L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 settembre 2022

15 settembre 2022 - Quando uno vale zero - Tutti i tradimenti dei 5 Stelle

17 settembre 2022 - News della settimana (16 set 2022)


Russia-Ucraina: inizia la guerra vera? – La maggioranza degli italiani contraria alle sanzioni – Esercitazioni congiunte Russia-Cina – I “misteriosi” finanziamenti russi ai partiti europei – Paragone riceve da Monti il “bacio della morte” – Conte fa retromarcia sull’obbligo vaccinale - Di Maio “vola” sulle ali del successo.

“grandi città russe e infrastrutture industriali e dei trasporti potrebbero essere colpite e uno scenario del genere significherebbe un diretto coinvolgimento degli Stati Uniti in un confronto militare con la Russia”

Le possibili conseguenze del supporto anglo-americano all’offensiva ucraina
15 settembre 2022


Cominciano a emergere dettagli circa il rilevante ruolo rivestito dagli anglo-americani nella pianificazione, supporto e forse anche esecuzione (si infittiscono le voci di consiglieri militari e contractors al fianco delle truppe di Kiev) dell’offensiva ucraina nel settore di Kharkiv.

Secondo quanto riportato dal New York Times, che a questo tema ha dedicato un’ampia inchiesta, la controffensiva Ucraina nella regione di Kharkiv è stata coordinata con le intelligence di Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno elaborato con Kiev un piano alternativo all’annunciata operazione a Kherson, che avrebbe causato enormi perdite.

“La strategia alla base dei rapidi progressi militari dell’Ucraina negli ultimi giorni ha iniziato a prendere forma mesi fa durante una serie di intense conversazioni tra funzionari ucraini e statunitensi sulla via da seguire nella guerra contro la Russia”, scrive il NYT citando funzionari americani protetti dall’anonimato.

“Le attività hanno preso il via subito dopo che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky (ieri in visita a Izyum riconquistata dalle truppe di Kiev – nella foto sotto -NdR), ha detto ai suoi generali di voler attuare una iniziativa clamorosa per dimostrare che il suo Paese poteva respingere l’invasione russa. Sotto i suoi ordini, l’esercito ucraino aveva escogitato un piano per lanciare un ampio assalto attraverso il Sud per riconquistare Kherson e isolare Mariupol dalle forze russe nell’Est.


I generali ucraini e i funzionari americani credevano che un attacco su larga scala avrebbe causato enormi perdite e non sarebbe riuscito a riconquistare rapidamente grandi porzioni di territorio. Gli ucraini stavano già subendo centinaia di vittime al giorno in quello che era diventato un conflitto di logoramento. Le forze russe stavano subendo perdite simili ma stavano ancora avanzando, devastando le città ucraine nella regione orientale del Donbass.

Da tempo riluttanti a condividere i dettagli dei loro piani, i comandanti ucraini avevano iniziato ad aprirsi maggiormente ai funzionari dell’intelligence americana e britannica e a chiedere consiglio”, ha scritto il giornale.

“Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, e Andriy Yermak, uno dei massimi consiglieri di Zelensky, hanno parlato più volte della pianificazione della controffensiva. Il generale Mark A. Milley, capo dello stato maggiore congiunto Usa e alti dirigenti militari ucraini hanno discusso regolarmente di intelligence e supporto militare”, prosegue l’articolo, “e a Kiev ufficiali ucraini e britannici hanno continuato a lavorare insieme mentre il nuovo delegato alla difesa americano, il generale Garrick Harmon, iniziava ad avere sessioni quotidiane con gli alti ufficiali dell’Ucraina”.


Il tempo era essenziale, ritenevano i funzionari statunitensi e ucraini. Per organizzare un contrattacco efficace, gli ucraini dovevano muoversi prima della prima neve, quando il presidente russo Vladimir Putin avrebbe potuto usare il suo controllo delle forniture di gas per fare pressione sull’Europa”, continua il New York Times spiegando che da una serie di simulazioni era emerso che un contrattacco a Kharkiv sarebbe stato più efficace di un’offensiva a Kherson in quanto Mosca, aspettandosi un’iniziativa in quest’ultimo settore, aveva sguarnito il fronte orientale.

“La Russia è stata indebolita. Non riuscendo a rilevare l’accumulo di forze ucraine intorno a Kharkiv, l’esercito russo ha dimostrato incompetenza e ha dimostrato di non avere una solida intelligence”, conclude il New York Times.

“Il suo comando e controllo sono stati decimati e sta avendo problemi a rifornire le sue truppe, offrendo all’Ucraina un’opportunità nelle prossime settimane”.

Possibili conseguenze

Le valutazioni riportate dal NYT contengono anche elementi legati alle opinioni delle fonti citate ma senza dubbio confermano il coinvolgimento diretto degli anglo-americani nell’offensiva ucraina (evidenziato dalle fonti russe nei giorni scorsi) mentre sulla mancata reazione russa allo sfondamento nemico permangono le perplessità espresse nei giorni scorsi da Analisi Difesa.


Il pesante sostegno anglo-americano (in termini di mezzi, intelligence e con ogni probabilità anche “mentoring” sul campo di battaglia) assicurato alle forze ucraine giunte ai confini con la regione russa di Belgorod offrono a Mosca l’opportunità di lanciare l’allarme per “il nemico alle porte”, dove il “nemico” non sono solo gli ucraini ma soprattutto militari e contractors delle principali potenze della NATO.

Un argomento sensibile per le forze politiche e per ampi settori dell’opinione pubblica russa, che potrebbe facilitare provvedimenti quali il richiamo di un numero molto elevato di riservisti, questa volta non per una “operazione speciale” ma per neutralizzare la minaccia portata dalla NATO ai confini della Federazione Russa.


Il rappresentante della Milizia popolare della Repubblica popolare di Luhansk (LPR) Andrey Marochko, ha reso noto il 13 settembre che a Kramatosk, nella regione di Donetsk in mano alle forze di Kiev, sono arrivati militari stranieri che avrebbero il compito di monitorare la distribuzione dell’equipaggiamento militare occidentale fornito all’Ucraina, oltre a documentare il consumo di munizioni.

A tal proposito ieri l’ambasciatore russo negli Usa, Anatoly Antonov, ha dichiarato che “se Kiev ottenesse” i missili balistici tattici ATACMS (nella foto sotto) impiegabili dai lanciarazzi campali HIMARS e con raggio d’azione fino a 300 chilometri chiesti agli Stati Uniti (la cui fornitura è caldeggiata da molti a Washington) , “grandi città russe e infrastrutture industriali e dei trasporti potrebbero essere colpite e uno scenario del genere significherebbe un diretto coinvolgimento degli Stati Uniti in un confronto militare con la Russia”.

Al tempo stesso, come abbiamo già evidenziato, i recenti sviluppi sul campo di battaglia potrebbero favorire l’avvio di negoziati tra i belligeranti.


La vicepremier Ucraina, Olga Stefanishyna, ha detto ieri a France24 che negli ultimi giorni funzionari russi hanno contattato l’Ucraina per negoziare.

La notizia meriterebbe verifiche e approfondimenti anche perché “, ha detto Stefanishyna, “l’Ucraina non si è mai tirata indietro dai negoziati ma vista la gravità dei crimini che la Russia ha commesso e continua a commettere ogni mese, la leva per i negoziati è diversa rispetto a quella di febbraio”.

Stefanishyna ha affermato che l’avanzata di Kiev con la controffensiva è un punto di svolta non solo per l’invasione russa iniziata il 24 febbraio, ma anche “per la guerra iniziata nella primavera del 2014” e ha aggiunto che il suo Paese si sta “preparando allo scenario peggiore” in termini di rappresaglia russa, ma che “finora l’Ucraina non è stata colta di sorpresa”.

In sintesi il crescente ruolo giocato dagli anglo-americani nel conflitto potrebbe costituire un elemento utile a favorire sviluppi diversi e opposti del conflitto.

Non si può escludere che il maggiore supporto militare occidentale favorisca una stabilizzazione della guerra su linee del fronte più nette e consolidate tenuto conto che il prolungamento del conflitto rientra negli interessi più volte espressi esplicitamente dagli anglo-americani con l’obiettivo di indebolire e logorare la Russia. Una guerra prolungata ai suoi confini orientali certo non rientra negli interessi dell’Europa.

Un’ulteriore escalation della guerra potrebbe inoltre costringere Mosca a cadere nella “trappola” della mobilitazione per una nuova “guerra patriottica” che comporterebbe elevati costi economici, politici, sociali e militari per la Federazione Russa con l’obiettivo di conseguire un successo su Kiev che, a quel punto, potrebbe risultare inadeguato rispetto al prezzo pagato.

