logiche conclusioni dai fatti a cui aveva assistito di persona e di cui aveva scritto, cercando invece di fare apparire l’attacco russo come deliberatamente diretto contro un edificio civile.

A proposito di questo comportamento delle forze ucraine, il segretario generale di Amnesty International Agnès Callamard, già relatrice speciale ONU sulle esecuzioni sommarie, ha affermato che il rapporto appena pubblicato documenta uno “schema” ben preciso attuato da Kiev che “mette a rischio le vite dei civili” in “violazione del diritto di guerra durante le operazioni in aree abitate”. L’esperta francese di diritti umani ha aggiunto che “il fatto di essere su posizioni difensive non dispensa i militari ucraini dal rispetto del diritto umanitario internazionale”.

HIMARS e i complici americani

L’altra faccia di questa medaglia sono i bombardamenti ucraini che si ripetono su obiettivi civili, in questo caso senza nessun valore militare, nelle località delle due repubbliche del Donbass. La città di Donestsk è la più esposta al fuoco e proprio giovedì mattina è stato registrato un attacco contro un teatro dove era in corso una cerimonia dedicata a Olga Kachura, colonnello russo recentemente uccisa in battaglia. Le bombe hanno colpito anche strade e altri edifici nelle vicinanze, facendo svariate vittime. Tra i feriti ci sarebbe un giornalista del network russo RT, mentre un video-reporter italiano presente sul posto è riuscito a malapena a mettersi in salvo.

Episodi simili sono aumentati sensibilmente nelle ultime settimane in concomitanza con l’invio al regime di Kiev di sistemi lanciarazzi multipli americani HIMARS (“High Mobility Artillery Rocket System”). Questi ordigni risultano piuttosto precisi ed efficaci, anche se non rappresentano l’elemento in grado di cambiare le sorti del conflitto, come sostengono molti commentatori sui media ufficiali. Piuttosto, l’impiego degli HIMARS ha fatto salire il numero di vittime civili causato dalle forze di Kiev e ha dato l’occasione di fare luce sul ruolo del personale americano impegnato sul campo in Ucraina.

Una delle questioni più controverse è stata quella del bombardamento con due missili lanciati il 29 luglio da una batteria HIMARS sulla prigione di Olenivka, a 30 chilometri da Donetsk, dove erano detenuti combattenti del battaglione neo-nazista Azov catturati dai russi a Mariupol. I morti tra questi ultimi sono stati 50 e circa 70 quelli feriti. Kiev ha negato la responsabilità della strage, accusando la Russia di avere inscenato il bombardamento. Alcuni giornalisti televisivi hanno però avuto accesso poco dopo i fatti al campo di prigionia di Olenivka e hanno rilevato elementi che confermano l’uso di HIMARS.

Secondo alcuni, l’operazione sarebbe stata condotta deliberatamente dai vertici ucraini per mettere a tacere i detenuti neo-nazisti, tra i quali vi era chi aveva iniziato a collaborare con i russi. Uno di questi è Dmytro Kozatsky, apparso in un video il giorno prima del bombardamento della prigione per accusare il consigliere di Zelensky, Oleksij Arestovich, di avere ordinato la tortura e l’esecuzione sommaria di soldati russi fatti prigionieri.

L’altro aspetto importante legato agli HIMARS è da ricondurre alla testimonianza del generale Vadym Skibitsky, vice-direttore dell’intelligence militare ucraina, sulla collaborazione tra le forze del suo paese e gli americani. Skibitsky ha rivelato in un’intervista al britannico Daily Telegraph che ogni lancio di missili da parte ucraina viene preceduto da “consultazioni” con l’intelligence USA. Per il generale, “Washington ha facoltà di fermare qualsiasi potenziale attacco [missilistico]”, se questo è diretto contro obiettivi che gli Stati Uniti preferirebbero risparmiare.

Da tempo si parla della presenza di personale americano sul terreno in Ucraina a sostegno delle forze armate locali in gravissima difficoltà. Anche a livello ufficiale erano già emerse notizie sull’impegno USA nel fornire agli ucraini, oltre ad armi e addestramento, informazioni di intelligence per individuare e colpire obiettivi russi. La testimonianza del generale Skibitsky è però particolarmente incriminante, anche perché si accompagna alla già ricordata impennata dei bombardamenti contro obiettivi civili. La favola del rifiuto da parte degli Stati Uniti di partecipare in maniera diretta al conflitto con la Russia è quindi sul punto di crollare definitivamente e, oltretutto, il ruolo del personale americano appare sempre più collegabile a gravissimi crimini di guerra.

La turbina della discordia

Sul fronte del gas, il Cremlino ha messo a segno un altro colpo molto pesante in questi giorni che potrebbe spingere oltre il precipizio un’Europa e, in particolare, una Germania già alle prese con una crisi energetica di cui non si intravede la fine. Mercoledì, il gigante russo Gazprom ha fatto sapere che non potrà accettare la turbina utilizzata per pompare il gas verso occidente attraverso il gasdotto Nord Stream 1 a causa delle complicazioni derivanti dalle sanzioni europee.

La turbina in questione era finita in riparazione in Canada e la sua dismissione temporanea si era tradotta nella diminuzione del 40% delle forniture di gas russo alla Germania. Siemens, la società responsabile dei lavori, inizialmente si era detta impossibilitata a riconsegnare la turbina alla Russia a causa dell’opposizione del governo canadese, ben deciso a far rispettare le sanzioni. Quando però la situazione stava diventando critica per la Germania, ormai a corto di gas, era stata decisa una “eccezione” alle sanzioni.

La turbina aveva avuto allora il via libera, ma invece di essere inviata in Russia si era fermata in Germania. Per Gazprom si tratterebbe di una violazione del contratto di fornitura di gas con Berlino e questa settimana ha attribuito alle sanzioni europee e alla mancanza di tutti i documenti necessari relativi al macchinario l’impossibilità di ultimare la consegna. Il problema per la Germania è che il transito di gas tramite il Nord Stream 1 è ulteriormente calato al 20% dopo che Gazprom il 27 luglio aveva disconnesso un’altra turbina perché anch’essa bisognosa di riparazioni.

