L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 settembre 2022

Mosca colpisce duro

Iran e Russia preparano l’Opec del gas, qui premiamo i Calboni del razionamento

3 Settembre 202

La patetica conventio ad excludendum del termine «Nord Stream» dai siti d’informazione mostra come Putin abbia colpito nel segno. In compenso, arrivano incentivi per l’impiegato che spegne la luce


Quella di dissimulare è strategia antica. E spesso efficace. A chi non è capitato di fischiettare per nascondere la paura e trasferire all’esterno un’immagine di sicurezza e coraggio? In realtà, è soltanto un modo per auto-imporsi quei sentimenti, totalmente assenti di fronte al pericolo. Ecco, il fior fiore dell’informazione autorevole di questo Paese ha deciso di ignorare il blocco totale di Nord Stream 1 da parte di Gazprom, tanto per non infondere e ingenerare nell’opinione pubblica il dubbio che questa svolta l’Europa sia veramente con le spalle al muro.

In effetti, la mossa russa è arrivata inaspettata. E ha rotto nel paniere le uova del prezzo sul tetto del petrolio di Mosca deciso dal G7 e festeggiata come uno scudetto al Forum Ambrosetti di Cernobbio. Per gli Usa, quella mossa avrebbe inferito un colpo mortale alle entrate del Cremlino e accelerato il deterioramento dell’economia. Di fatto, ciò che doveva accadere già a maggio. Default compreso.

E al netto che appaia complicato vendere come geniale mossa strategica un price cap che, nella migliore delle ipotesi, sarà al massimo pari allo sconto che già oggi Gazprom e Lukoil stanno praticando ai nuovi clienti come Cina e India e che ha garantito a Mosca un surplus senza precedenti, tutto sembrava bellissimo in vista del vertice Ue di venerdì prossimo. Poi, la doccia fredda. Non solo simbolica.

Che fare, quindi? Ammettere il colpo subito? Mai. Ecco quindi come e dove apparivano alle 8 di questa mattina i titoli relativi al blocco di Nord Stream 1 sui siti ammiraglia dell’informazione italiana, quelli di Repubblica e Corriere:

Particolare dell’homepage di Repubblica.it del 3 settembre 2022 (ore 08.00) Fonte: Repubblica.it
Particolare dell’homepage di Corriere.it del 3 settembre 2022 (ore 08.00) Fonte: Corriere.it

nel primo caso di parla genericamente di gasdotto che non riparte e lo si fa ben nascosto, trattandosi della sesta notizia. In primo piano, l’ennesima ricostruzione lisergica riguardo le influenze russe sulla politica italiana, questa volta declinate in utilizzo di Matteo Salvini come cavallo di Troia all'interno di un ipotetico governo Meloni già a ottobre. Poi arriva il primo piano, dedicato alla sconfitta - udite udite, con errori e lacrime - di Serena Williams nel match d’addio.

Infine, la questione del gas. Senza clamori e occultata per bene. E come potete notare, nemmeno in via Solferino hanno voluto garantire troppa soddisfazione a Putin e infliggere troppo mal di fegato all’Ue: Mosca spegne il gas, il titolo scelto. E tanto per rendere chiaro il concetto, il tutto viene relegato sotto la dicitura Domande e risposte, quasi fosse un rimedio per togliere le macchie di sugo dalla tovaglia o la puzza di fritto dalla cucina.

La paura fa 90. Molto più di 90 in questo caso. Fa ridere. Amaro ma pur sempre rientrante nella categoria del ridicolo. E di una patetica conventio ad excludendum della realtà che è la negazione in nuce dei principi del giornalismo. Ma tranquilli, perché per una stampa che omette, dissimula e occulta, c’è un governo che il ridicolo lo tratta come Enzo Maiorca faceva con i fondali marini: ci sprofonda.

Perché se la chiusura totale di Nord Stream non merita un titolo degno di questo nome, ecco che invece compare dell’altro:

Particolare dell’homepage di Repubblica.it del 3 settembre 2022 (ore 08.00) Fonte: Repubblica.it

come nella migliore iconografia cinematografica o letteraria relativa allo stereotipo dello spiantato o del parsimonioso fino al parossismo, ecco che il governo passa al contrattacco. Dopo l’offensiva del termostato, ecco l’arma segreta dell’impiegato che garantisce gas alla patria. Spegnendo la luce ogni volta che esce da una stanza, ad esempio. Nascono i battaglioni dei Calboni da razionamento, veri e propri ascari del risparmio energetico, cui la pubblica amministrazione saprà essere grata con un bell’incentivo. E prepariamoci, perché appare fin d’ora certo il ricorso a ulteriori premi per la delazione contro colleghi infedeli e talmente filo-putiniani da sprecare luce per leggere.

Insomma, se fosse servita una conferma implicita di quanto la mossa del Cremlino questa volta sia risultata efficace, eccola sotto forma di censura della realtà. Molto patriottica, atlantica e occidentale. Forse persino a fin di bene, antidoto al panico e al pessimismo. Ma pur sempre censura, ancorché talmente pacchiana da risultare controproducente. Perché mentre si addobbano le homepage come alberi di Natale con formule e notizie su misura, i cittadini stanno roteando nelle loro mani bollette da capogiro.

In compenso, altrove la notizie si trovano. Basta andare a cercarle. Ad esempio, le parole riferite da Hamid Hosseini, presidente dell’iraniana Oil, Gas and Petrochemical Products Exporters’ Union, dopo la firma del memorandum d’intesa da 40 miliardi di dollari di controvalore fra Gazprom e il gigante energetico statale di Teheran, NIOC dello scorso mese. Di fatto, atto prodromico alla nascita di un’Opec del gas che vedrà Russia e Iran ai vertici, forti rispettivamente di 48 e 34 trilioni di metri cubi di disponibilità. La base per il nuovo cartello sarà il Gulf Exporting Countries Forum (GECF) e, a detta di Hosseini, proprio la vicenda ucraina e il conseguente nuovo equilibrio nato dal regime sanzionatorio ha spinto la Russia a prendere una decisione netta.

Ecco le sue parole: Mosca è giunta alla conclusione che i consumi di gas nel mondo continueranno a crescere, il tutto con una chiara tendenza di incremento verso la versione liquefatta o LNG. Alla luce di questo, i russi sanno di non poter andare incontro alla domanda mondiale da soli e che, soprattutto, appare più conveniente in tal senso un accordo con l’Iran piuttosto che una competizione fra i due Stati.

E ancora: E’ inutile negare come gli equilibri energetici globali stiamo mutando e come il vero vincitore della guerra russo-ucraina, al riguardo, finora siano gli Stati Uniti, i quali cattureranno il mercato europeo post-bellico e post-sanzioni. Unendo le forze, Russia e Iran possono ridurre l’influenza statunitense sul mercato di petrolio, gas e prodotti derivati. E così facendo garantendo benefici a entrambe le economie sanzionate.

E per chi pensasse che di fronte a noi vi sia soltanto un bluff orchestrato da nazioni disperate per le sanzioni, ecco che questo grafico

Controvalore delle riserve della Banca centrale russa denominate in yuan Fonte: Bloomberg

fa da corredo a un’altra notizia, rilanciata da Bloomberg: dopo aver scaricato la quasi totalità delle sue detenzioni di debito Usa a partire dal marzo 2018, ora la Banca centrale russa intende dar vita a un piano strategico di acquisto di miliardi in valute amiche al fine di tamponare l’eccessivo apprezzamento del rublo. Per capirci, la stessa valuta che le sanzioni avrebbero dovuto tramutare in carta straccia, trascinando il Paese al default. E accelerare la de-dollarizzazione del suo sistema economico-finanziario.

Insomma, mentre noi festeggiamo price caps ridicoli e superati dalle dinamiche stesse di mercato, occultiamo la realtà e introduciamo figure apicali nella resistenza energetica come lo spegnitore compulsivo di interruttori, il mondo guarda avanti e si prepara a nuovi assetti che ribalteranno dinamiche da cui dipendono, oltre che fatturati miliardari, i destini di intere economie e complessi industriali. In Germania paiono averlo capito, infatti cominciano a tossire dubbi rispetto a un approccio ulteriormente aggressivo in sede Ue.

E se Vladimir Putin per ora tace, chiude il rubinetto e sogghigna, osservando l’inconsapevole suicidio europeo, all’altro capo dell’Atlantico stanno letteralmente fregandosi le mani. Quelle che fra poco, noi rischiamo di dover strofinare freneticamente come legnetti. Per il freddo.