Infine, il maggiore equilibrio militare tra i belligeranti potrebbe determinare l’effetto opposto, preparando il terreno a trattative per concludere una guerra fin dall’inizio satura di elementi ambigui e contraddittori sul piano militare, economico e politico.

Paradossi di una guerra ambigua

La lista sarebbe lunga ma limitiamoci a citare solo un paio di esempi delle ultime ore. Ieri gli stessi ucraini hanno ammesso che le truppe russe sono tornate a controllare Kreminna, città del Donbass a nord di Lysychansk e Severodentsk nella regione di Luhansk che avevano evacuato il giorno precedente senza però che il centro abitato venisse occupato dalle truppe di Kiev.


Le fonti di Kiev confermano, senza fornire chiarimenti, che la stessa cosa è accaduta nello stesso settore a Starobilsk e a Svatove dove i russi sono potuti tornare in forze senza che le truppe ucraine avessero assunto il controllo degli insediamenti che avrebbe permesso di consolidare la penetrazione nei territori del Donbass.

Sempre a proposito di elementi contraddittori, la società russa Gazprom ha reso noto che nella giornata di ieri la fornitura di gas russo che transita tramite gasdotto in territorio ucraino è stata di 42,4 milioni di metri cubi. Lo ha dichiarato la società del gas russa Gazprom.

Ne sarebbe transitato di più se, come ha specificato l’ufficio stampa dell’azienda energetica russa, l’Ucraina non avesse nuovamente respinto il trasporto di gas attraverso la stazione d’ingresso di Sokharanivka (Luhansk) che dall’11 maggio è sotto il controllo delle forze russe.


Gazprom ha dichiarato che il trasferimento di tutti i volumi delle esportazioni tramite il punto di ingresso di Sudzha, accettata da Kiev perché sotto il suo controllo, è tecnicamente impossibile. Nonostante tutto, la società russa afferma di eseguire tutti gli obblighi nei confronti dei consumatori europei e di aver pagato tutti i servizi di transito.

Di fatto, dopo quasi 7 mesi di guerra, nessuno ha ancora colpito né chiuso i gasdotti che attraversano l’Ucraina e riforniscono di energia l’Europa (che ha rinnovato ieri la sanzioni a Mosca e arma e finanzia Kiev) e la stessa Ucraina.

Anche sul piano finanziario ed energetico le ambiguità si sprecano: i russi pagano ai nemici ucraini i diritti di transito del gas che vendono all’Europa mentre quest’ultima dall’inizio del conflitto, il 24 febbraio, ha pagato ai russi ben 85 dei 158 miliardi di euro che Mosca ha incassati dall’export energetico.


Quindi l’Europa che rischia il tracollo energetico ed economico nei prossimi mesi, con una mano arma gli ucraini e sanziona i russi mentre con l’altra ha finanziato e finanzia anche oggi abbondantemente con gli acquisti di energia la campagna militare russa in Ucraina, come ha rilevato anche un recente studio del Centro finlandese per la ricerca sull’energia e l’aria pulita.

(con fonte AGI)


Foto: Ministero della Difesa Ucraino e US Army

Il NUOVO NAZISMO ben incistato nelle istituzioni ucraine propongono attraverso un documento di arrivare alle atomiche

"Prologo alla terza guerra mondiale": il Cremlino reagisce alle garanzie di sicurezza per l'Ucraina

foto di Tyler Durden
DI TYLER DURDEN
GIOVEDÌ 15 SETTEMBRE 2022 - 09:10

L' Ucraina vuole un blocco "alla NATO" che possa essere chiamato a difendere immediatamente i confini con la Russia, come proposto da un gruppo di lavoro istituito dal presidente Volodymyr Zelensky. Fondamentalmente includerebbe gli Stati Uniti e altri alleati della NATO che forniscono all'Ucraina "garanzie di sicurezza". I funzionari di Kiev hanno sottolineato, svelando il piano martedì, che non è inteso come un sostituto della NATO, ma come un'alleanza legalmente vincolante da instaurare mentre l'Ucraina alla fine persegue la piena adesione alla NATO, come Newsweek descrive la proposta : 

Il Kyiv Security Compact (KSC), proposto da Andriy Yermak, capo dell'ufficio di Zelensky, ed ex segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen , stabilirebbe anche un piano "multidecennale" di investimenti, addestramento militare e condivisione di intelligence per rafforzare Le capacità difensive dell'Ucraina mentre il paese persegue la piena adesione alla NATO.

La reazione del Cremlino è stata rapida e feroce, con il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev che ha avvertito che sarebbe  "davvero un prologo alla terza guerra mondiale" se verrà emanato. Ha descritto che l'olocausto nucleare sarebbe stato il risultato finale.

Dmitry Medvedev, tramite Shutterstock

Secondo una traduzione della reazione di Medvedev nei media statali, che era stata pubblicata in una dichiarazione a Telegram, ha accusato "stupidi idioti" di "stupidi think tank" per aver escogitato un tale "appello isterico". Medvedev ha scritto:

"E poi le nazioni occidentali non potranno sedersi nelle loro case pulite, ridendo di come indeboliscono accuratamente la Russia per procura. Tutto sarà in fiamme intorno a loro. La loro gente raccoglierà completamente il loro dolore. La terra sarà in fiamme e il cemento si scioglierà " .

"Eppure i politici dalla mentalità ristretta e i loro stupidi gruppi di esperti, facendo roteare premurosamente un bicchiere di vino nelle loro mani, parlano di come possono trattare con noi senza entrare in una guerra diretta . Imbecilli ottusi con un'educazione classica".

Ha affermato che il conflitto in Ucraina sta già scivolando in un territorio sconosciuto e imprevedibile di escalation a causa del "pompaggio sfrenato dell'Occidente del regime di Kiev con i tipi di armi più pericolosi". 

Ha aggiunto alle dichiarazioni quanto segue secondo una traduzione : 

La camarilla di Kiev ha dato vita a un progetto di “garanzie di sicurezza”, che sono un prologo alla terza guerra mondiale. Naturalmente nessuno darà alcuna "garanzia" ai nazisti ucraini. Dopotutto, questo equivale quasi all'applicazione dell'articolo 5 del Patto atlantico (Trattato di Washington) all'Ucraina. Per la NATO – la stessa merda, solo una vista laterale. Pertanto, è spaventoso.

Dato il violento conflitto che è ancora concentrato nell'est e nel sud del paese, e con Mosca che ha promesso di "liberare" il Donbass, è improbabile che le garanzie di sicurezza proposte decollano presto, dato anche che richiede un ritorno ai confini dell'Ucraina prima del 2014 e restituzione di tutte le case e proprietà confiscate dalle forze d'invasione russe. 

Molti esperti in Occidente esprimono nel frattempo la preoccupazione che in mezzo a una controffensiva ucraina ampiamente riuscita nel nord-est della Russia potrebbe diventare più imprevedibile e disperata. Sono in corso speculazioni sul fatto che il presidente Putin possa dichiarare una dichiarazione formale di guerra, qualcosa che martedì il Cremlino ha negato che a questo punto si stia persino discutendo. 

https://www.zerohedge.com/geopolitical/prologue-3rd-world-war-kremlin-reacts-security-guarantees-ukraine?utm_source=&utm_medium=email&utm_campaign=930

Scripta Manent

La disfida di Barletta (1503). I cavalieri italiani umiliano i francesi


12Set, 2022di Roberto Trizio

La disfida di Barletta è uno scontro avvenuto il 13 febbraio del 1503, fra 13 cavalieri italiani e 13 cavalieri francesi per una pura questione di onore. Durante lo scontro, comandato per gli italiani da Ettore Fieramosca e per i francesi da Guy De la Motte, i cavalieri italiani ottennero una decisiva vittoria, salvaguardando il loro onore ed entrando nella storia.

La disfida di Barletta: l’offesa agli italiani

All’inizio del Cinquecento, il Regno di Napoli guidato da Federico I venne conteso da Luigi XII di Francia e da Ferdinando II di Aragona.

I due sovrani firmarono nel 1500 il “Trattato di Granada”, un accordo segreto in base al quale le due potenze si sarebbero spartite il territorio del Regno di Napoli. I francesi e gli aragonesi procedettero quindi alla conquista dell’intero meridione d’Italia, stabilendosi i primi a nord e i secondi a sud.

Tuttavia, nonostante gli accordi di Granada, gli eserciti francesi e quelli aragonesi iniziarono a contendersi porzioni sempre più ampie di territorio. In particolare, i francesi conquistarono le città più importanti del Regno di Napoli, isolando gli spagnoli in Calabria e in Puglia. Barletta, così, divenne la capitale degli Spagnoli nel Regno di Napoli.