Mosca sta dunque sfruttando magistralmente l’arma del gas per far ritorcere contro l’Europa le assurde sanzioni adottate in questi mesi. In questo modo, stanno anche salendo le pressioni sul governo del cancelliere Scholz per attivare il gasdotto Nord Stream 2, di fatto già ultimato e pronto a pompare gas russo ma sospeso a inizio anno su insistenza degli USA. Le richieste di imprenditori e politici locali tedeschi per far partire il Nord Stream 2 si stanno moltiplicando in parallelo all’aggravarsi della situazione energetica in Germania. Il governo di Berlino è però davanti a un dilemma: proseguire nelle politiche autolesioniste dettate dagli interessi americani o considerare finalmente le esigenze del paese e provocare l’ira di Washington e Kiev.

Zelensky e lo spiraglio diplomatico

Il veterano commentatore “ultra-mainstream” del New York Times, Thomas Friedman, ha scritto qualche giorno fa che l’amministrazione Biden sarebbe ai ferri corti con il presidente ucraino. Tra Biden e Zelensky ci sarebbe insomma “una profonda sfiducia”, decisamente “maggiore di quanto viene riportato” pubblicamente. Friedman cita come uno dei fattori irritanti per la Casa Bianca il recente licenziamento in tronco da parte di Zelensky del procuratore generale ucraino e del numero uno del servizio segreto domestico. Il “columnist” del Times sostiene in sostanza che il governo USA non avrebbe un’idea accurata di quanto sta accadendo nelle stanze del potere di Kiev, per poi aggiungere che l’amministrazione Biden dà l’impressione di non volere “guardare dietro il sipario a Kiev per il timore di vedere la corruzione” dilagante in un paese “dove abbiamo investito così tanto”.

Il New York Times e lo stesso Friedman lavorano in pratica per veicolare messaggi dell’apparato di potere americano e un articolo come quello citato va perciò analizzato con estrema attenzione. Quello che trapela chiaramente è tuttavia il malumore che circola a Washington per la direzione che ha preso il conflitto. Sul versante opposto, la questione si potrebbe collegare alla relativamente insolita intervista rilasciata da Zelensky al giornale di Hong Kong, South China Morning Post, dove ha espresso l’auspicio di parlare con il presidente cinese, Xi Jinping. Zelensky ha sollevato una fantasiosa ipotesi secondo la quale Pechino potrebbe in qualche modo convincere Mosca a fare marcia indietro in Ucraina. Al di là di tutto, sembra trasparire una certa disperazione per una guerra rovinosa e impossibile da vincere per Kiev. L’unica speranza è che per questa strada si arrivi a una possibile soluzione diplomatica.

La Russia, da parte sua, si è detta pronta a un accordo. Mercoledì lo ha confermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, rilanciando le legittime aspettative di Mosca. Anche se gli Stati Uniti avevano piani ben precisi nel provocare il conflitto, è chiaro che, alla luce della realtà sul campo, sarà sempre più difficile raggiungerli, mentre il popolo e i soldati ucraini vengono sacrificati sull’altare delle mire americane. “La Russia è pronta [per la pace] e l’Ucraina”, ricorda Peskov, “conosce benissimo le nostre condizioni”. D’altronde, conclude il braccio destro di Putin, “in un modo o nell’altro i nostri obiettivi saranno alla fine raggiunti”.

Non esiste una élite dei giusti, è contraddizione di concetto, l’unica giustizia è quella che solo i Molti possono decidere sia tale, dandosi il nomos (Νόμος) da soli (auto-nomia).

Problemi adattivi
di Pierluigi Fagan
4 agosto 2022

John R. McNeil, Qualcosa di nuovo sotto il sole. Storia dell'ambiente nel XX secolo, Einaudi, 2020

J.R. McNeill, oltre ad esser figlio del grande William H., è uno dei più grandi storici americani, presidente nel 2019 dell’American Historical Association, dopo averne diretto per diversi anni il dipartimento di ricerca. È anche l’iniziatore di un nuovo filone di studi storici ovvero gli studi storico-ambientali.

Questo è il suo libro più famoso di cui non consiglio la lettura se non vi serve per apposita ricerca. Molto più interessante in senso attuale quello scritto con P. Engelke dal titolo “La Grande accelerazione” (Einaudi, 2018). Questo da cui partiamo per il nostro ragionamento è del 2000 e data la mole di informazione e studi ivi contenuti, deve aver richiesto almeno cinque-sei anni di lavoro; infatti, gran parte dei dati su serie lunga si fermano al 1990. Ma questo è proprio l’arco di tempo che serve all’Autore, per mettere a fuoco ciò che contraddice l’Ecclesiaste (1-9-11) che sosteneva una sorta di eterna immutabilità del mondo.
  • In breve, tra 1890 e 1990, il mondo muta ed aumentano le seguenti cose coi seguenti numeri: popolazione umana 4 volte come quella bovina. 
  • Di 7 volte la produzione carbonifera 
  • e di 9 la popolazione suina, 
  • nonché il consumo delle acque dolci. 
  • Di 13 volte la percentuale della popolazione urbana 
  • così come le emissioni di biossido di zolfo (di 8 quelle di piombo nell’atmosfera). 
  • Il valore complessivo dell’economia mondiale è aumentato di 14 volte, 
  • di 16 volte il consumo energetico, 
  • di 17 volte le emissioni di biossido di carbonio (CO2). 
  • Di 35 volte la pesca marina, 
  • di 40 volte la produzione industriale. 
Tutto ciò ha portato alla ribalta un nuovo problema: il problema della compatibilità tra umanità, suo stile di vita e ambiente planetario.

Da notare: 
1) la velocità del fenomeno; 
2) per volumi ed intensità il suo essere inedito nella nostra storia; 
3) la sparizione di riserve di spazio e possibilità in cui gli impeti di civiltà precedenti hanno potuto sfogare la propria occasionale esuberanza; 
4) il porre un problema per l’umanità che però è un aggregato statistico con vari livelli di sviluppo, così come nelle singole società ci sono vari livelli di classe sociale, stile di vita e ricchezza.