I governati di Euroimbecilandia ci amano per questo ci vogliono regalare fame e freddo, mentre godono a dispensarci questi doni sono attenti a non irritare i loro padroni anglosionististatunitensi

A darvi fame e freddo lo fanno apposta

È molto semplice e molto lineare. Non esiste alcuna crisi del gas. Salvatore Carollo, ex dirigente dell’ENI, lo spiega molto chiaramente. Il quantitativo di gas è rimasto lo stesso, non c’è mai stata una sua diminuzione. Il prezzo viene gonfiato artificialmente sul mercato di Amsterdam da dove noi importiamo il gas ad un prezzo enormemente più alto di quello venduto dalla Russia. Se noi volessimo, potremmo comprare il gas in altri mercati al prezzo di prima. E lo si può fare domani mattina. L’inflazione del gas è una truffa e i nomi di coloro che la stanno portando avanti sono Ursula von Der Leyen, Mario Draghi, Roberto Cingolani e tutti i partiti che hanno sostenuto e sostengono il governo caduto di Mario Draghi.” 📌

75.595 morti e 21.867.757 infettati, in gran parte dopo i vaccini che aveva fatto credere avrebbero fermato l’infezione. L’Italia tra i paesi peggiori del mondo e ancora Speranza non è ancora andato a nascondersi …Perché dovrebbesperanza-26


Con il rientro dalle ferie, tornano ad acquistare mascherine e gel igienizzanti per le mani.

Nella settimana dal 22 al 28 agosto gli importi derivati dalle vendite sono stati rispettivamente un milione di euro e 90.000 euro, pari a +20,4% e +8,1% in 7 giorni. Ma con vendite molto più basse rispetto allo stesso periodo di un anno fa: -58,9% per le mascherine e -49,1% per i gel.

Possono fare quello che vogliono non perché sono forti, ma perché hanno un popolo di pecore addormentate che segue i loro ordini a comando.

Traditori al potere – Mario A. Iannacccone

Traditori al potere, gente che lavora contro i propri popoli, nazionalismi esasperati creati ad arte in alcune zone e amore di patria spento completamente in altri. Una informazione di propaganda negli anni può fare questo e altro. Già capitato nella storia un tradimento generale ma non in questa scala, non con tutti i decisori assoggettati alla propaganda d’odio contro altri e all’odio di sé. Mettono un tetto al prezzo del gas russo e non a quello della borsa di Amsterdam che sta generando gli aumenti da anni e profitti record per le aziende energetiche che comperano al prezzo di 5 anni fa e rivendono dieci volte tanto: ennesima scelta criminale che non farà che peggiorare la situazione. Annunciano di voler alzare i tassi di interesse per far pagare di più mutui e soldi a famiglie e imprese in una situazione di inflazione alta per costi di materie prime (stagflazione, la peggiore situazione possibile). Non bisogna essere un economista per capire che non sono sbagli ma scelte. Non occorre essere esperto di “geopolitica” o collaborare con l’ondivago “Limes” per comprendere cosa sta succedendo da 4, 3 anzi 30 anni a questa parte. E noi siamo al centro. Che siano scelte imposte con ricatti e minacce o accettate con un sorriso non fa differenza: chi non è d’accordo si dimette. I nostri decisori non si stanno dimettendo in massa e quindi sono complici.
Tutto quanto sta capitando e l’ECONOMIA di GUERRA in cui si stanno infilando non è frutto di caso o incapacità. Gli incapaci sono stati scelti soltanto per eseguire, non hanno bisogno di capire. È tutto voluto e legato: crisi Covid, crisi energetica innescata a fine 2020, crisi ucraina tenuta sull’orlo dal 2014. ed esplosa nel 2022. Crisi e soltanto crisi. Non stanno facendo niente per disinnescare. Calcolano il prezzo dell’energia basandosi sulla borsa speculativa di Amsterdam e lo alzano artificialmente. Non fanno nulla per cercare un tavolo di pace con la Russia (che fa i propri interessi a differenza nostra come ogni paese del mondo e va trattata con timore non con disprezzo), anzi continuano a spingere per la guerra. Tutto voluto, tutto calcolato come dimostrano i documenti che hanno prodotto da 50 anni a questa parte (Club di Roma, Summit energetici, documenti World Economic Forum) prevedendo una grande crisi fra il 2020 e nel 2030. Nero su bianco. Abbiamo una classe dirigente e centri decisionali da cui dipendiamo, all’estero e in Italia che vogliono il nostro male, ci vogliono meno sani, meno numerosi, meno lavoratori, meno. Loro sanno perché. Ricordiamoli tutti in questa fase in cui apparentemente non possiamo nulla e elezioni-farsa incombono. Tutte le notti hanno un’alba, e in quell’alba ricordiamo i volti dei traditori che ci stanno governando. Sono tutti complici. Il parlamento è esautorato, la UE è in un caos attentamente creato, l’informazione si comporta sul modello del l’hitleriano “Völkischer Beobachter” nascondendo notizie di portata enorme e inventandole molte altre. Guardiamoli qua sotto, quelli dell’Unione della Morte Europea: vogliono portare all’inedia i popoli europei, colpevoli di avere una storia che non ha pari. Vogliono portaci al buio. Ma la notte passerà.


https://www.maurizioblondet.it/a-darvi-fame-e-freddo-olo-fanno-apposta/

Vogliono il voto e poi continuare a inciuciare per altri cinque anni, sono atlantisti, filo Nato, euroimbecilli a prescindere, sono antirussi per scewlta ideologica ed avanti così fino alla completa nausea

I partiti italiani: così diversi, così uguali



Francesco Bennardo per il Simplicissimus

In una illuminante puntata della sitcom Camera Cafè, andata in onda dal 2003 al 2017 e ambientata nell’ufficio di un’innominata azienda multinazionale, il delegato sindacale comunista Luca Nervi e il direttore fascista Augusto De Marinis riescono a elaborare un accordo perfetto, un patto di corresponsabilità tra dirigenti e lavoratori in grado di prevenire ogni minimo contrasto tra capi e maestranze per i futuri decenni. Proprio quando si accingono a firmare il prezioso documento, i due vengono presi dal dubbio mucciniano: «Che ne sarà di noi?». Eh già, perché pur essendo come i ladri di Pisa – i quali notoriamente litigano di giorno per rubare insieme di notte – Luca e Augusto sono stati messi ai posti di comando proprio perché arcigni difensori senza sé e senza ma del loro ceto sociale. Nonostante la corruzione, l’incapacità e lo scarso livello culturale che manifestano, il loro potere è solido perché si basa sull’eterna conflittualità tra servi e padroni e da esso, solo ed esclusivamente da esso, trae legittimazione. Venuta meno questa conflittualità, concludono i due, il loro compito potrà dirsi esaurito, con le ovvie conseguenze del caso: il Presidente nominerà un nuovo e più morbido direttore, il sindacato farò altrettanto con il proprio delegato. «Questo mai!», sentenziano i due – ancora una volta concordi – ed allora eccoli scervellarsi tutta la notta per trovare una clausoletta su cui far finta di litigare, impuntarsi ostinatamente e mandare tutto l’accordo a carte quarantotto. La splendida intesa già stilata viene mandata al macero per quella che il principe De Curtis avrebbe definito una pinzillacchera e il potere dei nostri eroi è salvo.

I partiti della cosiddetta sinistra e i partiti della cosiddetta destra, in Italia, sono esattamente come Nervi e De Marinis: hanno la stessa mentalità, lo stesso programma, gli stessi ideali. Sulle questioni di fondo, non c’è una virgola di differenza. Eppure, un paio di bazzecole su cui dividersi e far finta di litigare devono saltar fuori, altrimenti come riuscirebbero a convincere i poveri gonzi degli elettori a votare? Fin quando il Cavaliere godette di buona salute e prestigio, i giochi erano presto fatti: berlusconiani da un lato, antiberlusconiani dall’altro. E vai col tango, un lunghissimo tango iniziato con la «discesa in campo» berlusconiana del 26 gennaio 1994 e conclusosi con uno squallido casquè il 16 novembre 2011 (nascita del governo Monti). Da quel giorno, la musica cambia: l’avversario non è più una «zecca comunista» o uno «sporco fascista», ma un partner con cui è possibile il confronto (che poi, in un climax inciucista sempre più imperioso, diventerà dialogo e infine alleanza). La retorica delle «soluzioni condivise», delle «riforme necessarie per questo paese», delle «strategie comuni per la ripartenza» – che ha trovato nei 500 giorni di dominio incontrastato di Draghi la sua acme – la conosciamo ormai a memoria.