All’inizio del 1503, un distaccamento di soldati francesi di stanza a Canosa di Puglia si incontrò fortuitamente con dei soldati spagnoli guidati dal nobile Diego de Mendoza. Dopo un aspro combattimento, Mendoza ottenne la vittoria, catturando diversi soldati francesi, che furono scortati presso Barletta e messi sotto sorveglianza.

Dopo qualche settimana, il nobile spagnolo Consalvo da Cordova decise di organizzare un banchetto, al quale furono invitati gli ufficiali spagnoli e, in via amichevole, anche i prigionieri francesi.

Durante il banchetto, che si tenne presso l’antica osteria “Casa di Veleno”, il nobile francese Charles de Torgues, conosciuto anche come Monsieur Guy de la Motte, iniziò a disprezzare il valore dei soldati italiani, accusandoli di essere dei codardi, di scappare alla prima occasione e di non valere molto in battaglia.

Quella stessa sera, il generale spagnolo Lopez de Ayala difese gli italiani, spiegando di aver comandato personalmente dei soldati italiani e di poter confermare che questi, in quanto a valore, non avevano nulla da invidiare ai francesi.

La lite degenerò, fino a che si decise di vendicare l’onore degli italiani con una disfida ufficiale, che si sarebbe tenuta pochi giorni dopo.

L’organizzazione della disfida di Barletta

Guy de la Motte fu incaricato di organizzare un gruppo di 13 cavalieri francesi che avrebbe partecipato alla disfida. I nomi dei cavalieri francesi furono:
Charles de Torgues
Marc de Frigne
Girout de Forses
Claude Grajan d’Aste
Martellin de Lambris
Pierre de Liaye
Jacques de la Fontaine
Eliot de Baraut
Jean de Landes
Sacet de Sacet
François de Pise
Jacques de Guignes
Naute de la Fraise

I soldati francesi pernottarono qualche giorno presso Ruvo di Puglia, oggi in provincia di Bari, e la mattina dello scontro si tenne una messa solenne nella chiesa di San Rocco, oggi gestita dalla Confraternita di San Rocco.

Nel frattempo, per gli italiani, si impegnarono in prima persona i fratelli Prospero e Fabrizio Colonna, appartenenti ad una delle più potenti ed antiche famiglie italiane. I Colonna contattarono immediatamente Ettore Fieramosca, nobile di origine Capuana, e uno dei più importanti e valorosi condottieri italiani dell’epoca.

Lo stesso Ettore Fieramosca iniziò un carteggio con De la Motte, per organizzare i dettagli dello scontro. Fieramosca contattò i migliori combattenti del tempo:
Francesco Salamone
Marco Corollario
Riccio da Parma
Guglielmo Albimonte
Mariano Marcio Abignente
Giovanni Capoccio da Tagliacozzo
Giovanni Brancaleone
Ludovico Abenavoli
Ettore Giovenale
Fanfulla da Lodi
Romanello da Forlì
Ettore de’ Pazzis

I cavalieri italiani si fermarono ad Andria e il giorno dopo si tenne una messa solenne nella cattedrale della città, dove i cavalieri giurarono, al grido di: “Vittoria o morte!” di vendicare l’onore degli italiani.

La disfida di Barletta: la disposizione sul campo

Il 13 febbraio del 1503 si tenne la disfida di Barletta. Il campo di battaglia era posizionato nella pianura tra Andria e Corato, nel territorio appartenente a Trani e più precisamente in località Mattina di Sant’Elia, allora sotto la giurisdizione della Repubblica di Venezia.

Quattro giudici italiani e quattro giudici francesi, accompagnati da due ostaggi italiani e da due ostaggi francesi, si occuparono di recintare il terreno dello scontro.

I primi ad arrivare furono gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca. Quest’ultimo tenne anche un solenne discorso ai suoi, che ci viene riportato da un anonimo testimone oculare della disfida.

“Compagni e fratelli miei, se io pensassi che queste mie poche parole dovessero aggiungere più animo a che quel che dalla natura vi è concesso, certo mi ingannerei, avendo visto voi sino a qui allegramente essere condotti a questa magnanima impresa e dimostrato chiaramente quell’animo che un qualsivoglia coraggioso cavaliero mostrerebbe in simil caso.

Onde io, conoscendo il valore vostro essere sì grande e fermo in questo nobile esercizio, per essere solo di voi stata fatta onorabile elezione, sono in tutto soddisfatto e contento. Ma perché i nemici in fino a qui non sono comparsi al campo, in questo spazio di tempo, che ne avanza, mi è parso manifestarsi il presagio dell’animo mio, il quale vi rende certi di indubitata vittoria in questa impresa, vedendovi sì ardenti e volenterosi a conquistare quell’onore che Dio e la benigna fortuna ne promette.

Altri nei tempi passati hanno combattuto per naturale inimicizia, altri per iracondia, alcuni altri per ingiuria ricevuta, altri per cupidità di roba, tesori e beni di fortuna, altri per amore di donne e chi per un’occorrenza, chi per un’altra, secondo che l’occasione gli porgeva. Voi oggi combatterete per la gloria, che è il più prezioso e onorato pregio che dalla fortuna si potesse proporre a valenti uomini. Questa vi infiamma, questa vi accompagna all’immortalità, liberandovi in ogni caso da vil morte”.

Successivamente, anche i francesi fecero la loro comparsa sul campo di battaglia e Guy de la Motte tenne un discorso ai suoi cavalieri:

“Se dall’esperienza, la quale è maestra di tutte le cose, si può pigliare giudizio, cavalieri, compagnie e fratelli miei, certo io non dubito che di questa impresa, della quale oggi per noi si ha da fare prova, porteremo quell’onore e quella vittoria che da tanto tempo la nostra nazione francese ha sempre riportato.

E vi dovete rammentare che i nostri progenitori più volte hanno fatto scappare i romani, che signoreggiavano l’universo e tutta la Nazione Italiana, tanto che l’arme francese in ogni tempo è sempre valsa. E ricordatevi di come le armi francesi abbiamo difeso la nostra storia e procurato onore in tutte le battaglie.

Ora non credo che queste mie parole siano necessarie a farvi acquistare più valore di quello che in voi vedo, e mi rendo conto che difendete con la medesima forza i nostri antenati, i quali hanno lasciato di loro certa fama al mondo.

Comunque mi è parso importante rammentare alla vostra memoria che oggi sostenteremo con le nostre lance l’onore di tutta la nostra nazione di Francia e dovremo tutti considerare che restando noi vincitori di questa impresa, come sono certo, con l’aiuto di nostro Signore, resteremo appresso a tutti i nostri posteri, sempre forti, e in tutta questa nostra Europa si ragionerà per tutte l’età della nostra Gloria.”

La disfida di Barletta: la dinamica dello scontro

Gli italiani concessero la gentilezza ai francesi di entrare per primi sul campo di battaglia. I francesi si disposero in una sola linea di attacco con lancia in resta, pronti alla carica. Era evidente dunque che i francesi si basavano su un approccio aggressivo.

Gli italiani invece, posizionati in una analoga unica linea, tenero la lancia abbassata, per resistere all’assalto francese e contrattaccare al momento opportuno.

I francesi lanciarono la carica e attaccarono gli italiani, ma quest’ultima ebbe tutto sommato poco effetto sull’avversario. Cercando di riprendere le posizioni iniziali, le fonti antiche ci segnalano che mentre i francesi sembravano vagamente disorganizzati e non sufficientemente coordinati tra di loro, gli italiani avevano perfettamente mantenuto le posizioni, pronti ad ingaggiare nuovamente lo scontro.

I Francesi decisero quindi di abbandonare le aste e di utilizzare le spade e le scuri per attaccare gli italiani. Per i 15 minuti successivi si scatenò un violento scontro, durante il quale, secondo alcune fonti, una parte dei Francesi finì addirittura fuori dal confine del campo di battaglia.

Sappiamo che durante questa fase due italiani vennero disarcionati: il primo nome non è sicuro, ma sul secondo tutte le fonti citano Ettore de Pazzis, il quale si sarebbe rialzato e avrebbe combattuto, appiedato, cercando di abbattere i cavalli francesi.

Durante lo scontro, apparve chiara la superiorità dei cavalieri italiani, che ottennero una netta vittoria.

Alcuni cavalieri francesi vennero catturati, altri furono feriti e si arresero, uno solo morì per una grave ferita alla testa, probabilmente Claude d’Aste, mentre un certo “Pierre” sembra essere l’unico cavaliere francese ad aver opposto una strenua resistenza fino all’ultimo.

La disfida di Barletta: la vittoria degli italiani

Gli italiani ottennero in premio i cavalli e le armi degli sconfitti. Inoltre, gli accordi prevedevano un riscatto di 100 ducati per ogni cavaliere catturato. I francesi, tanto sicuri di vincere la disfida, non avevano portato con loro i soldi necessari per ottenere la liberazione.