L’Autore non è un ecologo o un politico o un filosofo, è uno storico piuttosto sobrio; quindi, nel volume non c’è alcuna isteria o più di tanto ammonimenti e reprimende etico-morali, diciamo che è di tono “fotografico”. Lo studio praticamente non parla di cambiamento o riscaldamento climatico, si occupa di ambiente in senso ampio. E direi molto ampio, visto che indaga: 
  • litosfera, atmosfera (in senso regionale e globale), 
  • l’idrosfera (consumo ed inquinamento acque, dighe, deviazioni etc.) 
  • e la biosfera (foreste, mari, invasioni specie aliene, impatto agricolo e suoli etc.). 
  • Poi c’è demografia, città, combustibili ed analisi energetica, ideologie economiche e politiche, politiche internazionali 
  • e guerre (l’esercito USA, da solo, è il maggior sistema inquinante del mondo, pari a quello di 140 Paesi secondo il Watson Institute della Brown University, anche senza fare guerra in quanto tale).
Decine le questioni nel particolare, dal peso smisurato delle nuove macchine per l’agricoltura industriale che però compattano troppo il terreno che diventa sterile, alle specie aliene che viaggiano nelle acque di zavorra delle navi e poi sterminano ecosistemi non avendo competitor. Problema noto anche in superficie con l’incredibile storia del coniglio europeo importato in Australia.

Due cose emergono tra le altre. La prima è la non intenzionalità. Gli umani fanno cose per risolvere problemi a breve e creano quasi sempre problemi a medio lungo. Come dice il McNeill, se vivessimo 800 o 8000 anni, ne avremmo consapevolezza dall’esperienza, ma poiché ne viviamo solo 80 (se va bene) allora dovremmo studiare la storia, cosa che lui ci invita a fare con un pizzico di utopismo.

Giusto ieri, ad un comizio, Trump lanciava l’idea di abolire il Dipartimento dell’Istruzione e negli USA hanno un incredibile problema di reperimento insegnanti (sottopagati, maltrattati da genitori ignoranti di alunni ancora più ignoranti e da ultimo anche invitati a frequentare corsi di porto d'arma per difendere le scolaresche) per il quale in alcuni stati repubblicani hanno addirittura promosso i reduci di guerra per insegnare non si sa cosa, se non -meglio ancora- non mandare i figli a scuola ed istruirli in famiglia rendendo perpetua la trasmissione dell’ignoranza. Ma l’attacco all’istruzione, la scuola, il diritto allo studio, la partizione classista delle università private, la cultura in genere, i nuovi contesti elettronici è di ben più vasta portata e decennale trovando solidali tra loro tutti i tipi di élite che poi si lamentano perché la gente è troppo ignorante per votare o gli lisciano il pelo perché ora la lotta è tra alto e basso di modo ci sia una élite buona che guida il popolo contro un’altra élite cattiva (la stupidità umana è la sola cosa oltre la paura della morte che giustifica il concetto di “infinito”).

La seconda è una citazione del Machiavelli che già cinque secoli fa notava come nelle cose dello Stato, i mali vengono fatti crescere non notati fino a che, quando poi si notano, è tardi per porvi rimedio (Il Principe III).

Quindi, in breve, il problema adattivo è dato da: 1) un gigantesco problema che è nuovo nella nostra storia; 2) un problema che deriva dal nostro modo di stare al mondo e stante che non tutti vi partecipano allo stesso modo ed in genere chi più vi partecipa non è chi ne subisce gli effetti dal ché il negazionismo dei primi che vedrebbero azzerate le condizioni di possibilità del loro potere personale, di classe o di nazione o di civiltà dominante; 3) l’incertezza su quanto tutto ciò potrà durare prima di rischiare concretamente un grande reset di estinzione parziale di specie (tra cui buona parte della nostra); 4) il fatto che il fenomeno è cumulativo ed a soglia critica per lo più ignota e quando manifesta la sua drammatica attualità è sempre troppo tardi.

Conclusione: poco sappiamo, pochi ne sanno, molti non hanno interesse a saperne e che si sappia.

Da cui sorge per simmetria la diagnosi del fatidico: “ed allora che fare?” ammesso noi si sappia e condivida di quanto riportato nell’ultima riga di conclusione. La ricetta è semplice a dirsi, tutt’altro a farsi ovvero promuovere conoscenza migliore, sbugiardare chi nega e mente, promuovere sistemi di diffusione di conoscenza allargata.

Da tempo, abbiamo capito che per la specie umana i tempi dell’evoluzione biologica (genetica) non sono sincroni col tempo della nostra trasformazione del mondo e delle nostre società, dobbiamo affiancargli l’evoluzione culturale. Ma anche questa conoscenza è ristretta, limitata a pochi, avversata da più parti. Chi vi fa appello è visto come un romantico intellettuale dallo scarso senso pratico rispetto al più concreto “si vabbe’ ma domani che se magna?”.

Ogni forma di emancipazione sociale ed individuale, nella storia, è stata accompagnata da un salto di conoscenza e sua condivisione. Il motivo è semplice, gli esseri umani agiscono in base a ciò che pensano e pensano in base a ciò che sanno. Se volete cambiare il mondo, cosa terribilmente pratica e tutt’altro che astratta, non c’è altra via che fargli sapere le cose, fargli pensare in modo adeguato, farli agire da soli in conseguenza.

Purtroppo, ciò non piace a molti, inclusi quegli aspiranti "cambiatori del mondo" che però vorrebbero esser loro l’individuo eroico e potente sommerso di "riconoscimento" che ha indicato e guidato il cambiamento.

Le due più grandi rivoluzioni umane nella storia recente del mondo sono state la conversione agricola di cinquemila anni fa e la c.d. rivoluzione verde di settanta anni fa che ha prodotto la grande inflazione demografica del nostro nuovo mondo complesso. È sempre una questioni di campi da coltivare e non di ingegneria con capimastri, ingegneri, archistar, imprese di costruzioni. Seminare, dare acqua, proteggere i processi di emancipazione che vanno lasciati svolgersi e non tirati di qui e di là affinché l’élite dei giusti prenda il posto dell’élite degli sbagliati.