La troppa vicinanza tra gli ex acerrimi nemici contribuisce a far splendere l’astro del Movimento 5 Stelle: il grillismo sembrava una supernova, ma si rivelerà una nana bianca disposta a rinunciare a tutti i propositi originari – e a diventare, nel caso di Di Maio e dei suoi accoliti, più realista del re – pur di essere accolta nella grande famiglia dei moderati. Moderati, parola ormai svuotata dal significato originario che sta ad indicare tutti coloro che condividono le seguenti posizioni politiche:In politica estera, filo-atlantismo e filo-europeismo senza sé e senza ma (anche a costo di violare lo spirito della Costituzione, come nel caso della cessione delle armi all’Ucraina e al battaglione Azov);
In Economia, neo-liberismo sempre più spinto;
In politica religiosa, sostanziale mantenimento dello status quo corrente (con particolare “comprensione” verso le posizioni vaticane);
In politica giudiziaria, garantismo tout-court.

Tutti i partiti italiani presenti in Parlamento, da Fratelli d’Italia a Liberi e Uguali, condividono queste generiche linee-guida. Tutti. Ed allora sorge il problema di trovare quelle famose bazzecole su cui far finta di scannarsi per aizzare le varie tifoserie e convincerle a mettere convintamente la croce sulla scheda. Alla fine, le bazzecole pescate dal cilindro sono due: i diritti della comunità LGBT+ e l’immigrazione.

Intendiamoci subito: non si tratta assolutamente di bazzecole in senso stretto. Sono due questioni fondamentali dei nostri tempi, spesso sfociate purtroppo in tragedia. Meriterebbero quindi più rispetto e più attenzione. Ma i nostri partiti le utilizzano come meri pretesti per far finta di litigare. «La sinistra è il partito dei gay e dei neri, votate per noi!»; «La destra è il partito degli omofobi e dei razzisti, votate per noi!». Finché la situazione politica rimarrà immutata, la questione dell’immigrazione non sarà mai affrontata seriamente, perché così com’è conviene a tutti: a chi sfrutta i migranti come lavoratori sottopagati, a chi inquadra i migranti come ospiti di ben remunerate cooperative, a chi utilizza i migranti come bacino elettorale. Una cosa molto simile si può dire per i diritti della comunità gay (ecco perché era prevedibile che il DDL Zan non fosse approvato, così come è prevedibile che qualunque sia l’esito delle elezioni del 25 settembre nulla sarà fatto in proposito).

Democrazia non significa libera circolazione dei partiti, ma delle idee. Se tutti i partiti, fossero anche mille, mettono in campo la stessa idea, nel Paese circolerà solo quell’idea: esattamente come in una dittatura.

Il tetto del prezzo è una sciocchezza dettata dall'impotenza del G7 che pretende controllare il mondo. È come se un affamato entrasse in un rosticceria e con fare autoritario volesse comprare un arrosto però solo ai prezzi che dice lui e non a quelli fatti dal negoziante, mentre dietro di lui c’è la fila per comprare lo stesso arrosto

Price cap o handicap?



La stravagante decisione di massima, e tutta da realizzare, presa dal G7 ovvero quella di fissare un prezzo massimo per il petrolio russo a cui tutti i Paesi della Ue e della Nato dovrebbero attenersi, è solo un pasticcio che potrà avere come conseguenza un aumento dei prezzi petroliferi visto che ci sono economie ben contente di comprare petrolio russo a prezzi ben superiori rispetto a quelli eventualmente fissati dai 7 nani e che l’eventuale sparizione del petrolio russo non potrà che scatenare una corsa agli approvvigionamenti. Secondo Morgan Staley in caso di arresto completo delle esportazioni petrolifere offshore russe il prezzo potrebbe facilmente arrivare ai 380 dollari al barile. Nella sostanza il tetto del prezzo è una sciocchezza dettata dall’impotenza del G7 che pretende controllare il mondo senza saper controllare la propria vescica, è una debolezza che viene presentata come un atto di forza: infatti il price cap per prima cosa riconosce che il mondo occidentale – e l’Europa in particolare – non può fare a meno del petrolio russo e quindi dall’iniziale ripulsa si è arrivato a più miti consigli. Tra l’altro non è soltanto una questione di quantità, ma anche di qualità perché tutta l’industria della raffinazione europea è orientata all’oro nero degli urali e se volesse usare altri tipi di petrolio dovrebbe porre mano a ristrutturazioni enormi del costo di miliardi e realizzabili solo in anni, tutte cose che non sono state affrontate nella convinzione assoluta e ottusa di aver rapidamente ragione della Russia. Questo della qualità è un fatto che ho affrontato in diversi post, ma che in realtà è completamente assente dal dibattito pubblico, rendendolo così sterile e fuorviante ancor più di quanto non sia di base. 

Dunque ci troviamo di fronte a una sostanziale resa all'evidenza e al tempo stesso alla necessità di nascondere la medesima dietro un atteggiamento da padroni del mondo: è come se un affamato entrasse in un rosticceria e con fare autoritario volesse comprare un arrosto però solo ai prezzi che dice lui e non a quelli fatti dal negoziante, mentre dietro di lui c’è la fila per comprare lo stesso arrosto . Tutti noi rideremmo di questa patetica pretesa, ma ascoltiamo invece i leader che esprimono le stesse assurde idee come fossero gente onesta, credibile e intelligente. Tuttavia questa posizione, non a caso proposta suo tempo da Draghi, (la quinta essenza della stupidità) ha essenzialmente uno scopo politico: deve convincere gli elettori che la colpa di tutto sta nella Russia che non vuole vendere ai prezzi che diciamo noi, grazie ai quali anche l’inflazione si raffredderebbe. Tende insomma e far dimenticare che all’origine della fiammata dei costi energetici stanno proprio le dichiarazioni europee di non volere più il petrolio russo a nessun costo, fatte tra l’altro proprio mentre gli Usa aumentavano le importazioni di oro nero da Mosca. Inoltre devono far dimenticare il fatto di aver detto che sarebbe stato relativamente facile rinunciare al petrolio russo e che dunque tutto sarebbe tornato alla normalità una volta trovati altri fornitori per non allarmare sulla crescita esponenziale e duratura dei prezzi nonché sulla distruzione dell’industria continentale.

Sarà bene ricordare che i Paesi dell’Asia come Cina e India comprano petrolio russo a un ragionevole prezzo di mercato: a essi non viene applicato alcuno “sconto” come furbescamente viene e detto dai media mainstream perché è invece sui mercati occidentali che si pagano quotazioni speculative molto più alte. Il price cap insomma rivela un handicap europeo ed è semplicemente un sorta di coniglio politico che viene estratto dal cilindro per dimostrare che le chiacchiere non stanno affatto a zero e che si può continuare a prendere per il naso la gente. Inoltre c’è probabilmente il retro pensiero di poter anche proporre un prezzo accettabile per Mosca qualora le cose si mettessero davvero male: pensano forse di poter salvare la faccia in questo modo grottesco di salvare la faccia. Dovrebbero cercare di salvare invece i cittadini vittime del loro servilismo e della loro stupidita.

Le bugie dell'Ansa hanno le gambe corte. Mosca ha insistito sull'importanza di comunicare "alla comunità internazionale" quanto scoperto dai tecnici, che hanno "avuto accesso dovunque abbiano voluto. Gli Stati Uniti hanno cessato di bombardare la centrale nucleare di Zaporizhzhia solo all'arrivo degli ispettori dell'AIEA

L'Aiea resta a Zaporizhzhia, la Russia avverte gli Usa
Kiev annuncia di aver colpito basi russe a Energodar, la città dove si trova la centrale nucleare di Zaporizhzhia

Un militare russo nella centrale nucleare di Zaporizhzhia occupata dalle truppe di Mosca © ANSA/AFP

Redazione ANSAMOSCA
03 settembre 202214:12NEWS

Alla fine l'ha spuntata l'Aiea.

Dopo aver lanciato l'allarme sulle condizioni di sicurezza a Zaporizhzhia, denunciando che "l'integrità fisica della centrale" nucleare più grande d'Europa "è stata ripetutamente violata" in questi mesi di guerra in Ucraina, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha ottenuto di poter lasciare stabilmente due dei suoi ispettori nell'impianto, al termine della prima missione di monitoraggio, che si concluderà tra domenica e lunedì.

Una "presenza permanente" auspicata con forza dal direttore generale dell'ente, Rafael Grossi, che ha ottenuto il disco verde da Mosca, dopo che i filorussi che da inizio marzo controllano la struttura erano a lungo apparsi restii ad ammettere figure esterne, ostacolando fino all'ultimo l'arrivo degli esperti dell'Onu attraverso il territorio controllato da Kiev (?!?!).