Per questo furono scortati, ancora prigionieri, a Barletta dove lo stesso Consalvo da Cordova pagò gli italiani per ottenere la loro liberazione.

Il giorno dopo, nella cattedrale di Barletta si tenne una messa in ringraziamento della Madonna, che aveva protetto i cavalieri italiani.

Così, quel giorno del 1503 divenne un evento di portata storica, ancora oggi ogni anno ricordato proprio a Barletta dalle migliori associazioni di rievocazione del tempo.

L'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai sempre più punto di riferimento per un mondo multipolare

16 Settembre 2022 18:00
Vertice SCO: a Samarcanda si sancisce la fine del mondo dominato dalla NATO
Piccole Note


L’assise della Sco (Shanghai Cooperation Organization) a Samarcanda ha tenuto banco nell’informazione per via dell’incontro tra Putin e Xi Jinping, ormai identificato come l’attuale asse del male (con modulazioni diverse).

E si è detto che Putin ha subito nell'occasione l’ennesimo smacco, non avendo goduto del supporto incondizionato del presidente cinese, cosa che lo condannerebbe addirittura a un prossimo abbandono del potere.

Putin – Xi: simul stabunt simul cadent

Fa parte dell’arte della guerra descrivere gli avversari come degli sconfitti e tale tecnica è stata adottata alla grande nella guerra ucraina. Basti pensare a quando, all’inizio della guerra, tutti i media riferivano di un’asserita malattia terminale dello zar, cosa poi smentita, ma solo dopo mesi, dal capo della Cia.

Eppure, nonostante tutto, non è cosa comune fare delle proprie speranze una notizia certa, come appunto nel caso specifico. Ma, tornando ai fatti, va ribadito che Xi e Putin hanno ormai un legame indissolubile, anche grazie alla politica estera americana che da tempo li ha messi ambedue nel mirino, favorendo così la loro prossimità essendo ben consapevoli che simul stabunt simul cadent.

Tanto che i due presidenti hanno ormai modellato un comune orizzonte: rafforzare la spinta per un mondo multipolare, uscendo quindi dal ristretto ambito dell’attale unipolarismo, iniziato nel post ’89 e alimentato dalle guerre infinite, che consegna il pianeta all’egemonia e ai tragici capricci statunitensi. 

Un orizzonte dichiarato apertamente anche a Samarcanda.

A rendere un’idea plastica della prossimità tra i due Paesi, anche l’esercitazione congiunta delle rispettive marine nel Pacifico, avviata, sotto lo sguardo attento di Putin, nella settimana precedente il summit e continuata nel corso dell’incontro di Samarcanda.

L’India allo Sco nel mondo polarizzato dal conflitto ucraino

Ma al di là dei rapporti tra Cina e Russia, di questo incontro vanno sottolineati alcuni aspetti di certa rilevanza.

Anzitutto che è stato certamente l’incontro più importante dall’inizio della sua creazione, come dimostra il fatto che Xi vi ha partecipato di persona, uscendo per la prima dal suo Paese da quando è iniziata la pandemia.

Inoltre, va rilevato che la presenza di Narendra Modi è apparsa più significativa in questa che nelle occasioni precedenti, proprio perché la guerra ucraina, polarizzando il mondo, rende la presenza del presidente indiano come una sorta di scelta di campo.

Non tanto una scelta pro-Russia, ma una scelta decisa – e si potrebbe dire irremovibile (a meno di una rivoluzione colorata indiana) – in favore della prospettiva multipolare alimentata da Cina e Russia.

Non solo, la presenza indiana rafforza quell’appeasement con la Cina che era stato giù evidenziato con la conclusione delle schermaglie tra i due Paesi sul confine himalayano, che aveva causato decine di vittime da una parte e dall’altra. Un appeasement nel quale i due giganti asiatici accettano di contenere la loro rivalità – basata sulla sovrapposizione delle rispettive proiezioni geopolitiche sull’Asia – per lavorare insieme alla prospettiva multipolare.

Il rapporto India – Cina è questione geostrategica cruciale per il destino del mondo, come dimostra la cautela con cui l’Occidente approccia i dinieghi dell’India ai suoi diktat su Ucraina e altro, Semplicemente l’America non può rischiare di logorare i rapporti con New Delhi, perché la getterebbe e tra le braccia della Cina, cosa che aprirebbe la via al “secolo asiatico“, a nocumento della sua egemonia globale.

A favorire l’appeasement tra i grandi rivali asiatici anche l’equidistanza della Russia rispetto a essi, cosa che le ha consentito di mediare quando sono insorti problemi tra i due Paesi (e questo spiega anche l’apparente distacco tra Xi e Putin, che è funzionale alle prospettive più ampie).

Il raggio di azione della Sco e l’Iran

Altro punto da sottolineare è l’ampiezza del raggio di azione della Sco, che nei media mainstream normalmente viene approcciata come fosse un organismo geopolitico di scarso significato globale.

A dare un’idea della sua portata, i partecipanti a vario titolo. Ne fanno parte, infatti, India, Kazakistan, Kirghizistan, Cina, Russia, Tagikistan, Pakistan e Uzbekistan. Gli stati osservatori sono Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia, i partner del dialogo sono Azerbaigian, Armenia, Cambogia, Nepal, Turchia e Sri Lanka. E al vertice del 2021 è stata anche avviata la procedura per concedere lo status di partner di dialogo anche a Egitto, Qatar e Arabia Saudita…

Altro aspetto di rilievo del summit di Samarcanda il fatto che nell’occasione sia stata siglata l’adesione formale dell’Iran alla Sco, notizia che ha fatto un po’ il giro del mondo, come se fosse qualcosa di eclatante benché si sia trattato solo di passo formale, dal momento che nei fatti Teheran già vi partecipava a pieno titolo.

Teheran aveva evitato finora questo passo formale, temendo che potesse in qualche modo dar materia ai suoi avversari americani per rafforzare la loro spinta contro il ripristino dell’accordo sul nucleare iraniano. Ora che gli Stati Uniti hanno detto chiaramente che tale passo non è più all’ordine del giorno, ha fatto ciò che voleva fare da tempo (sulla mancata firma dell’accordo sul nucleare torneremo in altra nota).

La Sco e la distensione nell’area post-sovietica

Nessun rilievo è stato dato, invece, a tre risvolti del tutto positivi del vertice. Anzitutto che nel corso dell’incontro Kirghizistan e Tagikistan hanno concordato di porre fine ai contrasti che avevano avviato alcuni scontri di frontiera tra i due Paesi.

Il secondo è che, prima del vertice, Armenia e Azerbaigian hanno trovato il modo di porre fine agli scontri tra i due Paesi, anche perché Erdogan, che sostiene l’assertività dell’Azerbaigian, non poteva presentarsi all’incontro con Putin con quel conflitto aperto, essendo lo zar irritato per la destabilizzazione che produce ai confini del suo Paese (cosa, invece, gradita ai neocon americani, come scrive Responsible Statecraft e come evidenzia l’annuncio della Pelosi di un suo prossimo viaggio in loco, essendo lo speaker della Camera portatrice insana di conflittualità).

L’ultimo aspetto di rilievo del summit riguarda sempre Erdogan, il quale, prima di partire per Samarcanda, aveva espresso il desiderio di incontrare Assad, qualora il presidente siriano si fosse recato all’assise, cosa che però non ha potuto fare per ragioni di sicurezza.

Lo ha riferito la Reuters in una nota d’agenzia ripresa da Haaretz che si conclude in maniera significativa: “Qualsiasi forma di normalizzazione tra Ankara e Damasco rimodellerebbe la decennale guerra siriana”.

Ciò perché la Turchia è stato uno degli sponsor del regime-change siriano ed è stata utilizzata come un hub dalle potenze straniere che l’hanno alimentata con l’invio di miliziani, armi e soldi attraverso il suo territorio (un po’ quel che sta accadendo in Ucraina, dove gli hub sono più sparpagliati e sotto il pieno controllo Nato).

La Russia e il disgelo siriano

Ma a Samarcanda, a quanto pare, Erdogan avrebbe ribadito la sua intenzione, dicendosi addirittura disposto a recarsi in Siria per incontrare Assad. E ciò sarebbe un colpo micidiale ai fautori delle guerre infinite, che in Siria hanno incontrato il loro primo fallimento, dopo i successi conseguiti in Libia e Iraq, essendo Assad sopravvissuto all’assalto.