Non esiste una élite dei giusti, è contraddizione di concetto, l’unica giustizia è quella che solo i Molti possono decidere sia tale, dandosi il nomos (Νόμος) da soli (auto-nomia). Nel caso in oggetto più specificatamente, una giustizia che introietti anche i due concetti di: limite e catene delle conseguenze. Salvo poi riceverne conferma o meno dal mondo che vivono ovvero verificare un positivo adattamento o l’uscita dal registro della storia.

Mario Draghi era in chiara ed evidente difficoltà, proprio perché l’impalcatura su cui è costruito il sistema-euro è un ammasso di falsità che la dottrina economica non riesce a far stare in piedi tutte insieme contemporaneamente.

USCIRE DALL’EURO SAREBBE DAVVERO UN DISASTRO FINANZIARIO? FACCIAMO CHIAREZZA

By Megas Alexandros On 12 Agosto 2022 11,993


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di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

L’inganno e la frode sono le principali armi con cui il potere mette in atto la sua strategia di convincimento delle masse per poter proseguire indisturbato nel suo progetto predatorio.

Abbiamo sviscerato e toccato con mano gli inganni sulla presunta scarsità della moneta, sul fantasioso teorema contabile che il debito pubblico sia un qualcosa che lasceremo in dote ai nostri figli, per non parlare dell’ultimo tema trattato nel precedente articolo, riguardante il “dogma” secondo il quale sarebbero i mercati a decidere i tassi e non le banche centrali.

La lista delle frodi in materia di politica economico-monetaria, credetemi è ancora lunga e tra queste abbiamo anche l’avventata teoria, secondo alcuni, che il Target2 rappresenterebbe il rapporto debitorio di alcuni paesi dell’eurozona nei confronti di altri, o addirittura come qualcuno prefigura, nei confronti della Banca Centrale Europea.

Andiamo allora a vedere immediatamente cosa rappresenta il Target2?

Cosa sia il Target2 ce lo dice direttamente dal suo sito la BCE [1]:

Target2 è un sistema di pagamento di proprietà dell’Eurosistema, che ne cura anche la gestione. È la principale piattaforma europea per il regolamento di pagamenti di importo rilevante; viene utilizzato sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro in tempo reale. [1 ibidem]

Cosa sono i sistemi di pagamento?

Le economie moderne devono poter contare su un flusso di operazioni sicuro ed efficiente; i sistemi di pagamento sono la “rete idraulica” che permette alla moneta di fluire nell’economia.

Target2 è un sistema di pagamento che consente il trasferimento di moneta tra le banche dell’UE in tempo reale.

Questa funzione è definita regolamento lordo in tempo reale (real-time gross settlement, RTGS).

Qual è l’importanza del Target 2?

Per la BCE è fondamentale assicurare l’ordinato ed efficace funzionamento dei sistemi di pagamento e delle altre infrastrutture di mercato, al fine di preservare la stabilità finanziaria nell’area dell’euro.

Target2 è quindi un mattone indispensabile dell’integrazione finanziaria nella UE.

Permette alla moneta di fluire liberamente attraverso i confini e sostiene l’attuazione della politica monetaria unica della BCE.

Come funziona il Target 2?

La piattaforma è di proprietà dell’Eurosistema, che ne cura anche la gestione.

In parole povere, ecco il suo funzionamento: 
  • La banca A e la banca B hanno entrambe un conto presso la banca centrale
  • Un pagamento in euro deve essere effettuato dalla banca A alla banca B
  • La banca A immette le istruzioni di pagamento in Target2
  • Il pagamento è regolato mediante un addebito sul conto della banca A e un accredito su quello della banca B
  • Target2 trasferisce le informazioni sul pagamento alla banca B

Chi può usare il Target 2?

Le banche centrali dell’UE e le rispettive comunità nazionali di banche commerciali. Sono più di 1.700 le banche che usano Target2 per eseguire operazioni in euro, per proprio conto o per conto della clientela. Se si considerano succursali e filiazioni, attraverso Target2 è possibile raggiungere oltre 55.000 banche (e i loro clienti) in tutto il mondo.

A far confusione (salvo poi fare marcia indietro) e mettere in atto la frode, ci pensò per primo il nostro premier dimissionario Mario Draghi, quando da governatore della BCE, in una lettera in risposta ad una interrogazione presentata dagli europarlamentari Marco Valli e Marco Zanni (Movimento Cinque Stelle), scrisse: «Se un Paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua Banca centrale nazionale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente» [2]


Nella lettera Draghi spiegava anche a cosa è dovuta la tendenza in aumento relativa al saldo Target2 di certi paesi nei confronti di altri. Semplicemente, stante la narrazione, che identifica all’interno dell’eurozona paesi più affidabili o meno, avviene che molti risparmiatori dei paesi del sud tendono ad investire i loro risparmi in asset dei paesi del nord. «Questo fenomeno – come affermava Draghi – riflette la struttura finanziaria dell’area dell’euro, in cui le banche con modelli imprenditoriali in grado di attrarre maggiori disponibilità liquide sono in genere situate in pochi centri finanziari»

Quindi, tanto per essere chiari, se un italiano compra bund tedeschi, il saldo Target2 della Buba aumenta. Ma questo non vuol certo dire che Bankit è diventata debitrice della Buba. Anzi, se qualcuno è debitore, in questo caso è il Tesoro tedesco nei confronti dell’investitore italiano, il quale acquistando bund, lo ha di fatto finanziato prestando i propri risparmi.

Stessa cosa avviene per un altro tipo di operazione che influenza sempre il Target2; sto parlando delle operazioni commerciali che il settore privato mette in atto all’interno degli stati membri, caratterizzate da import ed export. Se un italiano acquista una Mercedes trasferendo i suoi risparmi al concessionario in Italia, il quale poi a sua volta trasferirà ad una banca tedesca la somma per acquistare l’autovettura dalla casa madre in Germania, anche in questo caso, il saldo Target2 della Buba aumenterà e viceversa nel caso un tedesco acquistasse beni o servizi in Italia.