"Due persone rimarranno nell'impianto su base permanente. Lo apprezziamo, poiché la presenza internazionale è chiamata a dissipare numerose speculazioni sullo stato delle cose", ha spiegato Mikhail Ulyanov, rappresentante permanente della Russia presso le organizzazioni internazionali a Vienna, tra cui l'Aiea. Entro lunedì lasceranno invece l'impianto i 5-6 ispettori rimasti per "indagare più a fondo" sulla situazione, dopo la partenza degli altri membri della delegazione di 14 esperti arrivata giovedì. Nel frattempo, dopo poco più di 24 ore, è stato riattivato il reattore numero 5, spento dal sistema d'emergenza dopo i raid nelle vicinanze. Sull'esito della missione continua però il braccio di ferro tra le parti. Dopo aver richiesto una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu con la partecipazione proprio del capo dell'Aiea, Mosca ha insistito sull'importanza di comunicare "alla comunità internazionale" quanto scoperto dai tecnici, che hanno "avuto accesso dovunque abbiano voluto".

Da inizio luglio le forze ucraine, "usando armamenti occidentali, attaccano regolarmente la centrale", creando "un rischio reale di disastro nucleare in Europa", ha denunciato il ministro della Difesa Serghei Shoigu. E solo all'arrivo dei tecnici dell'Onu, hanno sottolineato i filorussi, Kiev ha smesso di bombardare. Accuse rispedite al mittente dagli ucraini, secondo cui "gli occupanti" hanno fatto "ogni sforzo per impedire alla missione dell'Aiea di conoscere il reale stato delle cose nella centrale", diffondendo "manipolazioni e false informazioni". Nell'area di Zaporizhzhia, in ogni caso, gli scontri sono proseguiti, compresi i raid nel distretto di Energodar, la cittadina che ospita l'impianto, mentre Kiev ha rivendicato di aver colpito sistemi militari nemici. Intanto, sul conflitto ormai entrato nel settimo mese, con gli sforzi di Kiev sempre più concentrati sulla controffensiva a sud nella regione di Kherson, tornano ad alzarsi i toni tra Mosca e Washington. "Mettiamo in guardia gli Usa dal fare passi provocatori, compresa la fornitura all'Ucraina di armi di sempre più lunga gittata e più distruttive", ha detto il viceministro degli Esteri russo Serghei Ryabkov, affermando che c'è ormai solo una "sottilissima linea a separare gli Stati Uniti dal diventare una parte in conflitto" e "le sfacciate forze anti-russe non devono illudersi che tutto rimarrà immutato, una volta che quella linea sarà stata superata".

Nel frattempo, continuano a farsi sentire anche gli effetti geopolitici della guerra, compreso l'ulteriore avvicinamento tra Russia e Cina. A partire da domenica, Vladimir Putin sarà in viaggio nell'estremo oriente russo - dalla Kamchatka a Vladivostok - per partecipare a diversi incontri economici e supervisionare la fase finale delle maxi esercitazioni militari Vostok 2022 (Est 2022), cui partecipano circa 50 mila soldati, 140 aerei da combattimento e 60 unità navali. Manovre a cui Pechino ha inviato un'imponente delegazione militare, con oltre duemila soldati e 300 mezzi, e, per la prima volta a un ciclo di operazioni a guida russa, rappresentanze di Esercito, Marina e Aeronautica.

"Noi come Santa Sede restiamo sempre aperti a tutti, per offrire a tutti la possibilità di incontrarsi e superare le contrapposizioni", ha detto il Segretario di Stato vaticano, il card. Pietro Parolin, a Tg2 Post. Parlando della guerra in Ucraina ha sottolineato: "Siamo aperti agli aggressori e agli aggrediti per arrivare a un negoziato, ad una tregua e a una pace duratura".

3 settembre 2022 - News della Settimana (2 set 2022)

Gli Stati Uniti dettano le regole della cornice, poi gli euroimbecilli decidono da soli come continuare ad impoverire Euroimbecilandia. Obiettivo raggiunto. Bla bla bla

L’UNIONE EUROPEA CONTINUA AD ALIMENTARE LA GUERRA IN UCRAINA


(di Tiziano Ciocchetti)
01/09/22

L’alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha recentemente annunciato che i ministri della Difesa dei ventisette stati membri della Unione Europea, riuniti a Praga il 30 agosto scorso, hanno discusso di una possibile futura assistenza europea e missione di addestramento a beneficio delle forze ucraine, sul modello di quelle finora condotte in Mali, Repubblica Centrafricana o Mozambico.

Quindi, se ci dovessimo basare sui modelli di missioni in Africa sopracitate, i paesi membri dell’Unione dovrebbero mandare i propri soldati in territorio ucraino (si è anche ventilata l’ipotesi di identificare un paese “ospitante”, magari la Slovacchia) a svolgere compiti di mentoring.

Le forniture di equipaggiamenti militari, da parte dell’Europa, stanno avendo una fase calante. La stessa Germania ha fatto sapere di non avere più scorte da mandare in Ucraina. Ora si vorrebbe passare alla fase addestrativa, ovvero formare giovani ucraini da inviare nel tritacarne del Donbass.

A tal proposito, in una conferenza stampa risalente al 22 agosto, Borrell ha affermato che “una guerra che dura e sembra destinata a durare richiede uno sforzo non solo in termini di forniture di equipaggiamenti, ma anche di addestramento e assistenza all'organizzazione dell'esercito”. Del resto l’Ucraina ha ottenuto lo status di candidato all'adesione all'Unione Europea nel corso del Consiglio Europeo tenutosi dal 23 al 24 giugno.

Tuttavia, alcuni stati membri non hanno nascosto il loro scetticismo nei confronti di tale iniziativa. “Resta da vedere se questo sia il modo giusto per aiutare. Non sono così sicuro. Forse ciò potrebbe essere fatto più rapidamente e con maggiore flessibilità a livello bilaterale, sotto il coordinamento dell'Unione", ha dichiarato François Bausch, ministro della Difesa lussemburghese.

Altre perplessità sono state espresse dall’omologo austriaco Klaudia Tanner.

Occorrerà comunque un accordo a livello dei Ventisette perché questa iniziativa possa essere realizzata, al momento infatti c’è stato solo un “via libera” informale da parte dei ministri della difesa della UE.

C’è da chiedersi, nel caso dell’Italia, come un ministro dimissionario come Guerini possa dare un assenso (sebbene informale) a un provvedimento del genere.

Sempre secondo Borrell l’obiettivo di questa nuova missione, sul modello EUTM (European Union Training Mission), sarà quello di “migliorare il funzionamento dell'esercito ucraino, il quale sta affrontando grandi sfide”.

Organizzare una missione del genere, in un teatro di guerra come quello ucraini, non sarà certo facile (il ministro delle Forze Armate francesi ha già comunicato la disponibilità del proprio paese). Inoltre sarà necessario definire le modalità (mandato, finanziamento, obiettivi, aspetti legali) nonché individuare il “force generator”, che dovrebbe consentire di determinare i contributi degli stati membri, sia in termini di personale che di capacità.

Fotogramma: Twitter

Deinustrializzare Euroimbecilandia significa impoverirla e assoggettarla definitivamente al padrone Stati Uniti

Europei, Americanizzatevi!
Crisi energetica: deindustrializzazione e fine dello Stato sociale

2 settembre 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Deindustrializzare l'Europa serve ad americanizzarla.La prossima crisi energetica, per via delle sanzioni alla Russia che metterà in crisi la gran parte delle grandi imprese manifatturiere forzandole alla sospensione della produzione per spostarla altrove nel mondo, concluderà anche nel Vecchio Continente il processo di smantellamento del sistema di produzione capitalistica fondata sul salariato di massa che aveva sopito il conflitto di classe con la creazione dello Stato sociale.

Sin dalla metà degli Anni Trenta cominciando dall'Inghilterra, e poi in modo generalizzato in tutta l'Europa dopo la seconda guerra mondiale, l'esperimento socialdemocratico aveva portato alla organizzazione da parte dello Stato di una serie di servizi pubblici a fruizione universale cui corrispondevano altrettanti diritti sociali. Quattro erano i pilastri: Istruzione, Sanità, Casa, Assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro, la disoccupazione e la vecchiaia.