Ancora più significativo quanto riportato in altra parte della nota, che rende l’idea di come tale prospettiva non sia affatto aleatoria: “Il rapporto [sul proposito di Erdogan] è arrivato dopo che quattro fonti diverse hanno riferito alla Reuters che il capo dell’intelligence turca ha avuto diversi incontri con il suo omologo siriano a Damasco nelle ultime settimane, un segno degli sforzi russi per incoraggiare un disgelo tra gli stati che si sono contrapposti nella guerra siriana”.

Tale disgelo gioverebbe non poco alla popolazione siriana, che ancora soffre per le conseguenze delle devastazioni e dei lutti provocati dalla guerra e a causa delle sanzioni occidentali, che ancora gravano tragicamente e in maniera del tutto arbitraria su di essa.

Purtroppo tanti (e potenti) di quelli che oggi si stracciano le vesti per la salvezza della povera Ucraina partecipavano – e partecipano – della legione straniera che ha alimentato la macelleria siriana. E faranno di tutto per impedire il disgelo succitato. Nihil sub sole novum.

La guerra chiama guerra e vuole il suo tributo di sangue


16 SETTEMBRE 2022

I nuovi scontri sono iniziati all’alba di questo venerdì. Le mai definitivamente demarcate linee di confine tra Kirghizistan e Tagikistan sono diventate, ancora una volta, teatro di aspri scontri tra i soldati dei due Paesi. Questa volta però sembra esserci stato qualcosa in più dei “tradizionali” scambi di colpi d’arma da fuoco che da anni, di tanto in tanto, movimentano questo angolo centroasiatico. Nel corso della mattinata infatti sono apparsi video di carri armati tagiki a ridosso delle frontiere e soldati kirghisi con armi pesanti al seguito. Poi un annuncio comune, da parte sia del presidente kirghiso che di quello tagiko, con il quale è stato ordinato l’immediato ritiro delle truppe dal confine. L’esclation al momento sembra scongiurata. Ma non mancano i punti interrogativi.

Cosa sta accadendo tra Kirghizistan e Tajikistan

A ben guardare anche gli ultimi video, lo scontro sta assumendo le sembianze di una guerra di confine. Nulla di nuovo da queste parti. Le linee di frontiera degli Stati sorti nel 1991 ricalcano quelle delle ex repubbliche sovietiche. E quando Mosca ha tracciato i confini, ha fatto in modo di evitare la creazione di forti entità locali, slegando quindi alcuni territori da repubbliche a cui storicamente avrebbero dovuto appartenere. Il caso più eclatante, in virtù anche dei nuovi recenti scontri, è quello del Nagorno-Karabakh. Un territorio a maggioranza armena assegnato però all’Azerbaijan, circostanza che dopo la disgregazione dell’Urss ha creato le ben note tensioni.

Nel cuore dello spazio centroasiatico c’è una situazione non così dissimile che ha il proprio perno a sud della valle di Fergana. Qui convergono i confini di tre repubbliche ex sovietiche: Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan. Un intreccio originato non solo da scelte politiche dello scorso secolo, ma anche dalla geografia del territorio composta di rilievi e catene montuose non in grado di far delimitare in modo netto e chiaro le frontiere. Il sud del Kirghizistan è in maggioranza uzbeka e già di per sé questa circostanza non ha mancato di originare contrasti in passato. Il problema però sta soprattutto nelle enclavi. All’interno del territorio kirghiso ce ne sono ben sei: quattro sono uzbeke e due tagike. A complicare ulteriormente il quadro è la composizione etnica delle enclavi. C’è ad esempio quella di Sokh che appartiene all’Uzbekistan ma è abitata in maggioranza da tagiki. In poche parole, è possibile trovare territori interni al Kirghizistan, ma amministrati dall’Uzbekistan e dove la popolazione è tagika.

Un intreccio a cui nessuno ha mai dato una soluzione politica. Si è così passati alle armi. Lo scorso anno kirghisi e tagiki ad aprile hanno rischiato seriamente di entrare in guerra dopo che uno scambio di colpi molto serrato tra i soldati dei due eserciti ha provocato diversi morti. Tutto poi è rientrato dopo colloqui diplomatici. Pochi giorni fa un nuovo (e quasi inaspettato) round degli scontri, anche in quel caso domati in poche ore. Adesso invece sta andando in scena quello che assomiglia molto al preludio di un’escalation. I tagiki hanno mostrato in un video l’ingresso di propri soldati in un villaggio kirghiso, lì dove hanno appeso la bandiera tagika sul tetto di una scuola. Sui social circolano altri video dove i carri tagiki si accalcano lungo i confini.

Dal canto loro i kirghisi, i quali hanno denunciato un raid sulla città di Batken, hanno iniziato a usare lanciarazzi contro postazioni oltre confine. Amministratori locali delle regioni coinvolte hanno provato a metterci una pezza. Poi l’annuncio quasi insperato: “Via le truppe dal confine”. Un ordine emanato sia da Sadir Japarov, presidente del Kirghizistan, che da Emomali Rahmon, presidente del Tajikistan.

Gli scontri proprio durante il forum di Samarcanda

Sui motivi per cui questi confini fanno così gola alle parti in causa negli anni sono state lanciate molte ipotesi. La prima riguarda il controllo dei corsi d’acqua: nella zona, contrassegnata da territori aridi, sono pochi e quei pochi ovviamente sono potenziali motivi del contendere. C’è poi un’altra ipotesi, questa volta più ufficiosa che ufficiale. Entrambi i Paesi hanno interesse a controllare il contrabbando, foriero di soldi e prestigio, che passa da queste parti. Non bisogna infatti dimenticare come l’Afghanistan, da cui esce l’80% dell’oppio necessario a produrre l’eroina, non è così lontano e le vie della droga spesso solcano i sentieri dell’Asia centrale.

Ad ogni modo, non sfugge la tempistica con cui si è generata la nuova prova di forza tra Kirghizistan e Tagikistan. Poco più a nord dell’area degli scontri infatti, era in corso nella città uzbeka di Samarcanda la riunione dello Shanghai Cooperation Organization (Sco). Qui si sono incontrati Vladimir Putin e Xi Jinping, con la presenza ovviamente poi di tutti i leader della regione. Attaccare nelle ore del summit ha dato maggiore eco al rumore degli spari. “Se fossi il presidente dell’Uzbekistan – ha scritto non a caso Kadyr Toktogul, ex ambasciatore kirghiso negli Usa – sarei arrabbiato con il mio collega tagiko per aver rovinato il partito SCO a Samarcanda, a cui hanno partecipato più di una dozzina di capi di stato e di governo”.

Dal canto loro fonti tagike hanno invece accusato la controparte di provocazioni e di aver quindi generato tensioni durante la riunione di Samarcanda. Di certo, chiunque ha premuto per primo il grilletto era consapevole di poter sfruttare lo Sco per avere maggiore incidenza politica e mediatica.

La nuova breccia tra gli alleati di Mosca

Gli scontri tra Kirghizistan e Tagikistan hanno destato ovviamente maggiori perplessità al Cremlino. Entrambi i Paesi sono alleati di Mosca ed entrambi fanno parte dello Csto, l’organizzazione di difesa capeggiata dalla Russia. Un gruppo chiamato nelle ultime ore in causa a proposito delle nuove tensioni tra Armenia e Azerbaijan e che oggi più che mai appare zoppicante al suo interno. Per la diplomazia russa, gli scontri odierni sono l’ulteriore testimonianza della propria vulnerabilità attuale nelle aree dove si concentra la propria influenza e dove si concentrano i propri maggiori interessi. Un grattacapo in più a poche ore dalla sconfitta subita in Ucraina nella controffensiva di Izyum.

12 settembre 2022 - Potrebbero ipotecarti la casa senza che tu lo sappia - Mario Gallo - Il ...

e dopo Bucha arriva Izium. Tutto previsto

17 settembre 2022
Ucraina - Dissezione di alcune notizie di propaganda di guerra - Addendum

Questo è il seguito del pezzo di ieri sulle affermazioni e la distribuzione di propaganda infondata di Reuters:


Reuters via Yahoo:


Ore dopo:



Mentre Yahoo e altri hanno cancellato il corpo della storia, il suo falso titolo è ancora attivo.

Ripetendo le frasi conclusive dell'opuscolo di ieri:
Non è la "nebbia di guerra" che offusca questi nuovi rapporti. È la propaganda che è stata ordinata per incitare la popolazione "occidentale" contro la Russia e i suoi cittadini e soldati.

Senza ulteriori prove e prove non si può, e non si deve, credere a qualsiasi notizia proveniente dalle guerre ucraine e da altre guerre.

Aggiunto (6:10 UTC):

È interessante notare che il Telegraph britannico è più scettico dell'agenzia di stampa "britannica" Reuters:

Anton Herashenko, un consigliere del ministero degli Interni ucraino, ha detto alla BBC giovedì che circa 1.000 corpi sono stati trovati a Izyum e che più civili sono morti lì che a Bucha.