Questo però non significa assolutamente che la Buba sia creditrice di Bankit, oppure che lo Stato tedesco sia creditore di quello italiano o vicevers.

Del resto, che il Target2 non sia indicatore di un rapporto di debito credito tra stati o tra privati, lo affermava sempre Draghi nella stessa lettera sopra citata: «i saldi Target2 non sono, per loro natura, indicatori di una frammentazione dei mercati, ne’ necessariamente di squilibri suscettibili di influire sulle variabili macroeconomiche fondamentali di un Paese»

Possiamo proprio dire di aver beccato Draghi con le mani nella marmellata.

Eccola la spiegazione sul perché l’aumento del saldo italiano del Target2 del 2017, secondo Draghi, è diverso da quello che avvenne nel 2007/08 e nel 2011/12:

«l’attuale tendenza al rialzo dei saldi – continua Draghi – è quindi distinta dall’aumento osservato da metà 2007 a fine 2008 e, nuovamente, da metà 2011 a metà 2012». In questi periodi, l’incremento «era riconducibile alle tensioni e alla frammentazione dei mercati dovuti alla crisi finanziaria e del debito sovrano». Il loro attuale incremento, invece, «non è sintomatico di maggiori tensioni ed è quindi intrinsecamente diverso dai precedenti aumenti».

“Arlecchino si confessò burlando” – mai detto fu più appropriato che in questo caso.

E certo che nel 2017 i mercati non erano più frammentati e come d’incanto i debiti sovrani dei PIIGS non erano più affetti da crisi finanziare!!!

Draghi si trovava in evidente disagio di fronte a quelle interrogazioni parlamentari, proprio perché fu costretto a dare spiegazioni logiche e scientifiche al netto della truffa-euro, sul perché lo stesso evento accaduto a distanza di anni, avrebbe avuto (secondo lui) nel 2017, conseguenze diametralmente opposte, rispetto ai periodi precedenti.

Ora, parliamoci chiaro, Mario Draghi era in chiara ed evidente difficoltà, proprio perché l’impalcatura su cui è costruito il sistema-euro è un ammasso di falsità che la dottrina economica non riesce a far stare in piedi tutte insieme contemporaneamente.

Premesso che anche nel 2007-2008, nessuna banca centrale dell’eurozona si precipitò a saldare i propri Target2 nei confronti della BCE (del resto se lo avessero fatto, sarebbe finito l’euro).

Cosa era cambiato nel 2012, di così tanto importante, da far ammettere a Draghi che i saldi del Target2 “non influiscono nel modo più assoluto sulle variabili macroeconomiche fondamentali di un Paese?”

La risposta è semplice e presto detta!

Nel frattempo Mario Draghi stesso aveva pronunciato l’ormai famosa frase (“whatever it takes”) con la quale battezzò, di fatto, la BCE come prestatore di ultima istanza e garante dei debiti dei paesi membri.

Per chi ancora non lo avesse compreso, salvare la moneta euro, senza che la Banca Centrale Europea garantisca i debiti pubblici degli stati membri è – scientificamente provato e dimostrato – impossibile.

In pratica, Draghi parrebbe ammettere in modo più che avventato, che nel 2008 non essendoci stata formalmente la garanzia, i saldi del Target2 nei confronti della BCE, avrebbero potuto essere un problema (anche se poi come vedremo nel proseguo dell’articolo e con le conferme dello stesso Draghi, tecnicamente non è così), mentre dopo la sua frase che lo ha reso famoso, tale “fantomatico” problema sarebbe sparito di colpo.

Ora, solo gli ingenui e gli sprovveduti, possono credere ad una favola del genere. Delle due l’una, o non erano un problema anche prima oppure lo sono sempre. La risposta esatta, come vedremo è la prima.

Come abbiamo detto, quando Draghi cercava di spiegare il motivo per cui il Target2 del nostro paese si espandeva in territorio negativo, evidenziava giustamente come fossero responsabili di questo, le operazioni di trasferimento di capitali dall’Italia verso i paesi del Nord (del resto non potrebbero esserlo le operazioni di import-export, stante l’Italia essere attiva nella bilancia commerciali); operazioni dovute al fatto che i nostri risparmiatori sono invogliati ad investire in asset apparentemente più sicuri; o meglio a loro presentati come più sicuri.

A tutto questo hanno contribuito in modo determinante il QE e le varie politiche monetarie della BCE, la quale acquisendo titoli di stato dal settore privato ha liberato liquidità (risparmio privato non moneta netta della BCE!), che poi si è diretta verso i paesi e le strutture finanziarie ritenute più sicure dai risparmiatori. Se mai valesse il “folle” principio che all’interno di una unione monetaria esistano porti più o meno sicuri. Personalmente ne dubito!

Basterebbe un minimo di riflessione personale condita da un po’ di umiltà, per comprendere che BTp, Bund, Oet, Bonos, ecc. denominati in euro, sono tutti porti sicuri in ugual misura, finché vengono garantiti da Francoforte.

Se ancora qualcuno avesse dei dubbi sul fatto che il Target2 sia rappresentativo di flussi e non di debiti, Vi consiglio la lettura cronologica dei fatti relativa a tutte le passate apparizioni di Draghi in commissione per rispondere alle interrogazioni di alcuni europarlamentari sul tema e che vi riporto sotto nelle note. [3]

Potrete notare un Draghi che dopo averla “pestata” sul Target2, cerca in ogni modo di pulirsi, senza accorgersi di essere entrato in un campo di.. escrementi.

Potete ben immaginare il risultato di questo balletto, soprattutto di fronte alla necessità, che Draghi aveva, di combinare le falsità utili solo a far star in piedi l’euro, con le verità che lui stesso poi fu costretto ad ammettere, proprio per non mettere ancora più in palese evidenza quelle falsità stesse.