Questi interventi pubblici erano e sono ancora oggi finanziati con il contributo fondamentale che deriva dal prelievo fiscale sul reddito da lavoro dipendente. Il costo del lavoro, che rappresenta l'onere complessivo per l'impresa, viene ripartito in due porzioni: da una parte, c'è il reddito monetario in busta paga, a disposizione del lavoratore per i suoi consumi personali; dall'altra, ci sono il prelievo fiscale dello Stato per la fornitura dei servizi pubblici ed i contributi previdenziali obbligatori.
Negli Stati Uniti, nonostante gli interventi assunti sin dagli Anni Trenta con il sistema previdenziale della Social Security e con la Sanità pubblica del Medicare e del Medicaid, il sistema si è sempre più orientato verso forme di assicurazione privata. In fondo, anche con l'Obamacare non si era fatto altro che rendere obbligatoria la sottoscrizione di una polizza assicurativa da parte di compagnie private alla stregua di quanto accade anche in Italia per coprire i rischi della Responsabilità Civile Auto. Negli Usa, il sistema scolastico superiore, quello sanitario e quello previdenziale sono sostanzialmente gestiti da compagnie private e da Fondazioni senza fine di lucro.

Nel corso degli ultimi trent'anni, anche in Europa si è fatta sempre più forte la spinta verso la privatizzazione dei servizi pubblici, accusandone la gestione di inefficienza. Siamo in una fase di erosione dello Stato sociale, di crescente terziarizzazione e di progressiva esternalizzazione della fornitura dei servizi. Le formule del Partenariato-Pubblico-Privato e della complementarietà tra servizi di base ed accessori, sono state usate un po' dappertutto, dalla Sanità alla Previdenza.

Ora arriva l'ultima spallata: da una parte, la crisi energetica in corso porterà alla insostenibilità di una serie di produzioni industriali; dall'altra, essendo già fortemente indebitati, gli Stati si troveranno sempre più in difficoltà nel finanziare la spesa pubblica sociale.

Dopo la chiusura negli scorsi decenni delle miniere, dei grandi complessi industriali chimici e metallurgici, e poi anche delle fabbriche dedicate alla meccanica fine ed agli apparati elettronici e di telecomunicazioni, è arrivato il turno degli impianti automobilistici. La transizione verso l'auto elettrica farà a meno della gran parte dei componenti tradizionali, dal motore a combustione interna ai sistemi frizione/cambio/trasmissione. Centinaia di migliaia di lavoratori diventeranno inutili.
C'è anche un dato storico, ineliminabile: spostare i grandi complessi manifatturieri fuori dall'Occidente, verso la Cina o il Vietnam, la Turchia o l'India, ed in prospettiva anche in Africa, significa delocalizzarli in aree in cui il conflitto di classe non ha alcuna tradizione, né socio-culturale, né politica. D'altra parte, per contrastare il fenomeno della ingovernabilità delle fabbriche automobilistiche ed il terrorismo che si era insinuato pericolosamente, anche in Italia negli anni Ottanta si scelse la strada della delocalizzazione interna, con nuovi insediamenti realizzati ex-novo in aree prive di qualsiasi tradizione operaia.

Ai partiti tradizionali che in Europa hanno costruito lo Stato Sociale si sostituiscono sempre nuove formazioni: la modificazione dei sistemi produttivi e dell'organizzazione sociale comporta anche quelle della rappresentanza politica e della organizzazione delle funzioni pubbliche.

Come è successo negli Usa a partire degli anni Ottanta con lo spostamento delle produzioni verso il Messico ed il Brasile, e poi a partire dal Duemila verso la Cina, in Europa ci troveremo di fronte ad una nuova riorganizzazione economica.

L'industria europea aveva resistito finora, rimanendo competitiva a livello internazionale, solo a costo di ridurre continuamente i costi del lavoro e contemporaneamente anche la copertura dello Stato sociale, beneficiando dei bassi costi dell'energia. La crisi in atto, in termini di elevati costi e di scarsa disponibilità, le darà una potente spallata.

Niente più Scuole pubbliche gratuite, niente più Sanità universale, niente più Sistema pensionistico pubblico. E, naturalmente, c'è chi non aspetta altro per fare finalmente tanti soldi: sempre meno Stato, sempre più Mercato.

Europei, Americanizzatevi!

Crisi energetica: deindustrializzazione e fine dello Stato sociale

Ucraina, niente di personale. Solo affari

01 Settembre 2022 10:18
Pepe Escobar – Tra l'"afghanizzazione" e "sirianizzazione" dell'Ucraina


L'Ucraina è finita come nazione - nessuna delle due parti avrà pace in questa guerra. L'unica domanda è se sarà un finale in stile afghano o siriano.
di Pepe Escobar – The Cradle

Un anno dopo la stupefacente umiliazione degli Stati Uniti a Kabul – e sull'orlo di un altro grave castigo nel Donbass – c'è motivo di credere che Mosca sia diffidente nei confronti di Washington che potrebbe vendicarsi: sotto forma di un'"afghanizzazione" dell'Ucraina.

Non essendo in vista la fine del flusso di armi e finanziamenti occidentali verso Kiev, bisogna riconoscere che la battaglia ucraina rischia di disintegrarsi in un'altra guerra infinita. Come la jihad afghana degli anni '80, che impiegava guerriglieri armati e finanziati dagli Stati Uniti per trascinare la Russia nelle sue profondità, i finanziatori dell'Ucraina impiegheranno questi metodi collaudati per condurre una battaglia prolungata che può estendersi nelle terre russe confinanti.

Tuttavia, questo tentativo statunitense di cripto-afghanizzazione accelererà al massimo il completamento di quelli che il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu descrive come i "compiti" della sua Operazione militare speciale (OMB) in Ucraina. Per Mosca, in questo momento, questa strada porta fino a Odessa.

Non doveva essere così. Fino al recente assassinio di Darya Dugina alle porte di Mosca, il campo di battaglia in Ucraina era in realtà sottoposto a un processo di "sirianizzazione".

Come la guerra per procura straniera in Siria nell'ultimo decennio, i fronti intorno alle principali città ucraine si erano grosso modo stabilizzati. Perdendo sui campi di battaglia più grandi, Kiev si era sempre più spostata verso l'impiego di tattiche terroristiche. Nessuna delle due parti poteva dominare completamente l'immenso teatro di guerra. Le forze armate russe hanno quindi optato per mantenere un numero minimo di forze in battaglia, contrariamente alla strategia adottata nell'Afghanistan degli anni Ottanta.

Ricordiamo alcuni fatti siriani: Palmira è stata liberata nel marzo 2016, poi persa e ripresa nel 2017. Aleppo è stata liberata solo nel dicembre 2016. Deir Ezzor nel settembre 2017. Una fetta del nord di Hama a dicembre e gennaio 2018. La periferia di Damasco nella primavera del 2018. Idlib - e, significativamente, oltre il 25% del territorio siriano - non sono ancora stati liberati. Questo la dice lunga sul ritmo in un teatro di guerra.

L'esercito russo non ha mai preso la decisione consapevole di interrompere il flusso multicanale di armi occidentali verso Kiev. Distruggere metodicamente quelle armi una volta che sono in territorio ucraino - con molto successo - è un'altra questione. Lo stesso vale per la distruzione delle reti di mercenari.

Mosca sa bene che qualsiasi negoziazione con coloro che tirano i fili a Washington - e che dettano tutte le condizioni ai burattini di Bruxelles e Kiev - è inutile. La lotta nel Donbass e oltre è un affare da fare o morire.

Quindi la battaglia continuerà, distruggendo ciò che resta dell'Ucraina, proprio come ha distrutto gran parte della Siria. La differenza è che dal punto di vista economico, molto più che in Siria, ciò che resta dell'Ucraina precipiterà in un vuoto nero. Solo il territorio sotto il controllo russo sarà ricostruito, e questo include, in modo significativo, la maggior parte delle infrastrutture industriali dell'Ucraina.

Ciò che resta - l'Ucraina tronca - è già stato saccheggiato in ogni caso, dato che Monsanto, Cargill e Dupont si sono già accaparrati 17 milioni di ettari di terra coltivabile fertile e di prima qualità - più della metà di ciò che l'Ucraina ancora possiede. Ciò si traduce di fatto nel fatto che BlackRock, Blackstone e Vanguard, i principali azionisti del settore agroalimentare, possiedono tutte le terre che contano davvero nell'Ucraina non sovrana.

In futuro, entro l'anno prossimo i russi si applicheranno per tagliare Kiev dalle forniture di armi della NATO. Mentre ciò avviene, gli anglo-americani finiranno per trasferire il regime fantoccio rimasto a Leopoli. E il terrorismo di Kiev - condotto dagli adoratori di Bandera - continuerà a essere la nuova normalità nella capitale.