Il Telegraph non ha visto alcuna prova di quella scala di morte durante una visita giovedì. Hrigory[, un ingegnere civile di 63 anni,] ha negato di essere a conoscenza di qualsiasi crimine di guerra.

"Non abbiamo interagito con loro e loro non hanno interagito con noi", ha detto dei russi. "Da quello che so, non ci sono state detenzioni, esecuzioni, torture".

"C'erano molti giovani che dicevano 'non spareremo proiettili'", ha aggiunto.

E un altro dal Telegraph:

Oleksandr Filchakov, capo dell'ufficio del procuratore di Kharkiv, ha detto che alcuni hanno mostrato segni di tortura. I giornalisti sulla scena non hanno visto prove di ciò.

Pubblicato da b il 17 settembre 2022 alle 4:53 UTC | Permalink ·

Il NUOVO NAZISMO, la cui culla si trova in Ucraina si nutre anche della feroce dittatura dell'Azerbaigian, dove i diritti umani sono spaventosi/terrificanti, ed esiste un odio profondo instillato nella popolazione contro gli armeni. Euroimbecilandia e l'Italia offrono un silenzio tombale, da lì arriva gas e petrolio

L’ITALIA “A LETTO CON IL NEMICO”


(di Andrea Gaspardo)
16/09/22

In passato ci eravamo già occupati di una faccenda assai spinosa: i rapporti tra la Repubblica Italiana e la Repubblica dell'Azerbaigian. Alla luce degli ultimi avvenimenti che stanno scuotendo la stabilità del Caucaso e della recente visita nel nostro paese del dittatore azero, Ilham Heydar oğlu Aliyev, ricevuto con tutti gli onori (per non dire “in pompa magna”) dalle autorità italiane, è necessario per noi ritornare sull'argomento perché la scarsa e parziale (per non dire ridicola) copertura mediatica della visita da parte dei mezzi d'informazione nazionali così come la quasi totale assenza di informazioni riguardo agli eventi del Caucaso da parte dei medesimi, rischiano di creare negli osservatori male informati un pericoloso “strabismo” che, alla lunga, può ritorcersi contro il nostro paese. Ecco quindi che tutti quanti dobbiamo collettivamente chiederci: sappiamo bene con che cosa abbiamo a che fare?

Innanzi tutto bisogna da subito puntualizzare che, nel corso degli anni, sia il regime di Ilham Heydar oğlu Aliyev che quello di suo padre Heydar Alirza oğlu Aliyev prima di lui si sono dimostrati diabolicamente abili nella difficile e niente affatto scontata arte delle “pubbliche relazioni”.

Mentre altri regimi dittatoriali sono stati e continuano ad essere sottoposti ad un “fuoco mediatico concentrico” al fine di denunciarne abusi e malversazioni, nel caso della “Terra del Fuoco” (altro nome con il quale è noto lo stato caspico), non avviene nulla in tal senso. Intendiamoci, non esiste alcuna “cospirazione internazionale” volta a coprire le malefatte dei satrapi del Caucaso, ed i report che descrivono la reale situazione di quanto avviene laggiù sono ampiamente disponibili sia online che su carta stampata. Diverse istituzioni quali Reporter Senza Frontiere, Human Rights Watch, Amnesty International e chi più ne ha, più ne metta, hanno più volte denunciato il deprecabile stato dei diritti umani nella satrapia nel Caspio, e persino il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America (paese, quest'ultimo, che con l'Azerbaigian intrattiene rapporti tutt'altro che ostili) è stato generalmente onesto nel presentare la situazione della condizione dei diritti umani in Azerbaigian in termini assai negativi. Chiunque abbia voglia per curiosità di scorrere uno o più di questi report, in particolare quelli di Human Rights Watch, troverà che la parola utilizzata più di frequente per descrivere la condizione dei diritti umani in Azerbaigian è: “appalling”, che può essere comodamente tradotta in lingua italiana come “spaventosa/terrificante”.

Dopo aver letto queste righe, un osservatore casuale sarebbe pertanto tentato di chiedere: “ma se la situazione è così critica, perché tutti (o quasi) tacciono?”. La risposta è molto semplice e può essere riassunta in un'unica parolina magica: IDROCARBURI. Con il 41% dell'export diretto verso il nostro paese, Roma si conferma il più importante partner commerciale di Baku, tuttavia tale “relazione speciale” è letteralmente “drogata” dalla massiccia fornitura di petrolio e prodotti derivati dalla sua raffinazione. Se escludiamo l'oro nero ed altre materie prime racchiuse nel sottosuolo infatti, gli unici altri prodotti che l'Azerbaigian esporta nel nostro mercato sono un po' di agricoltura, pesca, silvicoltura e ricavati dalla metallurgia, ma si tratta veramente di poca cosa perciò la riportiamo qui solamente per “dovere di cronaca”.

L'importanza che il petrolio azero ha acquisito per tutta una serie di paesi, soprattutto europei, ha garantito ad Aliyev una quasi intoccabilità da parte della stampa continentale, soprattutto nostrana, e ogni qual volta una voce sopra le righe si sia espressa al di fuori del coro, essa è stata affrontata dal regime azero con la massima durezza. È il caso della nota giornalista e conduttrice televisiva Milena Gabanelli la quale, per aver diffuso durante una puntata del programma televisivo “Report” un documentario avente come oggetto la realtà della corruzione e delle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian, è stata immediatamente iscritta nel registro delle “persone non gradite” e bandita permanentemente dall'entrare nel territorio del paese.

Tutto sommato, però, la Gabanelli può ancora considerarsi fortunata rispetto a quanto ha rischiato, e rischia ancora, ma per ragioni diverse, il viaggiatore, blogger e giornalista dalla doppia cittadinanza russa e israeliana Aleksandr Valerievich Lapshin. Nel suo caso non c'entrano nulla report giornalistici su corruzione e violazione dei diritti umani, bensì il “peccato” di aver visitato in due diverse occasioni, nel 2011 e nel 2012, il territorio del Nagorno-Karabakh (Artsakh), area al centro di un conflitto che oppone l'Armenia, gli armeni nagornini e l'Azerbaigian da 34 anni.

Si badi bene, Lapshin non è affatto la prima persona ad aver visitato quelle terre, ma ha l'aggravante di aver documentato il tutto rendendolo fruibile alla comunità degli internauti. Così facendo egli si è di fatto “preso gioco” del regime di Aliyev e, come sanno tutti coloro che sono esperti di questioni caucasiche: non c'è niente di peggio nel Caucaso di “far perdere la faccia ad un uomo”, soprattutto se egli è un uomo di potere, perché costui farà di tutto per vendicarsi e, letteralmente, “lavare l'onore nel sangue”. La magistratura azera (niente più che un'appendice del potere del clan al comando del paese) ha per anni “dato la caccia” a Lapshin chiedendo in ben 13 occasioni diverse che venisse estradato ma incontrando sempre netti rifiuti dalle autorità di altrettanti paesi (comprensibilmente, dato che il curriculum vitae del blogger mal si concilia con quello di “un pericoloso criminale internazionale”) fino a che Aliyev ha trovato una sponda compiacente nel regime bielorusso di Aleksandr Grigorevich Lukashenko. Visti gli importanti rapporti che legano Minsk a Baku, l'autocrate bielorusso si è dimostrato ben felice di venire incontro ai desiderata del suo “collega” caucasico.

Il 15 dicembre del 2016, Lapshin, allora in visita in Bielorussia, venne arrestato dalla polizia e il 7 febbraio 2017, su ordine dell'ufficio del procuratore generale della Repubblica di Bielorussia, estradato in Azerbaigian per rispondere dei suoi “crimini” commessi contro le autorità del paese. Interessante notare che il viaggio di sola andata per Baku del blogger russo/israeliano si sia svolto nientepopodimeno che sull'aereo personale del satrapo! Questo la dice lunga sul fatto che l'uomo forte della “Terra del Fuoco” sia letteralmente disposto “ad andare fino in fondo” sulle vicende che gli interessano e che lo toccano personalmente. Successivamente, grazie agli sforzi congiunti ed alle proteste dei governi di Russia, Israele, Armenia (e probabilmente altri ancora) Lapshin è stato rilasciato e “perdonato” ma non prima di aver subito, nella notte dell'11 settembre 2017, un attentato che per poco non gli è costato la vita mentre si trovava rinchiuso in cella d'isolamento!