La parola fine sul Target2 e finalmente la verità, Draghi arrivo’ a pronunciarla davanti alla Commissione per gli affari economici e monetari, il 20 novembre 2017. Lì, fece tre precisazioni: 
  1. Cosa sono i saldi Target 2:“ciascuna Banca Centrale Nazionale dell’Eurosistema ha una posizione debitrice o creditrice (un saldo) nei confronti della BCE, che tiene traccia a fini contabili, della moneta entrata e uscita da ciascun paese partecipante”.
  2. Cosa non sono i saldi Target 2:“non riflettono diversi avanzi commerciali né le condizioni del conto capitale. Lasciatemi fare un esempio: l’Italia ha grandi debiti in Target 2. La Germania ha grossi crediti in Target 2. Seguendo il suo ragionamento, l’Italia dovrebbe avere un grosso deficit di conto corrente verso la Germania. Non è così, è equilibrato”.
  3. Non è previsto alcun ribilanciamento: “Dato che si tratta di un sistema di regolamento centralizzato, non vi è alcun meccanismo di ribilanciamento [un meccanismo all’interno del sistema TARGET2 in cui gli squilibri che si sono manifestati all’interno del sistema sono gradualmente eliminati] … Non è stato progettato con questo in mente”.
Insomma, un saldo ‘a fini contabili’, non di debiti e crediti, bensì dei movimenti ‘della moneta entrata e uscita. Movimenti che ‘non riflettono diversi avanzi commerciali né le condizioni del conto capitale’. Per i quali ‘non vi e’ alcun movimento di ribilanciamento’.

E senza alcuna rettifica ‘se un paese lasciasse l’Eurosistema’.

Insomma, se avrete la pazienza di leggere tutto l’excursus nelle note, vedrete come Draghi stesso diede torto a Draghi.

Di fronte alla marcia indietro di Draghi ed alla delusione di chi, in rappresentanza dei paesi “frugali”, già pregustava una lauta e piratesca plusvalenza, taluni fecero finta di non capire. E non furono certo gli ultimi arrivati: il Ministro delle Finanze Scholz e il Presidente della Bundesbank Weidmann.

Chi invece, pur deluso, capì benissimo, fu Bernd Lucke (politico ed economista tedesco), che richiamando la famosa risposta a Zanni, chiosò: “Ma lo ha scritto senza alcuna base legale, per quanto ne so”. Tanto da proporre di convertire i saldi Target in “obbligazioni a durata perpetua ed interessi variabili (…) ma con la chiara condizione che quando un paese lascia l’Eurosistema anche quel debito cade in scadenza”.

Incalzato, Draghi rispose con due menzogne (1- è un problema legale che non pertiene a Bce, 2- è una eventualità impossibile), una mezza menzogna (3- “qualunque limitazione a Target 2, distruggerebbe la unione monetaria”) ed un’unica verità (4-i saldi sono già garantiti, dai collaterali presentati alle banche centrali nazionali a fronte della originaria creazione di moneta).

Di nuovo, nessuna rettifica ‘se un paese lasciasse l’Eurosistema’.

Di nuovo, Draghi aveva dato torto a Draghi.

La confusione sul tema Target2, creata ad arte o meno, vide anche partorire, nel marzo 2018, da parte di alcuni economisti vicini alla cancelliera Angela Merkel – quali Cristoph Schmidt, Hans Werner Sinn e Karl Konrad – uno studio – poi pubblicato, nel quale si menzionava esplicitamente la necessità di avere un piano per l’uscita dall’euro, con relativa garanzia alla Germania di recuperare tutti quei soldi, si capisce.

Alle fantasie dei sopra citati soggetti – le cui doti si adattano più al mondo dei pirati che a quello dell’economia – non rispose come ci saremmo aspettati (visto il conflitto di interessi), un economista italiano o greco, ma direttamente un loro connazionale – l’economista tedesco ed ex consigliere esecutivo della Bce Jurgen Stark, il quale affermò che i saldi del Target2 sono meri valori statistici e sostenere il contrario è indegno di un economista serio.

In conclusione, credo che la questione sia chiarita, spero in modo definitivo – ma se vogliamo fare contenti chi ancora crede, che in caso d’uscita dall’euro la banca centrale del paese uscente debba regolare i suoi saldi nei confronti della BCE – Megas ha già pronta per loro la soluzione, totalmente indolore per le tasche del popolo.

In caso di uscita, sperata e gradita, del nostro paese, provvederemo al saldo attraverso la nuova Lira creata dal nulla dalla nuova banca centrale direttamente controllata dal nostro governo, naturalmente dopo averla appositamente convertita in euro attraverso il sistema dei cambi.

Tutto questo, sempre che, dopo che l’Italia sia uscita, l’euro, la BCE ed il sistema-euro, esistano ancora.

di Megas Alexandros


NOTE






Scripta Manent - La guerra igiene del mondo, gli europei erano anni che si preparavano per creare nuovi equilibri fra loro

Lo scoppio della prima guerra mondiale


01Ago, 2022di Roberto Trizio

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale parte dall’attentato di Sarajevo ( 28 giugno 1914) dove perse la vita l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, cui seguì dapprima la dichiarazione di guerra da parte dell’Impero austro-ungarico nei confronti della Serbia, protetta dalla Russia, poi dalla dichiarazione di guerra della Germania nei confronti sia della Russia che della Francia e più tardi dell’entrata nel conflitto dell’Inghilterra e, ultima, dell’Italia.

Il casus belli e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale

L’Europa viveva da diversi decenni un periodo di pace, nota come Belle Époque, dominata da floridi scambi commerciali e da una situazione di prosperità economica garantita dalle colonie.

Il 28 giugno del 1914, Gavrilo Princip, studente nazionalista serbo, uccise in un attentato, a colpi di pistola, l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia, eredi al trono dell’impero austro-ungarico. Princip, con il suo gesto, voleva punire l’Austria, ritenuta colpevole di impedire lo sviluppo della “Grande Serbia” e dunque l’indipendenza del suo popolo.

L’impero austro-ungarico emanò immediatamente un ultimatum nei confronti della Serbia. Si chiedeva la consegna immediata di tutti i soggetti pericolosi, il termine della propaganda anti austriaca, che proseguiva da diversi anni, e la possibilità da parte degli investigatori austriaci di individuare personalmente i responsabili dell’attentato.

La Serbia non aveva la minima intenzione di accettare tali condizioni. La piccola nazione, inoltre, era protetta dalla Russia, guidata dagli Zar, che garantì subito ai serbi il suo supporto militare.