Il doppio gioco kazako

Ormai è chiaro che non si tratta di una semplice guerra di conquista territoriale. È certamente parte di una Guerra dei Corridoi Economici, poiché gli Stati Uniti non risparmiano sforzi per sabotare e distruggere i molteplici canali di connettività dei progetti di integrazione dell'Eurasia, siano essi a guida cinese (Belt and Road Initiative, BRI) o russa (Unione economica eurasiatica, EAEU).

Proprio come la guerra per procura in Siria ha rimodellato ampie zone dell'Asia occidentale (si veda, ad esempio, Erdogan in procinto di incontrare Assad), la lotta in Ucraina, in un microcosmo, è una guerra per la riconfigurazione dell'attuale ordine mondiale, in cui l'Europa è solo una vittima autoinflitta in una sottotrama minore. Il Quadro Generale è l'emergere del multipolarismo.

La guerra per procura in Siria è durata un decennio e non è ancora finita. Lo stesso potrebbe accadere alla guerra per procura in Ucraina. Allo stato attuale, la Russia ha conquistato un'area che equivale all'incirca all'Ungheria e alla Slovacchia messe insieme. Questo è ancora lontano dall'adempimento del "compito" - e continuerà fino a quando la Russia non avrà preso tutto il territorio fino al Dnepr e Odessa, collegandolo alla Repubblica separata di Transnistria.

È illuminante vedere come importanti attori eurasiatici stiano reagendo a queste turbolenze geopolitiche. E questo ci porta ai casi del Kazakistan e della Turchia.

Il canale Telegram Rybar (con oltre 640 mila follower) e il gruppo di hacker Beregini hanno rivelato in un'indagine che il Kazakistan stava vendendo armi all'Ucraina, il che si traduce in un tradimento de facto contro i propri alleati russi nell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Si consideri inoltre che il Kazakistan fa anche parte dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e dell'Unione Europea degli Affari Europei (EAEU), i due poli dell'ordine multipolare a guida eurasiatica.

A seguito dello scandalo, il Kazakistan è stato costretto ad annunciare ufficialmente la sospensione di tutte le esportazioni di armi fino alla fine del 2023.

La vicenda ha avuto inizio quando gli hacker hanno svelato come Technoexport - una società kazaka - stesse vendendo a Kiev, tramite intermediari giordani, carri armati, sistemi anticarro e munizioni, su ordine del Regno Unito. L'affare era supervisionato dall'addetto militare britannico a Nur-Sultan, la capitale kazaka.

Nur-Sultan ha prevedibilmente cercato di respingere le accuse, sostenendo che Technoexport non aveva chiesto licenze di esportazione. Questo era essenzialmente falso: il team di Rybar ha scoperto che Technoexport ha invece utilizzato la Blue Water Supplies, un'azienda giordana, per ottenerle. E la storia si fa ancora più piccante. Tutti i documenti del contratto sono stati ritrovati nei computer dell'intelligence ucraina.

Inoltre, gli hacker hanno scoperto un altro accordo che coinvolgeva Kazspetsexport, attraverso un acquirente bulgaro, per la vendita di Su-27 kazaki, turbine d'aereo ed elicotteri Mi-24. Questi sarebbero stati consegnati agli Stati Uniti. Questi sarebbero stati consegnati agli Stati Uniti, ma la loro destinazione finale era l'Ucraina.

La ciliegina sulla torta dell'Asia centrale è che il Kazakistan vende a Kiev anche quantità significative di petrolio russo, non kazako.

Sembra quindi che Nur-Sultan, forse in modo non ufficiale, contribuisca in qualche modo alla "afghanizzazione" della guerra in Ucraina. Nessuna fuga di notizie diplomatiche lo conferma, ovviamente, ma c'è da scommettere che Putin abbia detto qualcosa in proposito al Presidente Kassym-Jomart Tokayev nel loro recente - cordiale - incontro.

Il gioco di equilibri del Sultano

La Turchia è un caso assai più complesso. Ankara non è un membro della SCO, della CSTO o dell'EAEU. Sta ancora facendo le sue scommesse, calcolando a quali condizioni si unirà alla ferrovia ad alta velocità dell'integrazione eurasiatica. Eppure, attraverso diversi schemi, Ankara permette a Mosca di eludere la valanga di sanzioni ed embarghi occidentali.

Le imprese turche - letteralmente tutte legate al presidente Recep Tayyip Erdogan e al suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) - stanno facendo un colpaccio e gustano il loro nuovo ruolo di magazzini di scambio tra la Russia e l'Occidente. A Istanbul ci si vanta apertamente che ciò che la Russia non può comprare dalla Germania o dalla Francia, lo compra "da noi". E in effetti diverse aziende dell'UE sono coinvolte.

Il gioco di equilibri di Ankara è dolce come una buona baklava. Raccoglie il sostegno economico di un partner molto importante proprio nel mezzo dell'infinita, gravissima debacle economica turca. I due partner sono d'accordo su quasi tutto: il gas russo, i sistemi missilistici S-400, la costruzione della centrale nucleare russa, il turismo - Istanbul è zeppa di russi - la frutta e la verdura turca.

Ankara-Mosca impiegano una geopolitica da manuale. La giocano apertamente, in piena trasparenza. Questo non significa che siano alleati. Si tratta solo di affari pragmatici tra Stati. Per esempio, una risposta economica può alleviare un problema geopolitico e viceversa.

Ovviamente l'Occidente collettivo ha completamente dimenticato come funziona questo normale comportamento tra Stati. È penoso. La Turchia viene "denunciata" dall'Occidente come traditrice, al pari della Cina.

Naturalmente Erdogan ha anche bisogno di giocare con le gallerie; quindi, ogni tanto dice che la Crimea dovrebbe essere riconquistata da Kiev. Dopo tutto, anche le sue aziende fanno affari con l'Ucraina – droni Bayraktar e non solo.

E poi c'è il proselitismo: La Crimea rimane teoricamente matura per l'influenza turca, dove Ankara potrebbe sfruttare le nozioni di pan-islamismo e soprattutto di pan-turchismo, capitalizzando le relazioni storiche tra la penisola e l'Impero Ottomano.

Mosca è preoccupata? Non proprio. Quanto ai Bayraktar TB2 venduti a Kiev, continueranno a essere inesorabilmente ridotti in cenere. Niente di personale. Solo affari.

[Traduzione di Nora Hoppe]

Vogliono il voto e poi per cinque anni continuare a fare quello che gli pare, questa non è democrazia, VOI dovete garantire agli elettori un sistema istantaneo per togliergli il seggio ai traditori

01 Settembre 2022 17:00
Gatekeeping e parassiti della democrazia

di Gandolfo Dominici[1]

Dopo quasi tre anni di sospensione (illegittima) dei diritti costituzionali, a seguito dell’apparente (quanto fittizia) dimissione del governo del Draghistan, il popolo italiano è chiamato, in maniera repentina, ad esprimere il proprio diritto di voto.

Chi in questi anni non si è adeguato con “resilienza” (termine abusato dal regime per non dover dire ai sudditi: “obbedite e fate quello che ordiniamo noi”) si trova davanti a ciò che la politica ed i media hanno stabilito essere il “polo del dissenso”, ma che non sempre è tale a causa della infestazione dei “gatekeeper”.

In questa situazione ci siamo trovati, nonostante i molti “cittadini” che in questi anni si sono battuti nelle piazze, nella loro cerchia sociale, nella loro vita lavorativa, nei tribunali ed appellandosi anche a organismi internazionali di presunta tutela dei diritti inalienabili.

“Come è avvenuto ciò?”

“Cos’è il gatekeeping?”

“Come mai non sono stati candidati i migliori invece dei peggiori?”

Purtroppo (con grande rammarico dello scrivente) occorre constatare che la pianta del dissenso è stata infestata dai parassiti del sistema. L’“infestazione da gatekeeping” è un tipo di infestazione attuata con diversi tipi di “parassiti”.

In queste brevi note mi propongo di spiegare questi fenomeni, elencando i vari tipi di “parassiti” che hanno danneggiato (si spera non irreparabilmente) la giovane pianta del dissenso che avrebbe dovuto costituire un’alternativa al globalismo unipolare che ci ha portato (e continuerà a portarci) verso il baratro, sociale, economico e dei diritti.

Partiamo dunque dalla definizione di gatekeeping, letteralmente: “fare la guardia ai cancelli”. Il gatekeeper (guardiano del cancello) è colui che controlla l’accesso ai cancelli sistema: esamina, seleziona, filtra le informazioni e decide (eseguendo più o meno consapevolmente le direttive impartitegli) chi può entrare davvero nel sistema politico-mediatico fosse anche come “opposizione” (o per meglio dire oppo-finzione). Al fine di contenere il dissenso, entro limiti accettabili ed innocui, il potere costituito crea i gatekeeper mascherandoli da giornalisti, attivisti, eroi e politici che, a parole, portano avanti i temi della protesta.