Sbaglia però chi crede che la sua personale odissea si sia conclusa con il “perdono” ed il ritorno in patria! Nel febbraio del 2019 la magistratura azera ha aperto nuovamente un fascicolo giudiziario contro di lui, questa volta accusato di “screditare o umiliare l'onore e la dignità del presidente della Repubblica dell'Azerbaigian” e di “incitare apertamente contro il governo dell'Azerbaigian” ed il 15 di dicembre dello stesso anno egli è infine sfuggito ad un tentativo di rapimento, pare orchestrato dai servizi segreti azeri con la complicità di elementi criminali appartenenti alla stessa nazionalità ma attivi in Lettonia, laddove il blogger si trovava per partecipare ad un forum sul turismo.

È interessante notare una curiosità niente affatto secondaria. Per anni l'Azerbaigian non ha lesinato sforzi nel coltivare i rapporti con lo Stato d'Israele. Anche in questo caso la parolina magica è “idrocarburi”, dato che al giorno d'oggi ormai lo stato ebraico importa ben il 50% del petrolio di cui abbisogna proprio dall'Azerbaigian. Esistono però anche altre ragioni strategiche che hanno spinto azeri ed israeliani ad instaurare una proficua relazione bidirezionale (una tra queste è la collaborazione per contenere l'Iran). Questo intreccio di ragioni ha spinto molti a credere all'immagine di facciata costruita dal regime azero, e rilanciata a 360 gradi dai suoi galoppini a libro paga sparsi in ogni angolo del mondo, che l'Azerbaigian sia “il migliore amico di Israele e degli ebrei in generale”. Eppure, basta dare uno sguardo ai titoli dei principali quotidiani azeri all'epoca delle udienze del processo contro Lapshin ed alle foto dei manifestanti locali armati di striscioni per leggervi delle invettive antisemite che nulla hanno a che fare con la supporta immagine di “tolleranza” che la satrapia caucasica pretende di “vendere” all'estero.

Sulla scia di quanto appena detto, è necessario ora parlare di un'altra spinosissima questione: il conflitto armeno-azero. Dal 1988, quando entrambi i paesi erano ancora parte integrante dell'Unione Sovietica, l'Armenia e l'Azerbaigian si trovano in una situazione di conflitto per il possesso del territorio del Nagorno-Karabkh (Artsakh) e delle aree circostanti; conflitto complicato dal fatto che pur essendo il Nagorno-Karabakh (Artsakh) dal punti di vista amministrativo parte di quello che al tempo era la Repubblica Socialista Sovietica dell'Azerbaigian, gli abitanti della regione erano in maggioranza sempre stati armeni e, a causa di tutta una serie di problematiche ereditate dalla complicata storia di quell'area, avevano sempre visto la loro appartenenza allo “stato azero” come niente più di una “imposizione coloniale” quando non un vero e proprio sopruso da parte delle autorità sia di Mosca che di Baku.

La narrazione esaustiva del conflitto del Nagorno-Karabakh non è l'argomento di questa analisi, tuttavia alcuni risvolti grotteschi devono essere necessariamente affrontati. Dal 1994 ad oggi infatti, anche a causa della necessità di contenere le spinte centrifughe da parte di altri gruppi etnici che minacciavano/minacciano di mandare in pezzi l'unità dello stato azero, le autorità di Baku hanno portato avanti due battaglie parallele. La prima è una scientifica e metodica campagna di soppressione delle identità culturali e linguistiche al fine di promuovere una sorta di “omogenizzazione della popolazione azerbaigiana”. La seconda è una altrettanto coerente campagna di “mortificazione” del nemico armeno che a tutti i livelli istituzionali, scolastici, mediatici e chi più ne ha più ne metta, è stato e viene dipinto come il “Male Assoluto” meritevole di essere completamente estirpato da questo mondo.

La fissazione degli Aliyev padre e figlio di distruggere “tutto ciò che è armeno” è giunta sino al punto di ordinare la quasi completa cancellazione di quello che una volta era il consistentissimo patrimonio culturale armeno presente nel paese.

Grazie ad interazioni di ogni tipo durate millenni, gli armeni avevano lasciato importantissime tracce nella Storia archeologica e nell'architettura del vicino Caucaso e dell'Azerbaigian stesso. In particolare nella regione del Naxçıvan, una delle culle del popolo armeno, il ricercatore Argam Aivazian (armeno nativo del luogo) documentò nel corso degli anni '80 del XX secolo l'esistenza di un ricchissimo patrimonio culturale di origine armena mediante la pubblicazione di ben 80.000 fotografie e disegni rappresentanti tra gli altri un totale (a detta dell'autore, incompleto) di 218 tra chiese, monasteri e cappelle, 41 castelli, 26 ponti, 86 siti di città e villaggi, 23.000 lapidi e, soprattutto, 4500 croci di pietra, i leggendari “khachkar”, che rappresentano forse il marchio più importante della cultura armena in ogni epoca storica. In particolare nelle vicinanze della città di Julfa esisteva un cimitero unico al mondo costituito da una “foresta” di khachkar che si ergevano a migliaia (10.000 secondo il missionario francese Alexandre de Rhodes che nel 1648 visitò l'area) in uno spiazzo situato lungo il corso del fiume Aras.

Ebbene, negli anni successivi all'indipendenza, dopo aver prima ripulito l'area dagli ultimi armeni rimasti, ultimi eredi di una ininterrotta presenza plurimillenaria proprio come nel Nagorno-Karabakh (Artsakh), l'Azerbaigian ha sistematicamente distrutto tutte le tracce del patrimonio archeologico ed architettonico armeno presente sul proprio territorio operando un genocidio culturale persino peggiore di quello causato dall'ISIS in Siria ed Iraq o dei Talebani quando distrussero le statue dei Buddha di Bamiyan. Tra il 1998 ed il 2002, i 3000 khachkar e le 5000 lapidi che ancora si trovavano nel cimitero di Julfa (tra le quali anche alcune rarissime e preziosissime lapidi recanti il motivo armeno dell'ariete risalente al periodo pre-cristiano, introvabili in nessun altro luogo sulla Terra) vennero metodicamente abbattute, spaccate e triturate dai soldati azeri fino a che non vennero ridotte letteralmente in polvere per venire poi scaricate nel letto del fiume Aras.

Tali distruzioni si sono poi riverberate in tutti il territorio del paese (ad eccezione ovviamente del Nagorno-Karabakh!) tanto che oggi le uniche due chiese armene ancora in piedi in Azerbaigian sono la chiesa del villaggio di Kish (ma solamente perché nel corso della Storia essa è successivamente diventata prima una chiesa albano-caucasica e poi una chiesa georgiana, quindi è stata altro, oltre ad essere armena) e la chiesa di San Gregorio l'Illuminatore situata a Baku ma permanentemente chiusa ed oggi utilizzata come magazzino. A conoscenza dell'autore vi sono poi le rovine di una chiesa situate nella cittadina di Madrasa, le rovine dilapidate del monastero di Targmanchats e quelle altrettanto derelitte del monastero di San Sarkis sul monte Gag.

Purtroppo la propaganda di stato è andata ben oltre questo, instillando un odio feroce non solo contro i simboli “dell'armenità” ma anche nei confronti degli armeni in quanto esseri umani, e ciò ha avuto esiti in alcuni casi assolutamente scabrosi. Un esempio che vale quanto mille libri di testo è il caso di Ramil Safarov, ufficiale azero che il 18 di febbraio del 2004, mentre partecipava a Budapest ad un corso organizzato dalla “Partnership for Peace” della NATO uccise a sangue freddo nel sonno il tenente Gurgen Margaryan dell'esercito armeno infliggendogli non meno di 16 colpi utilizzando un'ascia. Quando, dopo 8 anni, Safarov venne trasferito dalle autorità ungheresi per servire il resto del suo ergastolo nel paese nativo, Ilham Aliyev non trovò niente di meglio da fare che perdonarlo e nominarlo eroe nazionale!

Ma la cosa non dovrebbe sconvolgere più di tanto dato che l'Azerbaigian è, a conoscenza dell'autore, l'unico paese al mondo che discrimina l'ingresso da parte dei cittadini stranieri su base etnica. Esiste infatti una norma che vieta espressamente l'ingresso nel territorio della satrapia del Caspio a qualsiasi individuo di sesso maschile o femminile di qualunque nazionalità che abbia origine armena. La cosa che è necessario sottolineare più e più volte è che tale divieto non riguarda solamente “i cittadini della Repubblica d'Armenia” (tale atteggiamento sarebbe anche comprensibile, essendo i due paesi in guerra), ma coinvolge tutti e 12 i milioni di armeni che vivono su questa Terra anche se non hanno mai visitato l'Armenia in vita loro e si sono sempre tenuti lontani dal conflitto del Nagorno-Karabakh (Artsakh).