Al rifiuto dell’ultimatum, l’Impero austro ungarico dichiarò guerra alla Serbia e così la Russia mobilitò immediatamente le sue forze.

In tutta l’Europa lo scoppio della Prima Guerra Mondiale

La Germania, alleata dell’impero austro-ungarico e dell’Italia secondo una alleanza nota come “Triplice Alleanza”, dichiarò immediatamente guerra alla Russia. Tecnicamente parlando, la triplice alleanza era un accordo di natura difensiva e la Germania sarebbe dovuta intervenire solo se l’impero austro-ungarico fosse stato attaccato, mentre in questa situazione era l’Austria ad aver dichiarato guerra ad un altro paese.

Nonostante questo, la mobilitazione russa, nonché una forte politica imperialista da parte del Kaiser Guglielmo II, preoccupò tanto la Germania da indurla ad entrare nel conflitto.

Dopo la dichiarazione della Germania, la Francia decise di mobilitare le sue forze militari, così la Germania dichiarò guerra anche alla Francia, basandosi su un piano militare pronto già dal 1905 ad opera del generale Von Schlieffen, che prevedeva l’invasione del Belgio neutrale per entrare nel paese francese.

L’invasione del Belgio da parte della Germania convinse l’Inghilterra a dichiarare guerra alla Germania e ad entrare anch’essa nella prima guerra mondiale.

Lo scoppio della prima guerra mondiale per l’Italia

L’Italia entrò per ultima nella Prima Guerra Mondiale. La politica italiana si divise tra neutralisti ed interventisti. Tecnicamente l’Italia era nemica dell’Austria, che durante le guerre di indipendenza aveva combattuto per stroncare la nascita del Regno d’Italia, mentre la Francia, soprattutto nella Seconda Guerra di Indipendenza, aveva aiutato il nostro paese a liberarsi dall’influenza austriaca.

Tuttavia, nel nostro paese si era sviluppato un forte sentimento antifrancese. Innanzitutto, la Francia aveva avuto un comportamento ambiguo durante il Risorgimento italiano, proteggendo militarmente lo Stato della Chiesa e rimandando la presa di Roma da parte dell’Italia. Tanto è vero, che l’Italia poté conquistare Roma solo quando la Francia, sconfitta nel corso della guerra franco-prussiana, non fu più in grado di offrire protezione armata al Papa.

Inoltre, la Francia aveva appena acquisito la colonia di Tunisia, che era invece nelle mire geopolitiche dell’Italia.

Tutte queste motivazioni convinsero l’Italia, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a scendere in campo e ad entrare nel conflitto come alleata della Germania e dell’Austria.

Le interpretazioni sullo scoppio della Prima Guerra Mondiale

Sullo scoppio della prima guerra mondiale vi sono diverse interpretazioni.

La prima segue la teoria della “Composizione“, secondo cui l’attentato di Sarajevo sarebbe stato un evento totalmente imprevedibile che avrebbe portato, come un effetto domino, il resto dell’Europa nella prima guerra mondiale. Si tratterebbe dunque di una dinamica completamente imprevista per i contemporanei, senza la reale volontà di scatenare un conflitto su scala Europea.

Una seconda interpretazione, invece, ritiene che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale sia stata innescata dall’attentato di Sarajevo ma fosse già in preparazione da diversi anni. In particolare, i sostenitori di questa teoria, citano la nascita del nazionalismo, che aveva portato i paesi ad una forte politica imperialista, alcune tensioni latenti seguite al crollo dell’impero Ottomano, e la corsa agli armamenti navali, dove la marina tedesca cercò di colmare il dislivello con la marina britannica.

Euroimbecilandia completamente in mano al fuoco sacro ideologico. Ha perso ogni contatto con la realtà. Nelle sue azioni non c'è più logica ne razionalità

Allevamenti nel mirino dell’ecologismo europeo, milioni di capi al macello
Proteste degli agricoltori olandesi, che rischiano di dover mandare al macello oltre 30 milioni di capi di bestiame dei loro allevamenti
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 10 Agosto 2022 alle ore 06:55


Quando pensiamo all’Olanda, le prime immagini che ci vengono in mente sono le mucche sui verdi prati, i mulini a vento e i più giovani forse anche ai coffee shop e al quartiere a luci rosse di Amsterdam. Sappiate che uno di questi cliché presto potrebbe essere spazzato via per legge. Non stiamo parlando né dei coffe shop, né delle donne in vetrina al quartiere De Wallen. Una proposta di legge del governo Rutte punta a ridurre di un terzo i capi di bestiame nel paese entro il 2030. A rischio vi sarebbero oltre 30 milioni tra maiali, mucche e galline. Ce ne sarebbero troppi in circolazione. L’Olanda guida la classifica europea della maggiore concentrazione di allevamenti pro-capite. Secondo gli studi governativi, essi sarebbero la causa degli alti livelli di inquinamento.

Governo Rutte contro gli allevamenti

Non è un mistero che il letame prodotto dal bestiame inquini. Insieme all’urina, rilascia azoto e ammoniaca. E così il governo ha deciso che i livelli di inquinamento debbano essere tagliati tra il 12% e il 70%, a seconda delle aree. Le più colpite sono le zone agricole. Per questo ha stanziato 25 miliardi di euro da qui al 2030 per convincere inizialmente con le buone gli agricoltori a cambiare attività. Il piano offrirebbe sostegno anche agli allevamenti trasformati da intensivi a estensivi, cioè con maggiore superficie disponibile per i capi di bestiame.

Gli agricoltori olandesi protestano da diversi giorni, perché temono che alla fine saranno costretti a mandare al macello milioni di mucche, maiali e galline o a chiudere del tutto. Questo secondo rischio riguarderebbe 11.200 delle 17.600 attività oggi presenti nel paese. Chiedono che il programma conservi natura esclusivamente volontaria e più tempo per adeguarsi, confidando anche sulle nuove tecnologie.