Da sempre, il regime infiltra i partiti, i movimenti e le associazioni di cittadini in odore di “sovversione” con dei parassiti che hanno lo scopo di controllarli e di renderli inoffensivi inglobandoli nel sistema. E’ dunque ovvio che l’attuale sistema, che nel biennio pandemico ha negato la sua stessa base di legittimazione (la Costituzione), non poteva non controllare il dissenso causato da tali aberrazioni.

Il sistema manipola i suoi stessi avversari, aiutando e innalzando leader e organizzazioni solo apparentemente contrarie, di modo che il popolo dissidente faccia la fine dei tonni nella tonnara. Il tonno in cerca di cibo entra nella tonnara ignaro di ciò che lo aspetta; magari qualche tonno lo fa pure con qualche perplessità (come chi vota “turandosi il naso per evitare un male peggiore”) ma, tranne pochi più scaltri, i tonni finiscono comunque più o meno consapevolmente nel luogo del loro massacro.

Un’altra definizione importante per capire il fenomeno di infestazione della pianta del dissenso è quella di: “scappato di casa” .

Lo “scappato di casa” è un termine che si riferisce a qualcuno incompetente, inaffidabile, ignorante, impresentabile, mediocre o scarso, insomma: un idiota. Lo “scappato di casa” è spesso (ma non sempre, talvolta tendendo verso il gatekeeper) inconsapevole di esserlo. Poiché è un individuo che viene (nel migliore dei casi) dal grigiore della mediocrità lo “scappato di casa” è facilmente manipolabile; basta pompare il suo Ego esaltandolo e lui (o lei) non vedrà (o non vorrà vedere) i fili del burattinaio che lo fanno muovere. Come nella favola di Pinocchio lo “scappato di casa” è un burattino che non vede i fili del burattinaio Mangiafuoco e sogna poi di raggiungere il “Paese dei Balocchi” della poltrona in Parlamento dove diventerà finalmente “ciuco”.

Può sembrare strano ma tra gli “scappati di casa” ci possono essere anche alcuni leader di movimenti o partitini del dissenso, scelti appositamente dai burattinai gatekeeper come burattini che muovono a loro volta altri burattini. Infatti, riempire il dissenso di “scappati di casa” ha anche il fine di screditarlo. Così come i media mainstream intervistavano nelle piazze della protesta gli avventori più naif al fine di deriderli, i partitini pieni di esponenti e candidati improbabili mostrano la loro scarsa credibilità divenendo delle caricature che non possono essere prese sul serio.

Abbiamo già assistito al fenomeno degli “scappati di casa” con il Movimento 5 Stelle, di cui ho parlato in un precedente articolo (Il Draghistan e la proteina Spike della democrazia[2]) e abbiamo visto come questi non sono meno pericolosi dei gatekeeper, si sa: “lo stupido è più pericoloso del nemico intelligente”!

Merita una menzione a parte un altro tipo di parassita, che non esisteva ai tempi dei 5Stelle, ma che è nato spontaneamente, come un micelio infestante, durante questi anni di violazione dei diritti costituzionali: l’“avvocato az-zecca-garbugli”.

A differenza dell’Azzeccagarbugli di cui narrava il Manzoni ne “I Promessi Sposi” gli attuali az-zecca-garbugli non rifiutano l’assistenza ai perseguitati ma, più subdolamente, fanno sciacallaggio attaccandosi, appunto come “zecche”, ai malcapitati clienti portandoli verso cause perse. Anche in questo caso il confine tra questo tipo di parassita e gli altri è sfumato. Ci sono az-zecca-garbugli che lo fanno consapevolmente, in modo del tutto simile ai gatekeeper, ed altri invece che lo fanno per stupidità come gli “scappati di casa”, con in mezzo tante sfumature tra i due estremi. Durante questi anni abbiamo assistito a tantissimi ricorsi e sentenze la cui dilettantesca infondatezza lascia pensare che siano stati fatti o appositamente per perdere le cause oppure per totale ignoranza giuridica.

Solo pochi sono stati i veri avvocati che si sono adoperati (alcuni anche gratuitamente) per difendere i diritti violati e pochissimi di questi sono ora tra i candidati alle elezioni a fronte di un altissimo numero di az-zecca-garbugli che ambiscono alla agognata poltrona.

E’ opportuno notare che l’“infestazione da gatekeeping” non avviene solamente mediante l’associazionismo politico.

Il primo cancello (gate) è quello dei mass media mainstream. I media operano un attento filtraggio di quali personaggi debbano apparire. Tramite i mass media viene costruito l’“eroe della resistenza”. L’eroe viene spesso formato con corsi di PNL (Programmazione Neuro Linguistica) e sparato quotidianamente sugli schermi televisivi. Sappiamo da tempo come la narrazione del sistema abbia come principale strumento la televisione ma, nonostante ciò, l’ignaro spettatore “ribelle” solitamente non si accorge del tranello e non si pone le domande:

“Come mai questo personaggio è n TV mentre altri no?”

“Come mai a certi ribelli non viene tolta la parola anche quando mettono in crisi il cattivo pro-sistema di turno in siparietti che poi divengono virali anche sui social?”.

Ma si sa, se il ribelle si ponesse tutte queste domande non ci sarebbe bisogno nemmeno di parlare di gatekeeping perché questo non sarebbe più efficace.

È successo a tanti dissenzienti (come al sottoscritto per ben tre volte) di essere contattati da giornalisti televisivi per partecipare a talk show per poi vedere la loro partecipazione cancellata poche ore prima della diretta.

Si potrebbe dunque affermare, con una regola empirica, che:

“Il livello di gatekeeping dell’eroe ribelle televisivo è direttamente proporzionale al numero dei suoi interventi sulle televisioni mainstream.”

Spesso (ma non sempre) i personaggi preferiti per divenire eroi mediatici del dissenso sono “scappati di casa” essendo questo un modo per pompare il loro Ego e renderli docili alle manipolazioni dei burattinai.

Volendo inquadrare il tema all’interno dei modelli del marketing politico è opportuno citare la teoria del “Politainment” elaborata dal politologo David Schultz. Il termine Politainment deriva dalla fusione di due parole inglesi: politics (politica) ed entertainment (intrattenimento). Le costruzioni linguistiche dell’eroe del dissenso seguono le logiche della comunicazione di marketing; talvolta ci troviamo di fronte ad un tipo di comunicazione che fa ricorso a veri e propri slogan che arrivano al cuore degli spettatori “ribelli”, altre volte invece usano un linguaggio forbito per dare l’impressione di elevata conoscenza, ma il fine è sempre quello di manipolare.

Con il meccanismo del gatekeeping il ribelle dissenziente viene individuato, schedato e, infine, “normalizzato” in modo da potere divenire funzionale allo stesso sistema che si prefiggeva di combattere. Ed’è così che il partito della protesta anti-sistema finisce col sostenere (in modo più o meno celato e visibile soltanto ai più attenti osservatori) il sistema. Vuoi perché questi “credono” nei loro “eroi” della resistenza, vuoi per spirito di appartenenza, vuoi perché la dissonanza cognitiva dell’ammettere di essere stati presi in giro ha il sopravvento, comunque gran parte dei militanti continuano a seguire i loro leader-gatekeeper, altri invece affondano nella delusione e perdono la voglia di agire. In entrambi i casi la ribellione viene disinnescata.

E’ già successo recentemente con i 5 Stelle; ora siamo ad un nuovo giro della giostra del circo. La triste realtà, che pare evidente a chi scrive, è che pensare di uscire dal regime attuale votando i gatekeeper e gli “scappati di casa” del sedicente dissenso è come pretendere di curare il Covid con la tachipirina e la vigile attesa.

La poltrona attira più dell’”Unico Anello” della saga del “Signore degli anelli” di Tolkien. Solo poche persone di animo puro possono portare l’anello senza divenirne schiavi.

Occorre quindi porsi le seguenti domande:

“Ci sono tra i candidati uomini o donne di tale caratura da non essere infestati dalla brama di poltrona?”

“Si tratta di opposizione o di oppo-finzione?”

Dopo questa breve (ed incompleta) disamina, lascio al lettore la valutazione riguardo a quanti e quali dei nuovi partiti, che intendono raccogliere il voto del dissenso, siano infestati dai sopra-citati parassiti e se ritengono che questi siano o meno adatti a portare avanti le loro istanze in Parlamento.