Certo, un lettore non attento sarebbe tentato di creare un parallelismo tra questo divieto e quello esistente nel mondo arabo-islamico laddove diversi paesi non permettono ai cittadini di Israele di viaggiare entro i loro confini, non riconoscendo l'esistenza dello “stato ebraico”. Eppure il divieto da parte di questi paesi riguarda solamente i cittadini di Israele (per altro non tutti ebrei), ma non si estende ad ogni singolo ebreo vivente su questa Terra!

Ecco perché l'atteggiamento da parte del regime di Baku rappresenta la quintessenza della malignità e non trova alcuna giustificazione razionale se non quella di creare apposta un clima tale per cui tutti gli azeri stanno venendo scientemente trasformati in macchine d'odio viventi incapaci di provare alcun tipo di empatia nei confronti degli armeni e che non avrebbero poi remore a portare a compimento qualsiasi disegno genocida che Aliyev e la sua cricca di potere ordinerebbero loro di fare.

Si dice spesso che la politica e la geopolitica sono “l'arte del possibile” e che l'unica cosa che conta nel ring delle relazioni internazionali è la tutela degli interessi nazionali. Essendo io personalmente un fautore della visione “realista” nel campo delle relazioni internazionali, non trovo assolutamente niente di sbagliato in questa impostazione tuttavia una domanda è assolutamente necessario porsela in questa situazione.

Se questo è l'Azerbaigian (e su queste righe io ho solamente grattato la superficie!), e non la versione da operetta che la maggior parte dei nostri media propagandano sapendo di mentire, che tipo di garanzie di lungo periodo ha l'Italia nel legarsi ad un paese simile, per altro migliore amico delle Turchia, la quale ho già descritto infinite volte come una minaccia strategica nel lungo periodo per noi, trasformandolo per altro nel nostro principale fornitore di energia quando coloro che stanno al potere sia a Baku che ad Ankara possono utilizzare in ogni momento tale arma per strozzarci e sottometterci al loro volere?

Questo è un punto fondamentale perché non siamo parlando della pacifica e neutrale Svizzera ma di un regime sanguinario con velleità espansionistiche legato a doppia mandata ad un regime altrettanto cialtronesco che controlla un importantissimo paese della NATO ed entrambi attuano una spregiudicata quanto imprevedibile politica estera che rischia di destabilizzare il mondo ad un livello se possibile ancora superiore rispetto persino alla tanto vituperata Russia.

Parafrasando le parole di Socrate: “Conosci il tuo nemico. Se non lo conosci, vuol dire che non conosci nemmeno te stesso. E allora non permetterti poi di rimanere sorpreso.

Foto: Quirinale

a Samarcanda il quaranta per cento della popolazione ed un quarto del PIL mondiale

Ritorno al Passato
Samarcanda, la riunione della SCO riporta indietro di secoli l'orologio della Storia

16 settembre 2022
Guido Salerno Aletta


La morte della Regina Elisabetta d'Inghilterra chiude un'Epoca per l'Occidente, quella degli Imperi europei che fino alla Prima Guerra Mondiale tenevano in pugno il mondo intero, fatta eccezione per gli Imperi Ottomano, di Russia, Cina e Giappone. Anche l'Impero americano, che ha ereditato come potenza marittima globale il ruolo decisivo di quello britannico, sembra aver perso la presa sullo sterminato continente asiatico: a Samarcanda, città mitica della Via della Seta, si sono incontrati i leader della Shanghai Cooperation Organisation, creata su iniziativa della Cina per rinnovare con la iniziativa denominata One Road, One belt i fasti dell'epoca in cui dominava il commercio dall'Asia verso l'Europa. Oltre ai Cinque fondatori, Cina, Russia, Pakistan, India ed Uzbekistan, che ha ospitato l'evento, erano presenti in qualità di osservatori l'Afghanistan, la Mongolia, la Bielorussia e l'Iran di cui è stata accettata la domanda di adesione, oltre ad una serie di partner di dialogo: Sri Lanka, Turchia, Cambogia, Nepal, Azerbaigian e Armenia. Fatti i conti, erano presenti i rappresentanti di Paesi che mettono insieme il quaranta per cento della popolazione ed un quarto del PIL mondiale.

Il carattere regionale e soprattutto geopolitico che ha assunto la SCO, per di più con questa sempre più ampia partecipazione, avrebbe fatto rabbrividire il geografo inglese Mackinder, il teorizzatore dell'Heartland asiatico come cuore pulsante del dominio geopolitico del mondo intero. Secoli di iniziative inglesi volte ad insinuarsi in Oriente, dall'Irak alla Persia, dall'India all'Afghanistan, combattendo ben due guerre dell'oppio contro la Cina per chiuderla ai commerci marittimi prendendo la città fluviale di Hong Kong così come in mani straniere erano Shanghai, Macao e Nanchino.
Sono rimaste inascoltate le preoccupazioni sulla saldatura tra Russia e Cina espresse anche di recente da Henry Kissinger, il Segretario di Stato americano che già nel 1971 aveva teorizzato la necessità di sganciare il più possibile la Cina dall'URSS, attraendo la prima nell'orbita geopolitica e soprattutto economica degli Stati Uniti: un processo iniziato sotto la Presidenza di Richard Nixon e culminato con quella di Bill Clinton che aveva favorito l'ingresso di Pechino nel WTO a condizioni particolarmente favorevoli.

Fallirono poi anche le iniziative diplomatiche di Barack Obama, volte a stipulare due accordi commerciali paralleli, il TPP transpacifico ed il TTIP transatlantico per isolare da una parte la Cina e dall'altra la Russia: anzi, questa mossa li insospettì alquanto facendoli convergere e spingendo la Cina a continuare con una sua propria strategia di globalizzazione. I dazi commerciali imposti alla Cina da Donald Trump, che ritirò tra i primi atti della sua Presidenza la adesione americana al TPP che era stata espressa dal suo predecessore, hanno reso sempre più incerta la strategia intrapresa da Kissinger nel 1971.

Da fine febbraio, a partire dalla invasione dell'Ucraina da parte della Russia e soprattutto dalla mancata adesione da parte della Cina alle iniziative occidentali di irrogare pesanti sanzioni per isolarla politicamente ed indebolirla sul piano economico e finanziario, il quadro delle sinergie tra Russia e Cina si è andato intensificando, innanzitutto dal punto di vista delle forniture energetiche e della de-dollarizzazione degli scambi reciproci.

I Paesi che aderiscono alla SCO, così come quelli assai più numerosi che pur non facendone parte hanno partecipato alla sessione annuale di Samarcanda, hanno spesso interessi divergenti, se non fortemente confliggenti come ancora in questi stessi giorni accade tra Armenia e Azerbaigian.
Lungi dall'essere motivo di sollievo per l'Occidente, il fatto che si riuniscano per cooperare tanti Paesi e così diversi tra loro, dovrebbe accrescerne le preoccupazioni: la Turchia, ad esempio, è ormai un Giano bifronte, affacciata nel Mediterraneo, membro della Nato, ma rivolta ad estendere la sua presenza in tutto l'entroterra islamico dell'Asia, là dove l'influenza dell'Arabia Saudita si affievolisce di molto a favore del Qatar e della stessa Turchia.

Se l'Inghilterra non guida ormai più da decenni il gioco nello scacchiere asiatico, il ritiro degli Usa prima dall'Iraq e poi dall'Afghanistan dopo averli invasi, soprattutto dopo aver perso nel 1978 la partita in Iran, segna anche la sconfitta della successiva strategia geopolitica statunitense ispirata da Zbigniew Brzezinski, che fu Consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente Jimmy Carter sin dai tempi della crisi a Teheran, volta a contrastare l'avanzata del comunismo sovietico che a quei tempi sembrava irrefrenabile con il sostegno dato all'estremismo religioso islamico.

La riunione della SCO da una parte, e soprattutto dall'altra la presenza a Samarcanda sia dell'Iran che dell'Afghanistan tornato in mano ai Talebani e seduti allo stesso tavolo con Russia e Cina, Paesi che avrebbero dovuto essere ai loro antipodi in termini culturali e religiosi, dimostra che non solo si è dimostrata infondata la lettura della "Fine della Storia" che era stata fatta da Francis Fukuyama, secondo cui la globalizzazione economica e l'unipolarismo statunitense avevano segnato la supremazia irreversibile dell'Occidente democratico e liberale sulle altre ideologie, ma anche la irresolubile immanenza dei conflitti tra i popoli, secondo le faglie culturali, etniche e religiose, che erano state individuate da Samuel Huntington nel suo libro su "Lo scontro delle civiltà".

La Storia è più complessa della nostra capacità di prevederla.

Samarcanda, la riunione della SCO riporta indietro di secoli l'orologio della Storia

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