Ridurre il numero degli allevamenti in Olanda sembra l’ultima follia di una visione ecologista a Bruxelles senza alcun riguardo per la realtà e per l’opportunità, dato il momento storico. Se c’è un incubo che sta attanagliando gran parte del pianeta in questa fase è la crisi alimentare. Certo che avanzare un piano per ridurre la produzione di cibo appare frutto di un autolesionismo ideologico. Le esportazioni olandesi ne risentirebbero negativamente e non è detto che il sacrificio compiuto dagli agricoltori avrà un qualche effetto positivo sull’ambiente.

Le ragioni degli agricoltori olandesi

Senza abbassare la domanda globale di cibo, l’unico risultato che l’Olanda otterrebbe abbattendo gli allevamenti sarebbe di aumentare la dipendenza alimentare dall’estero. In altre parole, l’Europa dovrebbe acquistare più carne rossa e bianca dal resto del mondo, dove con ogni probabilità i criteri ambientali sono molto più blandi. Dunque, meno allevamenti intensivi in Europa e più in Cina, India, ecc. E non solo: aumenterebbe il trasporto di tali macellazioni, con tutto quanto ne consegue in termini di maggiore inquinamento globale a causa dei più elevati km percorsi. Senza parlare per i rischi alla salute dei consumatori, visto che le importazioni alimentari da fuori Europa ci esporrebbero all’uso di sostanze nocive vietate nell’Unione Europea.

Come sempre più spesso capita in Europa, dalle buone intenzioni scaturiscono legislazioni demenziali e illogiche. Se l’Olanda si limitasse a incentivare gli allevamenti meno intensivi, i risultati potrebbero anche essere positivi. Se si spingesse fino a perseguire una drastica riduzione dei capi di bestiame, la sua economia pagherebbe subito le conseguenze, la condizione alimentare dell’intero continente peggiorerebbe e il sacrificio non sarebbe servito proprio a nulla.

Ubbidendo ai ricatti statunitensi il Nord Stream 2 non si apre mentre anche la siccità lavora per aumentare i costi dell'energia

Ecco come l’allarme siccità in Germania alimenta la crisi energetica
In Germania è allarme siccità, impensabile fino a poco tempo fa. E ciò sta generando una grave crisi energetica, al di là della guerra.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 10 Agosto 2022 alle ore 06:38


Lorelei è una figura mitologica tedesca. Si narra che una giovane donna si scagliò contro le acque del Reno e si trasformò in una sirena, che attirava i marinai con il suo canto ammaliante fino a provocarne l’annegamento. Se Heinrich Heine fosse vissuto ai giorni nostri e non tra la fine del Settecento fino alla prima metà dell’Ottocento, forse non avrebbe potuto comporre l’omonima poesia. Perché in Germania è scattato l’allarme siccità e le acque del Reno sono scese ai nuovi minimi storici. Nessuno avrebbe potuto immaginare una crisi di questo genere nel cuore d’Europa. Uno dei punti di forza dell’economia tedesca risiede proprio nelle sue acque fluviali. Attraverso di esse vengono trasportate ogni anno merci per 375 milioni di tonnellate, di cui per l’80% grazie al Reno.

Suona l’allarme siccità per il Reno

Il Reno collega i porti di Rotterdam e Amburgo, i due più grandi d’Europa, con i luoghi della potenza industriale teutonica. La geografia ha sempre inciso positivamente sullo sviluppo economico nella Mittel-Europa. Solo che adesso sembra stia iniziando a prendersi ciò che ha offerto gratuitamente per secoli. Il livello delle acque tra Kaub e Coblenza risulta ormai così basso (sotto il record minimo dei 25 centimetri dell’ottobre 2018), che le autorità hanno chiuso il tratto alla navigazione.

In genere, il livello delle acque raggiunge il suo massimo in primavera e inizio estate, quando i ghiacci si sciolgono. Il punto più basso, invece, lo si tocca in autunno. Ma l’allarme siccità è scattato in Germania proprio in estate, quando le acque avrebbero dovuto raggiungere livelli elevati. E sta contribuendo alla grave crisi energetica, che sta colpendo l’economia tedesca più che altrove.

Crisi energetica in Germania

Come detto, in diversi tratti del Reno la navigazione è impedita dalle autorità o tecnicamente impossibile o non commercialmente conveniente. Dopo la fine di quest’anno, la Germania chiuderà le restanti centrali nucleari ancora attive. Solo che disgraziatamente ciò sta avvenendo in coincidenza con la chiusura dei rubinetti del gas russo. Ed ecco che la coalizione rosso-verde-gialla a Berlino ha pensato di riattivare le estrazioni di carbone in miniere dismesse. Sì, proprio gli ambientalisti hanno ripiegato sul carbone, altamente inquinante, pur di non perdere la faccia con gli elettori rispetto alla chiusura definitiva delle centrali nucleari.

Solo che con l’allarme siccità, gran parte della produzione di carbone stesso non può essere trasportato attraverso le acque del Reno. Le alternative sono su gomma o sui binari del treno, ma si rivelano molto più dispendiose. E così, il costo di trasporto del diesel, ad esempio, ha già toccato livelli record e più che doppia i massimi raggiunti nel 2021. Nel frattempo, molte società stanno rinunciando a trasportare merci attraverso i fiumi, dato che il basso livello delle acque impedisce loro di caricare le navi al massimo della capacità. Tanto per citarvi un dato, le navi più grandi possono trasportare fino a 6.000 tonnellate, ma sono costrette attualmente a viaggiare cariche per appena 800 tonnellate. Ciò significa che i costi unitari di trasporto stanno esplodendo.

Economia tedesca vicina alla recessione

Il rischio per la Germania è che l’allarme siccità possa essere solo agli inizi, accentuando la crisi energetica in autunno, quando già si prevede che sarà assai grave se Mosca continua a fermare le esportazioni di gas. Bassi livelli del Reno per un mese impattano, si stima, negativamente sulla produzione industriale tedesca, riducendola dell’1%. Decimali di punti di PIL in meno, che sono oro in una fase di crisi energetica da un lato e di caduta dei consumi interni per via dell’inflazione e delle esportazioni dall’altro. La Germania rischia la recessione anche per i capricci del meteo.