[1] - Professore Associato di Business Systems e Marketing – Università di Palermo – esperto di Cibernetica Sociale – Editor in Chief della rivista scientifica Kybernetes – CV: https://gandolfodominici.it/

[2] https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_draghistan_e_la_proteina_spike_della_democrazia/39130_46286/

Un altro piccolo grande colpo al Sistema massonico mafioso politico istituzionale

01 Settembre 2022
'NDRANGHETA A COSENZA, GRATTERI SODDISFATTO: "OPERAZIONE FRUTTO DI ANNI DI LAVORO"

«Forse è la più estesa indagine su Cosenza e riguarda un’associazione mafiosa, un’associazione finalizzata al traffico di droga e tutti reati fine caratteristici della criminalità organizzata, quindi estorsioni, usura e anche rapporti con la pubblica amministrazione. Sono indagati anche tre professionisti». Così il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, incontrando i giornalisti, ha sintetizzato l’operazione che stamani ha portato all’esecuzione di 200 misure cautelari. Incontro nel corso del quale Gratteri non è entrato nei dettagli a causa della nuova normativa. «La stampa ha potere - ha detto ai giornalisti - chiedete ai vostri editori di dire ai politici di cambiare la legge, ma finché non cambia non intendo essere né indagato né sottoposto a procedimento disciplinare».

«E' stata l’indagine più estesa - ha detto Gratteri - perché abbiamo interessato Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza, dal momento che un’inchiesta del genere non poteva farla una sola forza, visto che ognuno di loro già lavorava sulle famiglie di 'ndrangheta, sul territorio. Bisognava mettere a regime tutto quello che c'era negli archivi e nelle banche dati. Ci sono stati due bravi sostituti che hanno coordinato un gruppo lavoro che ha coinvolto centinaia di appartenenti alle forze dell’ordine. Per noi non è stato difficile far lavorare a regime tutti come se fosse un unico Corpo perché ci sono investigatori di primissimo piano nel distretto mandati dai vertici delle forze dell’ordine che ringrazio sempre. Quando c'è gente intelligente è possibili farli lavorare in sinergia anche se hanno una divisa diversa. Il difficile è stato fare sintesi e dare conseguenza logica su piano probatorio a tutto quello che si è trovato».

Il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla, ha sottolineato come l’inchiesta abbia evidenziato l’esistenza di una confederazione unitaria delle cosche, oltre alla presenza dei reati predatori quali estorsioni e usura e un forte esercizio abusivo del credito «condotto in maniera sistematica». «Operazioni come queste - ha sostenuto il direttore centrale anticrimine della Polizia Francesco Messina - possono essere realizzate solo dopo un’accurata e puntuale opera di rafforzamento dei presidi della Polizia sul territorio interessato. Il Dipartimento della Pubblica sicurezza in particolare, negli ultimi 3 anni ha implementato il potenziale delle squadre mobili operanti nel catanzarese, attraverso interventi mirati, offrendo così alla Dda uno strumento operativo duttile e orientato alla realizzazione di un’efficace azione di contrasto alla criminalità organizzata locale. Gli oltre 200 arresti eseguiti oggi nel cosentino in collaborazione con le altre Forze di Polizia, hanno permesso di fare luce su oltre 20 anni di attività illegali perpetrate nel capoluogo bruzio da diverse organizzazioni criminali. L’impegno della sola Polizia ha riguardato l’impiego di circa 600 operatori, coordinati dalla Direzione centrale anticrimine, suddivisi tra Servizio centrale operativo, Squadra mobile di Catanzaro, Squadra mobile di Cosenza oltre a numerose altre Squadre mobili nazionali, nonché Reparti prevenzione crimine di tutta Italia».

Il gen. Antonio Quintavalle Cecere, comandante dello Scico della Guardia di finanza, ha evidenziato che il sequestro di beni per 72 mln «dimostra come la 'ndrangheta abbia ancora una forza economica», riferendo che un imprenditore, grazie al legame con la 'ndrangheta aveva guadagnato 37 mln in 5 anni. L'attività dei carabinieri, ha spiegato il comandante provinciale di Cosenza dell’Arma, col. Saverio Spoto, è stata incentrata sulla ricostruzione della struttura confederata che si erano data le cosche e votata alla gestione dei reati fine. Il capo della Squadra mobile di Cosenza Angelo Paduano, dal canto suo, ha messo in evidenza come il patto federativo avesse consentito alle cosche cosentine di realizzare una spartizione scientifica del territorio, superando scontri e divisioni degli anni passati. All’incontro con la stampa hanno preso parte i comandanti regionali di Guardia di finanza e Carabinieri, Guido Mario Geremia e Pietro Francesco Salsano.

Il ruolo del sindaco Manna

L’avvocato Marcello Manna, sindaco di Rende (Cosenza) e presidente dell’Anci Calabria, arrestato stamane nell’ambito del blitz antimafia coordinato dalla Dda di Catanzaro, avrebbe intrattenuto «contatti duraturi nel tempo» con membri di un’associazione mafiosa, in particolare col gruppo d’Ambrosio. E’ quanto scrive il Gip nell’ordinanza con cui ha disposto misure restrittive per 202 persone eseguite stamani da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Manna, indagato per scambio elettorale politico-mafioso, in particolare, avrebbe «stretto un patto di scambio elettorale politico mafioso con membri apicali della criminalità organizzata» ricevendo in cambio sostegno in occasione delle ultime elezioni comunali tenutesi nel 2019. Il Pm aveva chiesto la detenzione in carcere, ma il Gip ha ritenuto sufficiente la misura degli arresti domiciliari. Manna, sostenuto da una coalizione di liste civiche vicine al centrodestra, è al secondo mandato da primo cittadino. Per il Gip, «tutti gli appartenenti al clan federato Rango, Zingari, Lanzino e Ruà si sono mobilitati per fare la campagna elettorale all’avvocato Manna». Gli equilibri elettorali per il voto relativo al Comune di Rende sarebbero stati ricostruiti dal collaboratore di giustizia Adolfo Foggetti.
La ricostruzione investigativa contenuta negli atti evidenzia anche «la sussistenza di un rapporto tra Massimo D’Ambrosio e Pino Munno, assessore del Comune di Rende già nel 2014», oltre che la disponibilità del figlio di uno dei referenti della cosca a offrire la propria abitazione per una «riunione elettorale» per sostenere proprio Manna in vista della campagna elettorale. Le intercettazioni e le ricostruzioni dei collaboratori di giustizia evidenzierebbero gli impegni assunti dal sindaco di Rende nei confronti degli esponenti dei clan, ovviamente da accertare anche in sede giudiziaria. Nelle frasi intercettate riferimenti espliciti anche al sostegno offerto ad altri candidati, così come momenti di esaltazione per i risultati positivi emersi dalle urne. Negli accordi che sarebbero intercorsi, il provvedimento che ha portato agli arresti domiciliari del sindaco evidenzia ancora che «Manna era consapevole della caratura criminale dei D’Ambrosio», ma «scientemente con questi partecipava all’ideazione del progetto (relativo al palazzetto dello sport della città, ndr) palesemente illecito suggerendo finanche altre soluzioni per lucrare ulteriore denaro»

Rende, la solidarietà della maggioranza consiliare a Manna

«La maggioranza governativa dell’amministrazione comunale di Rende, il presidente del consiglio comunale Gaetano Morrone e i consiglieri Eugenio Aceto, Concetta Brogno, Rachele Cava, Francesco Corina, Marisa De Rose, Salvatore Esposito, Palma Fanello, Rossana Ferrante, Giovanni Gagliardi, Marco Greco, Chiara Lolli, Fabio Marchiotti, Romina Provenzano e Luigi Superbo esprimono massima solidarietà al sindaco Marcello Manna e all’Assessore Pino Munno, certi che la giustizia farà il suo corso e sarà fatta piena chiarezza». Lo si legge in un documento diffuso dall'ufficio stampa del Comune, in relazione all'arresto del primo cittadino e dell’assessore.
«Sono i giudici - si legge ancora - e non certo i pubblici ministeri a dover dare un giudizio sulle responsabilità, così come è la sentenza e non certo la richiesta di colpevolezza a fare un processo, né l’istruttoria deve essere confusa con la sentenza di condanna. Partendo da questo principio così elementare in tema di diritto costituzionale - prosegue la nota - come esponenti delle istituzioni e dei cittadini che attraverso il voto ci hanno chiamato a rappresentarli in seno al consiglio comunale, riteniamo che la verità debba sempre essere garantita in un paese che si basa sull'esercizio della democrazia. Il nostro sindaco è persona di grande levatura morale e oggi più che mai siamo e saremo al suo fianco».